Parole di

Sri

Anandamayi Ma

 

 

 

 

Prefazione

 

Questo libro contiene una selezione di risposte date da Sri Anandamayi Ma a domande che furono poste, e registrate, durante incontri con grandi o piccoli gruppi di persone. Le risposte non sono state disposte in ordine cronologico ma, per quanto possibile, secondo argomenti. Le questioni più semplici sono state poste all’inizio. Gli argomenti trattati riguardano la meditazione, il sentiero spirituale, la realizzazione del Sé e tutta una serie di problemi d’ordine pratico, filosofico e metafisico che incontrano i ricercatori della verità nelle varie fasi della ricerca. Mataji risponde esattamente secondo le capacità di comprensione dell’interlocutore, la sua particolare disposizione e la sua linea d’approccio, illuminando ogni singola questione da punti di vista differenti. Di fatto nelle sue risposte troviamo uniti ogni credo e filosofia, ogni scuola di pensiero e metodo yoga; tuttavia lei rimane al di sopra e al di là di tutto. Di lei è stato detto che aveva la parola giusta, al momento giusto e nella maniera giusta per ogni ricercatore spirituale, sia che fosse un credente o un agnostico, un intellettuale, uno studioso, un analfabeta, un novizio o un ricercatore molto avanzato sul sentiero. Come la terra dà ad ogni pianta le sostanze necessarie alla sua crescita, così Sri Anandamayi Ma guidava ogni aspirante secondo le sue specifiche necessità del particolare momento. Le sue risposte non venivano dalla mente. Ella affermò spesso in maniera inequivocabile di non parlare ad un ‘altro’. Per lei tutto era l’Unico Essere Supremo che si manifestava nella diversità infinita rimanendo, nello stesso tempo, al di là di ogni espressione e limitazione, senza forma, immutabile e inconcepibile. In Quello non c’è possibilità di distinzioni, che pure esistono al nostro livello. Le domande sono poste dal punto di vista dell’individuo, ma la vera risposta sta oltre l’ego-mente, dove non esiste separazione né divergenza d’opinioni.

Colui che registrò i dialoghi, Brahmachari Virajananda, conosciuto da tutti i devoti e visitatori dell’ashram di Sri Anandamayi come ‘Kamalda’, incontrò per la prima volta Mataji a Dacca, nel 1926, e da allora le rimase vicino. Nel 1942 entrò a far parte dell’ashram, divenendone uno dei più devoti e importanti collabo­ratori. Dotato di un’intelligenza acuta e di una grande sete di conoscenza, ebbe l’intenso desiderio di registrare le esatte parole di Mataji, convinto che sgorgavano spontaneamente da profondità alle quali i comuni esseri umani non hanno accesso. Per il proprio studio e la propria illuminazione, ogni volta che ne ebbe l’oppor­tunità cominciò ad annotare le parole di Mataji così come le sentiva pronunciare. Nonostante i suoi numerosi doveri come cosegretario dello Sri Sri Anandamayi Sangha, come amministratore dell’ashram di Benares, ecc., non appena veniva a sapere che Mataji stava rispondendo a delle domande, lasciava subito il lavoro che aveva sotto mano e si precipitava dove si svolgeva la discussio­ne. Nella quiete della notte trascriveva in bella copia le registrazioni, ponderando sul significato profondo di quanto aveva udito e scritto. Le prime luci dell’alba gli ricordavano spesso d’avere trascorso la maggior parte della notte in questo tipo di medita­zione.

Nello zelo di preservare le affermazioni di Mataji nella loro purezza originaria e con la più grande precisione possibile, egli sviluppò presto una tecnica tutta sua. Poteva aver perso una parola qui o là, ma non perdeva mai il filo di ciò che veniva detto. Se per qualche motivo gli era impossibile registrare parte della conversa­zione, sentiva la cosa come una dolorosa perdita personale. In molte occasioni del genere, però, con sua grande gioia sentiva in seguito Mataji spiegare lo stesso punto a qualcun altro, e delucidare la parte della conversazione che gli era sfuggita. Non solo Virajananda, ma anche molti altri che erano a contatto con Mataji ricevevano la risposta ancor prima di porre la domanda.

A volte Mataji diceva di sé: “Questo corpo è come uno strumento musicale; ciò che sentite dipende da come lo suonate. La cosa meravigliosa è che rispondeva anche ai tocchi silenziosi! Ecco un esempio impressionante: una notte, a Puri, ci fu una conversazione in riva al mare. Con vivo disappunto, poiché non c’era luce, Virajananda non fu in grado di scrivere. Poco tempo dopo, però, sentì Mataji rispiegare l’intero argomento praticamente con le stesse parole, e allora poté annotarlo per intero. È uno dei discorsi più ispiranti (il XXV° di questa raccolta), che probabilmente dà un’idea più completa di qualunque altro dell’universalità di Mataji.

I diari di Brahmachari Virajananda comprendono parecchi volumi. Quando, nel 1953, egli ne mostrò uno al dr. Gopinath Kaviraj, quel grande sapiente fu profondamente colpito dal suo contenuto. Egli suggerì di pubblicare estratti di quei diari su Ananda Varta (il giornale trimestrale dello Sri Sri Anandamayi Sangha) e propose di scrivere per essi dei commenti. Lui stesso scelse le conversazioni da pubblicare, che apparvero su Ananda Varta dal maggio 1953 all’agosto 1958 sotto il titolo ‘Mataj’s Amara Vani’, sia nell’originale bengali sia nelle traduzioni in hindi e in inglese. Questo volume ripresenta la versione accuratamente rivista della traduzione inglese della maggior parte di quelle conversazioni.

Mataji parla di ciò che è oltre l’esperienza dell’individuo comune e che, tutt’al più, può essere solo accennato con le parole. Non sorprende dunque che il suo linguaggio non sia conforme né al bengali letterario né a quello parlato. Ella ha dato un significato nuovo a molte espressioni comuni e, a volte, ha coniato parole nuove con un’etimologia tutta sua. Il suo linguaggio è originale e pertinente, intensamente vivo ed espressivo, è spesso sintetico e incisivo, privo di ogni parola superflua. In certi casi, quando esprime delle verità profonde, il suo linguaggio diviene ermetico.

La differenza tra la lingua bengali e quella inglese è ben nota. In inglese non esistono parole adeguate per molti termini bengali. In alcuni casi è stato necessario tradurre due o tre parole bengali con un’intera frase o proposizione. Non si è tralasciato alcuno sforzo per tradurre il più precisamente possibile ogni espressione così com’è stata registrata. Nello stesso tempo, il traduttore ha cercato di preservare, per quanto possibile, il significato esatto delle parole insieme al loro ritmo, alla loro bellezza, al loro carico d’ispirazione, all’immacolata e intangibile qualità che pervade ogni espressione di Mataji – le sue parole, i suoi canti, i suoi gesti e il suo sorriso.

Se nonostante i nostri sforzi non siamo riusciti a rendere questa traduzione perfetta come avrebbe dovuto, ci sia permesso citare le stesse parole di Mataji: “Sforzatevi al limite del vostro potere, per quanto piccolo possa essere. C’è Lui a comple­tare ciò che è stato tralasciato di fare”.

Preghiamo Mataji di accettare benevolmente quest’umile offer­ta posta ai suoi sacri piedi. Possano le sue parole illuminare il nostro sentiero!

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo I

 

Solan, 12 settembre 1948

 

Solo raramente si poteva avere da Mataji una risposta precisa a un dato problema, così mi sono chiesto a che serviva annotare le sue parole. Mi sono rivolto allora a Mataji.

 

Mataji: Hai compreso almeno che vi è uno stato in cui i problemi non si risolvono in un modo ben definito. Nel corso della tua vita, dopo attenta riflessione, sei giunto a una conclusione su molte questioni, non è così? Adesso devi capire che nessuna soluzione è definitiva; in altre parole, devi andare oltre il livello di certezza e incertezza. La soluzione di un problema che si ottiene con la mente dev’essere per forza di cose da un particolare punto di vista; di conseguenza ci sarà possibilità di contraddizione, poiché la tua soluzione rappresenta solo un aspetto. Allora, di fatto, cosa hai risolto? Troverai la soluzione completa e finale di ogni singola questione nel suo stesso modo di mostrarsi; e vedrai che c’è un posto in cui tutti i problemi (reali e possibili) hanno una sola soluzione universale, in cui non vi è alcuna possibilità di contraddizione. Allora non sorgerà più la questione tra soluzione e non soluzione: che uno dica ‘sì’ o ‘no’ – ogni cosa è QUELLO.

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo II

 

Solan, settembre 1948

 

 

Riguardo al valore dei discorsi religiosi e filosofici, Mataji disse:

 

Ascoltando frequentemente dialoghi e discorsi su argomen­ti del genere, apparirà gradualmente il sentiero verso la conoscenza diretta di quanto è stato udito. È come una goccia d’acqua che cadendo ininterrottamente su una pietra alla fine la buca, e così può passarvi un flusso che porterà l’Illumi­nazione.

 

Durante l’attenta lettura dei testi sacri, durante l’ascolto dei discorsi religiosi, durante il kirtan, Dio dev’essere l’alfa e l’omega di qualunque cosa si faccia. Quando leggete, leggete di Lui; quando parlate, parlate di Lui; e quando cantate, cantate le Sue lodi. Queste tre pratiche sono realmente la stessa cosa; ma siccome le persone rispondono in maniera diversa, la stessa cosa è espressa in tre maniere differenti per soddisfare i diversi temperamen­ti e le capacità d’assimilazione. Nell’essenza c’è solo e soltanto Lui, anche se ciascuno ha il proprio sentiero personale che porta a Lui. Il sentiero adatto dipende dalla predilezione personale, basata sul carattere specifico delle attitudini interiori.

 

Prendiamo ad esempio lo studio del vedanta. Alcuni ricercatori vi s’immergono completamente, mentre altri possono rimanere talmente assorti nel kirtan da cadere in trance.

 

Uno studente del vedanta può essere completamente assorto nei suoi testi, anche più di colui che viene trascinato dal kirtan. Si potrà pervenire alla concentrazione totale mediante lo studio di una particolare scrittura o con altri mezzi, secondo la propria particolare linea d’approccio.

Prima viene l’ascolto, poi la riflessione, e infine la messa in atto di quanto si è udito e ponderato. Ecco perché bisogna prima di tutto ascoltare, per potere poi scegliere il vedanta o il kirtan o qualsiasi altra cosa.

 

Non avete mai incontrato persone che non danno peso al kirtan e che dicono: “Che c’é da guadagnare con esso?”; nondimeno, dopo averlo ascoltato per qualche tempo, sviluppano una forte attrazione. Bisogna dunque ascoltare prima di poter riflettere; in seguito ciò che è stato ascoltato e ponderato prenderà forma nell’azione più adatta alla persona in questione. Ascoltare discorsi su Dio o sulla Verità è certamente benefico, a condizione che non si sia mossi da uno spirito di critica negativa o di denigrazione se dovessero esservi differenze d’opinione. Trovare difetti negli altri crea ostacoli per tutti: per chi critica, per chi è criticato e per coloro che ascoltano le critiche. Al contrario, quanto è detto in uno spirito di confronto è fruttuoso per tutti. Si può parlare di satsang* solo quando non c’è più il pensiero di considerare qualcosa inferiore o biasimevole (asat).

 

Chi è un vaishnava? Chi vede Vishnu ovunque. E uno shakta? Chi vede solo la Grande Madre e nient’altro che Lei. In verità tutte le diverse forme di pensiero hanno origine da una sorgente comune. Allora, chi dev’essere biasimato, chi dev’esse­re insultato o distrutto? Tutti sono uguali nell’essenza.

 

Tu sei la Madre, Tu sei il Padre,

Tu sei l’Amico e il Maestro,

Invero, Tu sei tutto in tutti.

Ogni nome è il Tuo Nome,

Ogni qualità è una Tua Qualità,

Ogni forma è davvero la Tua Forma.

 

Come puro Essere non manifesto, Egli è anche dove non esistono forme. Dipende tutto dalla propria linea d’approccio.

 

Non si dice che ciò che gli shivaiti considerano il supremo (parama) Shiva, e che coloro che ricercano il Sé chiamano l’Unico Sé, non sia altro che lo stesso Brahman?  In realtà non vi è contraddizione. Finché si percepisce la minima differenza, sia pure dello spessore di un capello, come si può parlare dello stato del puro Essere?

 

Per questo, indipendentemente dal sentiero che si sceglie, è sempre Quello. Vedanta* in effetti significa la fine di differenza e non-differenza.

 

Quando si è impegnati nella sadhana, ci si deve concentrare in un’unica direzione; ma cosa avviene una volta completata? Cessa ogni differenza, distinzione e disaccordo. Le differenze invero esistono sul sentiero, ma come potrebbero esserci differenze nella Meta?

 

*) – Un gioco di parole: Sat significa Vero Essere, il Bene; satsang l’associarsi con il bene, e anche riunione religiosa. Asat, il contrario di Sat, significa non-essere, male, errore. Trovare dunque il male (asat) in una riunione religiosa (satsang) è una contraddizione in termini.

*) – Vedanta: la parte finale o il culmine della saggezza Vedica. Qui Mataji gioca con le parole Veda e bheda o differenza. In bengali le lettere b e v si pronunciano allo stesso modo. Anta significa ‘fine’.

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo III

 

 

Solan, 16 settembre 1948

 

Una signora* appartenente ad una ben nota famiglia indiana, che si era distinta per aver dedicato la sua vita al servizio sociale, venne per avere il darshan di Mataji e chiese:

 

La capacità di meditare viene con la pratica in questa vita o è un’attitudine che si acquisisce nelle vite precedenti?

 

Mataji: Può essere il risultato di una delle due o la combina­zione di entrambe. La meditazione va praticata ogni giorno della propria vita. Guarda, cosa c’è in questo mondo? Nulla di durevole; perciò volgi il tuo desiderio all’Eterno. Prega affinché il lavoro compiuto tramite te, Suo strumento, possa essere puro. RicordaLo in ogni azione. Più puro sarà il tuo pensiero, più sottile sarà il tuo lavoro. In questo mondo ricevi una cosa e domani potrebbe essere già sparita. Ecco perché la tua vita dev’essere animata da uno spirito di servizio; qualunque cosa tu faccia, pensa che il Signore accetta i tuoi servizi. Se desideri la pace devi aver caro il pensiero di Lui.

 

Domanda: Quando ci sarà pace sulla terra?

 

Mataji: Sai qual è lo stato attuale delle cose; le cose vanno come sono destinate ad andare.

 

Domanda: Quando cesserà questo stato d’agitazione?

Mataji: Anche il fatto che molti di voi siano preoccupati e chiedano: “Quando finirà?”, è uno dei Suoi modi di manifestarSi.

Jagat (mondo) significa movimento incessante, e ovviamente non può esservi quiete nel movimento. Come potrebbe esservi pace nel perpetuo andare e venire? La pace regna dove non c’è andare né venire, né struggersi né bruciarsi. Inverti il tuo corso, vai verso di Lui; allora ci sarà speranza di pace.

Grazie al tuo japa e alla tua meditazione, anche quelli che ti sono vicini trarranno giovamento dalla benefica influenza della tua presenza. Per sviluppare il gusto della meditazione devi fare uno sforzo deliberato e sostenuto, come i bambini che vanno fatti sedere a studiare sia con la persuasione sia con la forza. Un malato può guarire se prende le medicine o gli fanno delle iniezioni. Anche se non sei incline a meditare, conquista la tua riluttanza e fai una prova. L’abitudine d’innumerevoli vite ti spinge nella direzione opposta e ti rende difficile concentrarti; persevera malgrado ciò! Con la tua tenacia guadagnerai forza e sarai forgiata, vale a dire svilupperai la capacità di fare sadhana. Convinci la tua mente che, per quanto arduo, il compito va svolto. Fama e riconoscimento durano solo per poco; non t’accompagneranno quando lascerai questo mondo. Se il tuo pensiero non si volge naturalmente all’Eterno, fissacelo con uno sforzo di volontà. Qualche severo colpo del destino ti spingerà verso Dio, e sarà solo un’espressione della Sua Misericordia. Per quanto doloroso, è con questi colpi che s’impara la lezione.

L’ostinazione della mente va vinta con fermezza. Che la mente collabori o meno, devi essere irremovibile nella determinazione di compiere senza fallo un certo numero di pratiche – semplicemente perché la sadhana è il vero lavoro dell’uomo. A lungo sei stata abituata a compiere azioni che incatenano; per questo sei continuamente spinta a legarti all’attività dalla forza delle abitudini. Se farai per qualche tempo un serio sforzo, potrai vedere da sola quanto sei presa dal tuo lavoro, e più t’impegnerai nella sadhana più veloce sarà il tuo progresso.

Per quanto riguarda l’abbandono di sé: sforzandosi di vivere costantemente una vita di dedizione, un giorno accadrà. Che significa abbandono, se non abbandonarsi al proprio Sé? Ricorda ciò che questa tua piccola figlia** ti chiede di fare!

 

*) – La signora Rameshwari Nehru.

**) – Spesso Mataji si riferiva a se stessa in questi termini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo IV

 

 

Solan, 11 settembre 1948

 

Vennero un funzionario di stato e sua moglie per il darshan di Mataji; l’incontravano per la prima volta. Mataji rispose ad una loro domanda:

 

Se affermate di non avere fede, dovete esserne profonda­mente convinti. Dove c’è il ‘no’, è potenzialmente presente anche il ‘sì’. Chi può affermare di essere oltre la negazione e l’afferma­zione? Avere fede è imperativo. L’impulso naturale di avere fede in qualcosa, profonda­mente radicato nell’uomo, sfocia nella fede in Dio. Per questo la nascita umana è un dono molto grande. Non si può dire che qualcuno non abbia fede. Tutti credono sicuramente in una cosa o nell’altra.

La parola ‘manus’ (uomo) deriva da ‘man’ (mente) e ‘hus’ (conscio), e indica la consapevolezza e la vigilanza della mente. Ciò implica che la vocazione naturale dell’uomo è la conoscenza di Sé. Quando i bambini imparano a leggere e scrivere, devono accettare il rimprovero e la critica. Anche Dio ogni tanto dà all’uomo una dolce percossa, che è solo un segno della Sua misericordia. Dal punto di vista del mondo questi colpi sono considerati estremamente dolorosi, ma in realtà trasformano il cuore e conducono alla pace; turbando la felicità mondana, inducono l’uomo a cercare il sentiero della beatitudine suprema.

È vero che il corpo vive respirando, e che dunque c’è sofferenza.*

Ci sono due tipi di pellegrini sul cammino della vita: il primo è come un turista, che desidera vedere cose interessanti, andare da un posto all’altro, passare rapidamente per gioco da un’esperienza all’altra. Il secondo percorre il sentiero che pertiene alla vera essenza dell’uomo e che porta alla sua vera dimora, alla conoscenza di Sé. Nel viaggio intrapreso per amore della curiosità e del piacere s’incontrerà certamente il dolore. La sofferenza è inevitabile finché non si ritrova la propria vera dimora. La causa originaria della sofferenza è il senso di separazione, che è fondato sull’errore, sulla concezione della dualità. Ecco perché il mondo è chiamato ‘du-niya (basato sulla dualità).

Il credo di un uomo è fortemente influenzato dal suo ambiente; per questo deve scegliere la compagnia dei santi e dei saggi. Credere significa credere nel proprio Sé, non credere è scambia­re il non-sé per il Sé.

Ci sono esempi di realizzazione avvenuti per grazia di Dio; altre volte si può constatare che Egli risveglia nell’individuo un ardente desiderio di verità. Nel primo caso la realizzazione avviene spontaneamente, nel secondo è causata dalle tribolazioni; ma tutto è opera soltanto della Sua misericordia.

L’uomo pensa di essere l’autore delle sue azioni, ma in effetti ogni cosa viene diretta da ‘Lì’; si è collegati ‘Lì’ come ad una centrale elettrica, tuttavia l’uomo dice: ‘Io faccio’. È meraviglioso! Quando malgrado ogni sforzo non si riesce a prendere il treno, questo fatto non mostra chiaramente da dove sono diretti tutti i nostri movimenti? Qualunque cosa accada ad ognuno, ovunque e in qualsiasi momento, è stabilito da Lui; i Suoi piani sono perfetti. Tra Dio e l’uomo esiste un legame eterno; ma nel Suo Gioco questo legame a volte c’è e altre volte è tagliato o, piuttosto, appare tagliato. In realtà non è così, perché il legame è eterno. Osservato da un altro punto di vista, non c’è alcun legame. Un uomo che venne a trovare questo corpo disse: “Sono per voi un nuovo venuto”; ed ebbe la risposta: “Davvero sempre nuovo e sempre vecchio!”.

La luce del mondo viene e va, è instabile. La Luce eterna non può mai estinguersi: vedete la luce esterna e tutte le altre cose dell’universo mediante questa Luce; potete percepire la luce esterna solo perché essa splende sempre dentro di voi. Potete vedere ogni cosa nell’universo solo grazie alla grande Luce che è in voi; potete acquisire conoscenze di qualsiasi tipo solo perché la Conoscenza Suprema dell’essenza delle cose giace nascosta nelle profondità del vostro essere.

Il cervello umano può essere paragonato alla radice di un albero; se si annaffia la radice, il nutrimento giunge ad ogni parte della pianta. A volte dite che il vostro cervello è stanco. Quando succede? Quando siete troppo presi dalle cose esterne; ma non appena tornate a casa e parlate con i vostri cari, la vostra testa diventa più leggera e vi mostrate pieni di gioia. Per questo si dice che poiché il cervello vi appartiene, il lavoro che fate non può stancarvi. In effetti, ogni lavoro è il vostro lavoro; ma come potete comprenderlo? In verità il mondo intero è vostro, del vostro Sé; ma voi lo percepite separato, così come vedete gli ‘altri’. Sapere che è vostro dà felicità, l’idea che è separato da voi causa sofferenza. Percepire la dualità significa dolore, conflitto, lotta e morte. Pitaji,* praticate qualche tipo di sadhana!

Interlocutore: È tutto nelle mani di Dio.

Mataji: Esattamente! Tenetelo sempre in mente: ogni cosa è nelle mani di Dio e voi siete il Suo strumento, che Lui usa come vuole. Cercate di capire il significato di ‘tutto è Suo’, e vi sentirete subito libero da ogni peso. Quale sarà il risultato del vostro abbandono? Nessuno vi sembrerà estraneo, tutto sarà il vostro intimo Sé.

Dissolvete il senso di separazione con la devozione oppure bruciatelo con la conoscenza; cosa si dissolve o brucia? Solo ciò che per sua natura può essere dissolto o bruciato, cioè l’idea che esista qualcos’altro oltre il Sé. Che succederà allora? Conoscerete il vostro Sé.

Tutto è possibile in virtù del potere del guru; perciò cercate un guru. Nel frattempo, poiché tutti i nomi sono il Suo nome, tutte le forme le Sue forme, sceglietene una e fatene la vostra perenne compagna. Nello stesso tempo Lui è anche senza nome e senza forma; per il Supremo è possibile essere qualunque cosa e anche nulla. Finché non trovate un guru, siate devoto al nome o alla forma di Lui che più vi attrae, e pregate incessantemente che Lui vi si riveli come il Sadguru. In verità il guru è dentro, e finché non scoprite il guru interiore nulla può essere consegui­to. Se non sentite il desiderio di rivolgervi a Dio, sviluppatelo praticando una sadhana quotidiana, proprio come fanno i bambini a scuola, che devono seguire un orario stabilito.

Se la preghiera non sgorga spontaneamente dal vostro cuore, chiedetevi: “Perché trovo piacere nelle cose fugaci di questo mondo?”. Se desiderate ardentemente una cosa esterna o vi sentite particolarmente attratti da una persona, fermatevi e dite a voi stesso: “Guarda, stai per essere incantato dal suo fascino!”. Esiste un luogo in cui non vi sia Dio? La vita di famiglia, l’ashrama del capofamiglia, può condurvi ugualmente nella Sua direzione, a condizione che l’accettiate come ashrama. Vissuta in questo spirito, aiuta l’uomo ad avvicinarsi alla realizzazione del Sé.

Se invece desiderate intensamente cose come fama o posizione, Dio ve le concederà, ma non vi sentirete soddisfatto. Il Regno di Dio è un tutt’uno e, fino a quando non sarete ammessi alla sua totalità, non potrete essere contento. Egli vi concede giusto un minimo, solo per tenere vivo il vostro malcontento, poiché senza malcontento non può esservi progresso. Voi, che siete discendenti dell’Immortale, non potrete mai rassegnarvi al regno della morte, né Dio vi permetterà di restarci. Lui stesso suscita in voi un senso d’incompletezza concedendovi una piccola cosa solo per stimolare il vostro desiderio di qualcosa di più grande. È così che Lui vi spinge avanti. Il viandante trova difficile questo sentiero e si sente turbato, ma chi ha occhi per vedere percepisce chiaramente che il pellegrino avanza. Il dolore che si prova riduce in cenere il piacere che deriva dalle cose del mondo. Questo è ciò che si chiama tapasya. Quel che ostacola il sentiero spirituale porta con sé i semi della sofferenza futura; ma l’angoscia e l’intenso dolore che deriva da queste ostruzioni sono l’inizio di un risveglio alla Coscienza.

 

 

*) – La vita umana, e quella animale in generale, dipende dal respiro, che è un elemento di disturbo nell’equilibrio universale. L’intera creazione è caratterizzata da questo ‘disturbo’. Il processo del respiro implica un duplice movimento, verso l’interno e verso l’esterno, e una pausa regolare tra i due. Lo stato d’armonia si può raggiungere liberandosi dallo stimolo al movimento, pervenendo al riposo, alla calma e alla pace; ciò è possibile mediante lo yoga. Quando si è in uno stato di perfetto equilibrio, non c’è più bisogno di respirare.

 

 

 

 

Capitolo V

 

Solan, 21 settembre 1948

 

Una ragazza si rivolse a Mataji e disse:

Quando siedo per meditare non desidero contemplare alcuna forma, ma com’è possibile meditare sul senza forma? Ho notato che a volte, quando cerco di meditare, immagini di divinità fluttuano davanti alla mia mente.

 

Mataji: Devi contemplare qualunque immagine sorga nella tua mente. Osserva in quale forma Dio ti Si manifesta. La stessa forma non soddisfa tutti. Per alcuni può essere di maggiore aiuto Rama, per altri Shiva, per altri Parvati e per altri ancora il Senza-forma. Lui è certamente senza forma ma, nello stesso tempo, osserva in quale forma particolare ti appare per mostrarti la via. Devi contemplare in ogni particolare qualunque Sua forma si presenti alla tua mente.

Procedi così:

Quando siedi a meditare, contempla dapprima la forma di una divinità; immaginala seduta sul suo trono, inchinati davanti a lei e fai japa. Terminato il japa inchinati ancora una volta e, dopo averla installata nel tuo cuore, alzati dal seggio. Questa potrebbe essere in breve la tua pratica, se non riesci a meditare sul Brahman.

Abbi la ferma convinzione che in ogni momento, senza eccezioni, Egli sta facendo e farà ciò che è meglio per te. Pensa così: “Egli si è rivelato a me in questo particolare aspetto per aiutarmi. Egli è con forma e senza forma; l’intero universo è in Lui ed è pervaso da Lui. Per questo si dice: ‘Il Sadguru è il Maestro del mondo e il Maestro del mondo è il Sadguru”’.

Quel che ho detto è inteso particolarmente per te. La stessa cosa non vale per tutti. Più Lo contempli, più rapido sarà il tuo progresso. Se nella tua mente sorge un’immagine di Lui, è Lui, così com’è Lui il Senza-forma. Osserva ciò che viene spontaneamente.

Capitolo VI

 

 

Benares, 18 agosto 1948

 

Domanda: Come può la meditazione su un aspetto particolare condurre alla meditazione del tutto? È possibile concentrarsi completamente solo su un aspetto. Si dice che quando si è assorti in meditazione, vi sia una graduale espansione della coscienza; e che quando la mente raggiunge ciò che è oltre la sua capacità di comprensione, si dissolva spontanea­mente (laya). Non c’è più la meditazione, ma la conoscenza divina (Jnana). Alcuni sostengono questa teoria, ma non capisco come, con questo metodo, la mente possa pervadere tutto.

Mataji: La meditazione (dhyana), quando è veramente tale, avviene spontanea­mente. Deve venire da sé, senza sforzo. Dite poi che la mente si dissolve (laya), ma qual è la sua origine?

Interlocutore: Il Sé (Atman). La Sruti afferma che essa è stata emanata dal Sé come un’ombra.

Mataji: Dove c’è nascita, ci dev’essere dissoluzione (nasa); volete dire questo? Se fosse così, la mente dovrebbe riemergere. Dite che non riuscite a capire l’onnipresenza della mente; questo è naturale, perché non è una cosa che si può afferrare – non è una cosa né può essere afferrata. Voi fate l’esperienza dei piaceri e delle sofferenze del mondo; d’altra parte, durante la meditazione godete di una temporanea felicità o beatitudine. Anche questa è un’esperienza, vero? Anche se di natura leggermente diversa dalla prima.

Quando un uomo descrive o riferisce un’esperien­za, dopo essere sceso dalle altezze dell’estasi divina (samadhi), ciò vuol dire che per lui esistono ancora ascesa e discesa, altrimenti perché dovrebbe usare quelle espressioni? C’è però uno stato in cui ascesa e discesa sono fuori questione. Potreste sostenere che la mente va considerata esistente in samadhi, anche se in uno stato d’assorbimento; altrimenti, uscendo dal samadhi, come potrebbe quella persona parlare delle esperien­ze che ha avuto in quello stato? Potreste ancora sostenere che la sua è una mente purificata. Sto parlando dal vostro punto di vista. Sul sentiero si hanno delle esperienze. Tra i due tipi d’esperienza appena menzionati c’è una differen­za; ma appartengono entrambi alla mente, sebbene a livelli differenti – anche ciò che chiamate samadhi.

Vi è un altro stato ancora in cui non si può parlare d’ascesa e discesa, e di conseguenza neppure di un corpo. Se sorgesse ancora la questione del corpo o dell’azione o qualsiasi altro problema, significherebbe che non si è raggiunto quello stato. Quando dite che la mente si dissolve (laya), in che cosa si dissolve?

Interlocutore: Nel Sé, naturalmente.

Mataji: La mente si dissolve come il sale nell’acqua; è questa la vostra idea? Da un certo punto di vista può sembrare così. Nel caso di una dissoluzione di questo tipo, uno yogi perfetto può risuscitare di nuovo la mente.

Interlocutore: Pensavo ad una distruzione totale (nasa).

Mataji: Distruzione (nasa) o dissoluzione (laya)? Na Sa signi­fica ‘non Lui, na Sva* ‘non il Sé’; è questo che si definisce distruzione? Quando la distruzione è distrutta, rimane Quello. Considerate l’annientamento della mente-ego (manomasa) la sua dissoluzione (laya)?

Interlocutore: Come posso intenderlo?

Mataji: Sta al guru indicare il metodo; egli vi mostrerà la via per comprendere e v’istruirà nella sadhana. Vostro compito sarà continuare a praticarla fedelmente. Il frutto viene spontaneamen­te sotto forma di rivelazione del Sé. Il potere d’afferrare l’inafferrabile si manifesterà a suo tempo tramite il guru. Quando ci si chiede: ‘Come devo procedere?’, la realizzazione non è stata, ovviamente, ancora raggiunta. Non allentate dunque i vostri sforzi finché non ci sarà l’Illuminazione. Fate che non ci siano buchi a interrompere il vostro sforzo, poiché un buco produrrà un vortice. Il vostro sforzo dev’essere continuo come il fluire dell’olio, dev’essere un flusso costante e ininterrotto.

Non importa se non riuscite a controllare il bisogno di cibo e sonno; il vostro scopo dev’essere quello di non permettere intervalli nella pratica della sadhana. Non vedete che le necessità di cibo e sonno, ciascuna al suo momento, sono senza eccezioni dei bisogni ricorrenti? Proprio allo stesso modo, nella ricerca della verità dovete aspirare alla continuità. Una volta che la mente, nel corso del suo movimento, percepisce il tocco dell’Indivisibile – se solo poteste afferrare quel momento! – in quel Supremo Momento sono contenuti tutti i momenti e, quando l’avrete catturato, tutti i momenti saranno vostri.

Prendete per esempio i momenti di congiunzione (sandhikshana) all’alba, a mezzogiorno e al crepuscolo, quando si rivela il potere collegato al punto di contatto – dove s’incontrano l’andare e il venire. Ciò che chiamate ‘scarica elettrica’ è solo l’unione di due opposti; ed è così che l’Essere Supremo Si manifesta al momento della congiunzione. In realtà Esso è presente in ogni singolo momento, ma voi non lo percepite. È questo che dovete afferrare, e potete farlo nel punto di congiunzione, in cui gli opposti si fondono. Nessuno può predire quando si rivelerà quel fatidico Momento per ogni individuo; perciò continua­te a praticare incessantemente.

Che cosa sia esattamente quel grande Momento dipende dalla particolare linea d’approccio di ognuno. Il momento in cui siete nati non determina e regola il corso della vostra vita? Similmente, ciò che conta per voi è il momento in cui entrerete nella corrente che costituisce il movimento del vostro vero essere, l’andare avanti o, in altre parole, il grande pellegrinaggio. Fino a quando questo non succede, la perfezione non può essere ottenuta. Ecco perché per alcuni discepoli il guru stabilisce delle ore particolari per la sadhana, quali l’alba, il tramonto, mezzogiorno e mezzanotte; questi sono i quattro momenti prescritti di solito. Il discepolo ha il dovere di mettere in pratica diligentemente gli ordini del guru, che variano secondo il temperamento e la predisposizione dell’aspirante. Lo stesso metodo non si addice a tutti. La persona comune può ignorare la particolare combinazione dei fattori necessari per portare a completamento gli aspetti fin qui trascurati del suo essere; per questo è essenziale obbedire alle istruzioni del guru. Il Momento decisivo è destinato a manifestarsi non appena, sia per la vostra attitudine mentale sia per le vostre azioni, sarete pronto. Cercate dunque di seguire rigorosamente il sentiero indicatovi dal guru, e vedrete che ogni cosa accadrà spontaneamente.

Una parte delle ventiquattrore del giorno va decisa­mente dedicata a Dio. Terminate, se possibile, di praticare regolarmente il japa di un particolare Nome o mantra mentre sedete in una certa posizione, e aumentate gradualmente il tempo o il numero delle ripetizioni. Non c’è bisogno di aumentare ogni giorno. Fissate il ritmo e l’intervallo di quanto aumenterete, per esempio ogni quindici giorni oppure ogni settimana. Impegnatevi nella Ricerca di Dio in questo modo. Ovunque siate, prendete rifugio in Lui, fate di Lui la vostra Meta. Quando in virtù di questo sforzo v’immergerete profonda­mente in quella corrente e vi dedicherete sempre più tempo, sarete trasformato e i vostri desideri per i piaceri dei sensi s’indeboliranno; allora raccoglierete il frutto dei vostri sforzi. Potreste arrivare a sentire che il corpo può andarsene in qualunque istante, che la morte può arrivare in qualunque momento.

Così come nell’universo c’è una creazione sempre nuova, allo stesso modo la vostra reazione mentale e psicologica nei suoi confronti subisce un cambiamento costante. Se procederete nella maniera indica­tavi, vedrete che i vostri interessi esterni svaniranno gradualmente e la vostra visione si volgerà all’interno. Più intensa sarà la vostra ricerca, più vaste le possibilità che vi si apriranno, e la sofferenza diminuirà in proporzione al vostro progresso e non crescerà più. Si dice anche che il karma è estinto dal karma; vale a dire, gli effetti delle azioni passate sono neutralizzati dalle azioni contrarie. Se venisse veramente estinto, potrebbe accadere in brevissimo tempo. Anche quando non riceve cibo, il corpo non smette d’assimilare nutrimento; in questo caso si dice che comincia a consumare la sua stessa carne. Come nutrite il corpo, così dovete prendervi cura di tutto ciò che riguarda il vostro benessere spirituale; solo allora prospererete sotto questo aspetto. Chi può dire in quale momento divamperà la fiamma dell’illuminazione? Per questo dovete continuare costantemente i vostri sforzi senza venire mai meno. Sarete assorbiti sempre più profondamente in Lui. Lui e solo Lui occuperà i vostri pensieri e i vostri sentimenti, perché la mente cerca sempre ciò che le dà il giusto sostentamen­to, e questo può venire solo dallo Stesso Essere Supremo. Sarete allora trasportati dalla corrente che conduce al vostro Sé; più gioia troverete nella vita interiore, meno vi sentirete attratti dalle cose esteriori. La mente sarà, di conseguenza, così ben alimentata dal giusto nutrimento che la realizzazione della sua identità con il Sé potrà avvenire in qualunque momento.

Riguardo al laya, se intendete la dissoluzione della mente in Quello, allora ciò che avete detto è giusto. Il jada samadhi non è desiderabile. Al contrario, dovete realizzare cos’è la mente, chi è. La mente si dissolve in Quello; è questo che intendevate dire? Laya può significare sia che la mente non ha dove andare – in altre parole, che non può più trovare la sua via e quindi è in uno stato di latenza – sia che s’immerge in Quello che è la rivelazione del Sé, e di conseguenza non c’è più possibilità di una sua esistenza separata. Dove c’è la rivelazione del Sé, come può sorgere la questione se la mente viene dissolta oppure no?

Questa risposta è stata data dal punto di vista dal quale avete posto la domanda. Avete cominciato col chiedere in che modo la meditazione su un aspetto particolare può condurre alla meditazione sul tutto. Certo, il tutto è contenuto nella parte; ma per arrivare a realizzare questa verità dovete seguire le istruzioni del guru, che sono piene del Suo potere. Quanto è stato detto dà solo una pallida idea di un solo aspetto dell’intero argomento.

Ci sono poi gli esempi di quando si perde coscienza mentre si siede in meditazione. Alcune persone sono, per così dire, venute meno inebriate dalla gioia, rimanendo in quello stato per tanto tempo. Rinvenendo, hanno affermato d’aver provato una sorta di beatitudine divina, che certo non è la realizzazione. Nella meditazione esiste uno stadio in cui si percepisce una gioia immensa, in cui si è come sommersi in quella gioia. Ma cos’è che viene sommerso? La mente natural­mente. Ad un certo livello ed in alcune circostanze quest’espe­rienza può costituire un ostacolo. Se ripetuta di continuo, si può ristagnare in quel particolare livello e ciò può impedire di gustare l’Essenza delle cose.

Una volta stabilita la vera contemplazione (dhyana), le attrazioni del mondo perdono tutto il loro fascino. Nel caso in cui si facesse esperienza di qualcosa che riguarda la Realtà Suprema o il Sé, non si può dire: “Dove sono stato? In quel momento non sapevo nulla”, perché non può esservi ‘non sapere’. Se fosse ancora possibile descrivere a parole la beatitudine che si prova, sarebbe ancora godimento e quindi un ostacolo. Bisogna essere completamente coscienti, del tutto svegli. Cadere nel torpore o nel sonno yogico non porta da nessuna parte.

Dopo una vera meditazione i piaceri del mondo diventano ripugnanti, grossolani e del tutto insignificanti. Che significa vairagya? Quando ogni singolo oggetto del mondo accende, per così dire, il fuoco della rinuncia, così da fare indietreggiare come per l’effetto di un colpo, allora c’è il risveglio interiore ed esteriore. Questo, però, non significa che il vairagya implichi avversione o disprezzo per le cose del mondo – queste sono semplicemente inaccettabili, il corpo le rifiuta. Non c’è antipatia né collera. Quando il vairagya diventa un’ispirazio­ne vivente, si comincia a discriminare sulla vera natura del mondo, fino a quando, con l’appassionata certezza della percezione diretta, sorge infine la conoscenza del suo carattere illusorio. Ogni cosa che appartiene al mondo sembra bruciare, non si può toccare. Anche questo è uno stato che può presentarsi in un determinato momento.

Ora ciò che amate non vi appare una cosa di breve durata, al contrario sembra rendervi felice; ma nella misura in cui si desta lo spirito di distacco, l’inclinazione per quei piaceri si attenuerà – perché, non sono passeggeri? In altre parole, la morte morirà. Ora che state avanzando verso ciò che è oltre il tempo, la parvenza di felicità prodotta dalle cose mondane sta per essere distrutta. Come risultato vi chiederete: “Cos’è invero questo mondo?”. Finché penserete che il mondo sia da godere tale domanda non si presenterà e poiché state procedendo verso ciò che trascende il tempo, tutto ciò che appartiene al tempo comincerà ad apparirvi nella sua vera luce. Se al ritorno dalla contemplazione continuerete a comportarvi come prima, vuol dire che non siete stato trasforma­to. Quando ci sarà la meditazione autentica, quella che suscita l’indifferenza al mondo, comincerete a struggervi intensamente per il Divino, avrete un gran desiderio di Lui e capirete che nulla di transitorio può appagare o soddisfare questo desiderio.

Come spiegarvelo chiaramente, pitaji? Alcune persone vengono da questo corpo e raccontano che i loro figli e le loro figlie sono saliti su una macchina e sono andati via senza neppure alzare lo sguardo per vedere se i genitori piangevano; sono completamente insensibili al dolore dei loro genitori. Ecco, questo è esattamente ciò che succede ad un certo stadio del sentiero: il piacere del mondo non può toccarvi in alcun modo. Comincerete a pensare: “Le persone che ritenevo più care sono legate a me solo dalla carne e dal sangue. Che significa per me?”. Nessuno mette deliberatamente le mani sul fuoco o calpesta un serpente; proprio allo stesso modo guarderete appena gli oggetti dei sensi e andrete da un’altra parte. Allora entrerete nella corrente che vi porterà nella direzio­ne opposta e in seguito, quando vi libererete anche del non-attaccamento, non ci sarà problema di attaccamento o non-attaccamento – ciò che è, è Quello. Alcuni dicono che con uno sforzo costante si può ottenere l’Illuminazione. Ma è vero che lo sforzo può produrre l’Illuminazione? L’Illuminazione dipende dall’azione?

Il velo viene distrutto, e una volta fatto questo si rivela Quello che È. Ciò che si ritiene frutto dello sforzo è solo l’illuminazione dell’aspetto particolare verso cui è stato diretto lo sforzo. La luce senza velo (niravaran prakasha) è Lui, l’Eterno. Il guru sa qual è la giusta linea d’approccio per ogni individuo.

Domanda: A volte si sente che gli oggetti dei sensi esistono realmente, e altre volte che sono semplicemente delle idee. Perché la stessa cosa appare così diversa in occasioni differenti?

Mataji: Perché siete nella morsa del tempo. Non avete ancora raggiunto lo stato in cui ogni cosa è percepita soltanto come Sé,* non è vero? Qui sta la soluzione di tutto il problema. Il vostro modo di sentire è buono, giacché il vostro sentimento è legato alla ricerca suprema; e poiché nulla va mai perduto, ciò che avete realizzato anche per un secondo un giorno o l’altro porterà frutto. Allora la conoscenza delle vere caratteristiche di ciascun elemento (tattva) balenerà nella vostra coscienza, rivelando che cosa sono l’acqua, l’aria, il cielo, ecc., e quindi che cos’è la creazione, come boccioli che si dischiudono all’improvviso. Fiori e frutti esistono solo perché sono contenuti in potenza nell’albero, perciò dovete mirare a realizzare il solo Elemento supremo (Tattva) che farà luce su tutti gli elementi.

Avete chiesto cosa sono gli oggetti dei sensi: un oggetto dei sensi (vishaya)** è ciò che contiene veleno, è pieno di male e spinge l’uomo verso la morte; mentre libertà dal mondo degli oggetti dei sensi (nirvishaya) – in cui non vi è traccia di veleno – significa immortalità.

Domanda: Rimane tuttavia qualcosa del cocente dolore del vairagya!

Mataji: Cosa produce la sensazione di bruciore? Sicuramente una ferita! L’infiammazione c’è a causa sua; ma di chi è la ferita? Se non c’è ferita, non può esserci dolore. Qui sta l’inganno; fino a quando la Realtà non si rivela, la ferita continuerà a far male. Se l’infiammazione è un processo di guarigione, naturalmente è benefica. Il paziente che cade incosciente non è consapevole del dolore. Potete vedere come l’uomo annega nel piacere, nella rovina e nel dolore; e certo questo non è ciò che si desidera! Questa è la via del mondo, con le sue interminabili incertezze***. Potete dire perché ci si sente angosciati?

Interlocutore: Si è spinti in due direzioni:  verso Dio e verso il piacere dei sensi. Questo causa angoscia.

Mataji: Il vostro problema è che sentite il desiderio di rinunciare, ma non potete realizzarlo. Lasciate che questo desiderio si desti nel vostro cuore; il fatto che si agiti significa che il tempo in cui sarete in grado di rinunciare s’avvicina.

Ottenete l’oggetto che bramate e tuttavia siete insoddisfatto; e se non riusciste a ottenerlo, sareste ugualmente deluso. La disillusione che provate nell’appagare il vostro desiderio è salutare; ma l’angoscia del desiderio inappagato delle cose che non siete riuscito ad ottenere vi conduce verso ciò che è morte, verso la miseria.

Interlocutore: I desideri dei sensi non possono mai essere appaga­ti; più si ha, più si desidera. L’appagamento dei desideri mondani genera soltanto desideri più grandi.

Mataji: Il mondo stesso è una manifestazione del desiderio, e quindi l’angoscia dovuta al mancato appagamento deve necessariamente continuare. Per questo si dice che nella vita umana ci sono due correnti: una relativa al mondo, in cui un desiderio segue l’altro; e l’altra relativa al proprio vero Essere. Caratteristica della prima è che non potrà mai finire nell’appagamento; al contrario, il senso di bisogno viene perpe­tuamente stimolato. Entrando invece nella seconda corrente l’uomo si stabilirà nella sua vera natura e porterà a compimento lo sforzo che ne è l’espressione. Se farà lo sforzo di realizzarsi entrando in questa corrente, essa infine lo condurrà all’equilibrio perfetto del suo vero Essere.

Domanda: E l’angoscia di non aver trovato, l’angoscia dell’as­senza di Dio? Io non ho desiderio dei piaceri dei sensi, ma essi vengono a me e sono costretto a farne esperienza.

Mataji: Ah, ma l’angoscia di non aver trovato Dio è salutare! Ciò che mangiate lascia un sapore nella vostra bocca. Portate ornamenti perché lo desiderate, perciò dovete sopportar­ne il peso, tuttavia quel peso è destinato a cadere, perché è qualcosa che non può durare, non è così?

Domanda: Vi sono esempi in cui una persona illuminata può essere ancora nell’ignoranza?

Mataji: Dite che una persona è illuminata, e nello stesso tempo affermate che può essere soggetta all’ignoranza? Una cosa del genere, pitaji, è impossibile. C’è però uno stato di realizzazione che non è mantenuto sempre e in cui è possibile che si verifichi quanto suggerite – ma mai in un caso di realizzazione finale. In qualunque modo possiate percepire un Essere Illuminato, Egli rimane ciò che è. Come potrebbe essere possibile l’ignoranza in ciò che viene chiamata Conoscenza Suprema? Parlare d’ignoranza riferendosi ad un uomo realizzato è un esempio di Conoscenza Suprema scambiata per ignoranza. Per questo parlate di ascesa e discesa. Come non si pone la questione del corpo per chi è liberato, così per lui non può esserci alcuna questione di salire e scendere; tuttavia, vi è uno stato di realizzazione in cui esistono realmente ascesa e discesa.

 

 

*) – Un gioco di parole: samaya e svamayi si pronunciano allo stesso modo. Samaya = tempo; svamayi = permeato dal Sé.

**) – Vishaya = oggetto dei sensi. Vish = veleno; hay = è.

***) – Samsara = mondo. Samsaya = incertezza.

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo VII

 

 

Solan, 19 settembre 1948

 

Qualcuno parlò a Mataji di un uomo che, senza alzarsi dal suo seggio, produceva ogni sorta di oggetti: fiori, ghirlande, dolci, ecc., che apparivano semplicemente nelle sue mani. Mataji raccontò allora un episodio che aveva avuto luogo a Dacca molti anni prima.

Mataji: Che numero incredibile di episodi simili ha visto questo corpo! Di regola questo corpo non fa commenti su cose del genere, ma in una particolare occasione in qualche modo accadde qualcosa di piuttosto insolito. Quando venne una certa donna, sentii di dovermi stendere sul suo grembo. Non appena lo feci, notai distintamente che nel sari della donna, all’altezza della cintola, era legato un involto contenente diverse cose. Tutti cominciarono a chiederle di mostrare gli oggetti che materializzava con mezzi sovrannaturali, perché molti l’avevano vista farlo altre volte. Molti avevano sentito dire che nelle sue mani appariva sponta­neamente anche il prasad del tempio di Kali a Dakshineshwar. Questo corpo disse: “Potrei scoprirlo ancor prima che arrivi da lì; ma volete che lo faccia?”. La donna disse: Sì, naturalmente!”. La domanda fu ripetuta molte volte, e ogni volta lei e i suoi devoti rispondevano: “Sì, per piacere!”. Questo è quanto accadde. Proprio così, questo corpo non tirò fuori nulla con le sue mani – accadde spontanea­mente solo quanto era destinato ad accadere.

In seguito una devota della donna s’avvicinò a questo corpo e chiese: “Ma, voi non umiliate mai nessuno, e certamente non in pubblico. Perché l’avete fatto in questo caso?”. Le fu risposto: “Sì, come sapete di regola questo corpo non interferisce con i modi innati di alcuno; tuttavia, che si tratti dell’evento più ordinario o del più straordinario – chiamatelo come vi pare – la regola che ha seguito questo corpo fino ad oggi è stata semplicemente questa: qualunque cosa sia destinata ad accadere accade spontaneamente. Quando è arrivata quella donna, questo corpo l’ha accolta con grande rispetto, offrendole il suo stesso asana e mettendole una ghirlanda intorno al collo. Tutti erano felici! Ogni forma, ogni espressione, è Lui e Lui soltanto. Quel giorno questo corpo non manifestò nulla, ma la donna affermò di sua spontanea volontà: ‘Tornerò di nuovo domani!’. L’avete sentito tutti, no? Cosa accadde dopo fu il Suo modo di rivelare Se Stesso. Ditemi, che c’era da fare? Con qualunque metodo Lui possa scegliere d’insegnare a qualcuno, in qualsiasi momento – per quanto riguarda questo corpo, esso non ha un proprio desiderio – è per il bene (‘ja hoye jay’)”.*

Quando (nei primi tempi) questo corpo soleva fare pranam a ogni creatura, fosse un insetto, un ragno, un cane o un gatto, lo faceva nella piena consapevolezza della presenza dell’Essere Supremo in ogni cosa.

‘Qualunque cosa accada è bene’ – che altro si può dire. Ricorrere alla falsità o all’inganno non può mai essere per il proprio bene. Chi inganna sarà ingannato. D’altro canto, anche la falsità può essere mutata in verità. Qualcuno può imbrogliare deliberatamente, ma grazie alla sincerità dei suoi discepoli la verità sarà portata alla luce. Come risultato il discepolo supererà il guru. Il proponimento di trovare la verità condurrà inevitabilmente alla sua rivelazione. Dissi alla devota di quella donna: “Quante volte ho chiesto a voi tutti: ‘Devo scoprirlo?’; e senza eccezioni m’avete pregato di farlo. Cos’altro si può dire?”.

Accadono una quantità di episodi simili! Ascoltate la storia di una giovane donna, che al minimo stimolo andava in ‘samadhi’ – così almeno la gente credeva. Sembrava divenire senza vita, le sue mani e i suoi piedi diventavano freddi. Quando venne da questo corpo, andò ugualmente in quello strano stato che la gente scambiava per samadhi. Questo corpo chiamava ‘nonna’ la madre della ragazza, poiché erano entrambe dello stesso villaggio. Ella mi disse: “Nipote, ti prego, cerca d’aiutare questa ragazza!”. Compresi perfettamente qual era il problema della giovane, perciò le sussurrai all’orecchio: “Riceverai molto presto una lettera da tuo marito”; e udendo questo rinvenne subito. La notizia della guarigione si diffuse dappertutto. La gente era profondamente disorientata, e si chiedeva quale potente mantra Mataji avesse sussurrato all’orecchio della ragaz­za. In quelle circostanze era davvero il ‘mantra’ appropriato a lei. Lo stato della ragazza era dovuto alla sua preoccupa­zione per il prolungato silenzio del marito.

C’era poi un altro giovane. Quali stati sovrannaturali era solito passare, quanti tipi di visioni ebbe! Per esempio, faceva pranam e rimaneva in quella posizione per ore di seguito, senza alzare la testa e con le lacrime che gli scendevano sulle guance. Diceva di vedere e sentire Sri Krishna che insegnava ad Arjuna, così com’è descritto nella Gita, e che era solito avere molte altre visioni del genere. Questo corpo gli disse che se un sadhaka non può mantenere il fermo controllo della mente può vedere e sentire molte cose, sia illusorie sia genuine, tutte mischiate assieme. Può perfino essere soggetto all’influenza di qualche ‘spirito’ o influsso negativo. Questi fatti, invece di creare una pura aspirazione divina, ostacolano e non aiutano; inoltre, vedere qualcuno in visione o sentirlo rivolgersi a voi, può diventare fonte di soddisfazione o di piacere per l’ego. Non è auspicabile perdere il controllo. Nella ricerca della verità non bisogna farsi sopraffare da nulla, ma si deve osservare attentamente qualunque feno­meno si manifesti, rimanendo pienamente coscienti, comple­tamente svegli, mantenendo di fatto il pieno dominio di sé. La perdita della coscienza e dell’autocontrollo non è mai buona.

 

Nel corso della stessa conversazione Mataji disse:

Lo stesso Signore Buddha è l’essenza dell’Illuminazione. Tutte le parziali manifestazioni di saggezza che vengono nel corso della sadhana culminano nell’illuminazione suprema (bodha svarupa). In maniera simile si può ottenere la conoscen­za suprema (jnana svarupa) o l’amore supremo (bhava svarupa). Come c’è uno stato di conoscenza suprema, così allo zenit del sentiero dell’amore c’è uno stato di perfezione, in cui si realizza che il nettare dell’amore perfetto è identico alla conoscenza suprema. In quello stato non c’è posto per l’eccitazione emotiva; invero, questa renderebbe impossibile il risplendere dell’amore supremo (maha-bhava). Ricordate una cosa: se, seguendo una particolare linea d’approccio, non si perviene a ciò che è la consumazione di ogni sadhana, e cioè la Meta finale, significa che non si è veramente entrati in quella linea. Sulla vetta suprema dell’amore – che è il mahabhava – non può esservi in alcun modo l’esuberanza, l’emozione ecces­siva, e cose del genere. Non bisogna paragonare in alcun modo l’eccitazione emotiva e l’amore supremo: sono completamente differenti.

Quando si è assorti in meditazione, che si sia coscienti o meno del corpo, che ci sia o no un senso d’identificazione con il fisico – in ogni circostanza è imperativo rimanere completa­mente desti; l’incoscienza va rigorosamente evitata. Bisogna mantenere una genuina percettività sia che si contempli il Sé o qualche altra forma particolare. Qual è il risultato di tale meditazione? Essa dischiude il proprio essere alla Luce, a Quello che è eterno. Supponete che il corpo abbia avuto qualche dolore o indolenzimento, ma che dopo la medita­zione si senta perfettamente sano e forte, senza alcuna traccia di stanchezza o debolezza. È come se nel frattempo fosse passato un lungo periodo di tempo, come se non vi fosse mai stato alcun problema. Sarebbe un buon segno; ma se al primo contatto con la beatitudine si fosse tentati di perdersi in essa, e in seguito affermare: “Non posso dire dov’ero, non so”, questo non sarebbe desiderabile. Quando si è in grado di meditare veramente, nella misura in cui si contatta la Realtà si scopre l’ineffabile gioia che si cela perfino negli oggetti materiali.

D’altro canto, se durante la meditazione ci si lasciasse per così dire andare ad una specie di torpore, e in seguito si affermasse d’essere stati immersi nella beatitudine profonda, questo tipo di beatitudine sarebbe un ostacolo. La forza vitale che sembra essere rimasta in sospensione – come quando si ha un senso di grande felicità dopo un sonno profondo – è un indice di ristagno. È un segno d’attaccamento; e quest’attaccamento è un ostacolo alla vera meditazione, poiché si sarà soggetti a volgersi di continuo verso quello stato, giacché dal punto di vista del mondo, che è completamente diverso, sembrerà una fonte di profonda gioia interiore e quindi un segno certo di progresso spirituale. Fermarsi in qualunque stadio ostacola il progresso ulteriore – significa semplicemente che si cessa d’avanzare.

Quando si è impegnati in meditazione ci si deve conside­rare un essere puramente spirituale (cinmayi), risplendente di luce propria, stabilito nella beatitudine del Sé (atmarama), e concentrarsi sul proprio Ishta secondo le istruzioni del guru. Il giovane menzionato prima (quello che soleva avere visioni) era intelligente e quindi in grado di comprendere questo ragionamento. Come risultato, le esperienze spettacolari cessarono e ora pratica la meditazione e gli altri esercizi spirituali in maniera calma e riservata.

In seguito, quando la conversazione si volse di nuovo su dhyana e asana, Mataji disse:

Se passate ora dopo ora seduti in una certa posizione, se divenite assorti mentre sedete in quella posizione e siete incapaci di meditare in qualsiasi altra, vuol dire che traete piacere dalla posizione; e anche questo costituisce un ostacolo. Quando si comincia a praticare japa e meditazione, è giusto esercitarsi e continuare nella stessa posizione quanto più a lungo possibile. Ma quando ci s’avvicina alla perfezione in queste pratiche, non si pone la questione su quanto tempo si rimane in una posizione; in qualsiasi momento e in qualunque posizione – supini, seduti, in piedi o poggiati di lato, secondo il caso – non si può essere più distolti dalla contemplazione del proprio Ideale o Amato.

Il primo segno di progresso si manifesta quando ci si sente a disagio in tutto tranne che nella posizione di meditazione. Niente d’esterno interessa; la sola cosa che attrae è rimanere seduti nella posizione preferita il più a lungo possibile e contemplare l’Oggetto Supremo della propria adorazione, im­mersi in una profonda gioia interiore. Questo segna l’inizio della concentrazione della mente e quindi è un passo nella giusta direzione. Qui, tuttavia, si attribuisce grande importanza alla posizione. Se si rimane in quella posizione finché dura l’inclinazione – fiduciosi che l’Amato non può mai fare del male – e se vi si può rimanere fissi, allora la posizione diventa di straordi­naria importanza. Questo mostra soltanto che ci si sta avvicinan­do alla perfezione nella pratica dell’asana.

In piedi, seduti o camminando – in effetti ogni movimento del corpo è chiamato asana, e corrisponde al ritmo e alla vibrazione di corpo e mente in quel particolare momento. Alcuni aspiranti possono meditare solo seduti nella posizione indica­ta dal guru o prescritta negli shastra, e non altrimenti. È così che si diventa esperti nella meditazione. D’altra parte, si può cominciare la pratica seduti in una qualsiasi posizione normale; ma, non appena si raggiunge lo stato di japa o di dhyana, il corpo assumerà spontaneamente la posizione più appropriata, allo stesso modo in cui si manifesta involontaria­mente un singhiozzo. Man mano che la meditazione diventerà sempre più intensa, le posizioni guadagneranno in perfezione. Se in un pneumatico viene pompata poca aria, rimane sgonfio; ma se si gonfia al massimo della sua capacità, rimane stabile nella sua forma naturale. Similmente, quando si perviene alla vera medita­zione, il corpo si sente leggero e libero, e alzandosi dalla meditazione non si sente fatica o dolore né torpore o indolenzimento nelle membra.

Nella vera meditazione si viene a contatto con la Realtà, e come lascia il segno il contatto con il fuoco, così questo contatto lascia la sua impronta. Che cosa ne risulta? Gli ostacoli svanisco­no, sono consumati dal vairagya o dissolti dalla devozione al Divino. Le cose di questo mondo appaiono insipide e poco interessanti, del tutto estranee; la conversazione mondana perde il suo fascino, diviene priva d’interesse e, in una fase ulteriore, perfino penosa. Quando vengono persi o danneggiati i possessi terreni, la vittima si sente turbata, il che evidenzia la stretta mortale che gli oggetti dei sensi esercitano sulle menti degli uomini. Questo è ciò che si chiama granthi – il nodo che costituisce il senso dell’ego. Per mezzo della meditazione, del japa e di altre pratiche spirituali, che variano secondo la linea d’approccio di ciascun individuo, questi nodi vengono sciolti; si sviluppa la discriminazione e si perviene a discernere la vera natura del mondo della percezione dei sensi. All’inizio si era irretiti nel mondo e ci si dibatteva impotenti nella sua rete ma, quando ci si disincaglia da esso e si attraversano gradualmente le varie fasi dell’aprirsi sempre più alla Luce, si arriva a vedere che tutto è contenuto nel tutto, che c’è solo un Unico Sé, il Signore di tutto, ovvero che tutti sono solo servitori dell’Unico Maestro. La forma che prende questa realizzazione dipende dal proprio orientamento. In virtù della percezione diretta si sa di esistere e che quindi esistono tutti gli altri; e ancora, che c’è l’Uno e solo l’Uno, e che nulla viene e va, eppure viene e va. Non c’è modo d’esprimere tutto questo a parole. Nella misura in cui ci s’allontana dal mondo dei sensi, ci s’avvicina sempre più a Dio.

Quando si perviene alla vera meditazione, la posizione scelta non rappresenta più un ostacolo né una fonte di piacere; in altre parole, non ha alcuna importanza in quale posizione particolare uno stia. Che si sieda dritti o storti, la posizione giusta si formerà da sé, il corpo assumerà la posizione appropriata. Ci sono dei casi in cui si è completamente indipendenti dalla posizione fisica. In qualunque posa il corpo possa trovarsi, la meditazione avviene senza sforzo; anche se non c’è dubbio che se si assume una posizione particolare, come ad esempio padmasana (la posizione del loto) o siddhasana (la posizione del perfetto), si perviene ad uno stato in cui non può esserci alcuna interruzione alla propria unione con l’Essere Supremo.

 

*) – Ja hoye jay: questa frase concisa è pronunciata continuamente da Mataji. Essa è piena di significato; in effetti implica tutta una filosofia di vita. Significa che qualunque cosa succeda è secondo la volontà divina, e perciò ugualmente benvenuta a Mataji. Esprime anche la completa mancanza di desiderio personale, l’abbandono senza riserve alla Provvidenza, e la convinzione che nulla possa accadere che non sia fondamentalmente diretta dal Creatore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo VIII

 

 

Benares, 11 agosto 1948

 

Domanda: L’altro giorno, parlando delle visioni e delle espe­rienze che si hanno durante la meditazione, avete detto che non sono vere visioni ma semplici ‘contatti’.

Mataji: Sì, dal livello di chi può parlare di ‘contatto’ è così, vale a dire, non siete stati cambiati dall’esperienza; tuttavia vi attrae, e potete esprimere il sentimento in parole, il che implica che traete ancora piacere dagli oggetti dei sensi. È dunque un mero contatto. Se ad essa fosse seguita una trasformazione, sareste incapaci di sentire i piaceri del mondo in questo modo. Come può esservi godimento o piacere in uno stato d’essere trasformato?

Domanda: Atman e Brahman sono differenti solo per l’enun­ciato di una limitazione. La visione che viene dalla costante meditazione su ‘Io sono Saccidananda’ è Atma darshana (visione del Sé). Considerato che non può esservi visione del Brahman, deve trattarsi di una visione parziale e quindi limitata del Brahman. È esatto?

Mataji: Se pensate che nel Brahman vi siano parti, potete dire ‘parziale’; ma possono esserci parti nell’Assoluto? Parlate di ‘contatti’ perché pensate e sentite in termini di parti; ma Colui che È, è un tutt’uno.

Domanda: Ci sono gradi (krama) nella conoscenza?

Mataji: No. Come potrebbero esservi gradi nella conoscenza del Sé (svarupa jnana)? La conoscenza del Sé è una. Il procedere di passo in passo si riferisce allo stadio in cui si distolgono gli occhi dagli oggetti dei sensi e si rivolge lo sguardo all’interno, verso l’Eterno. Non si è ancora realizzato Dio, ma percorrere il sentiero spirituale è diventato fonte di gioia. Lungo questa linea ci sono dharana, dhyana e samadhi. Le esperienze in ciascuno di questi stadi sono infinite. Dove c’è la mente c’è esperienza. Le esperienze nei diversi stadi sono dovute alle varie forme di desiderio per la Conoscenza Suprema. La mente, che in precedenza era concentrata sulle cose materiali, e deducendo che non si potesse provare l’esistenza di Dio era pervenuta a negarLo, adesso si volge nella direzione opposta. Non è perciò naturale che la Luce appaia in essa in conformità allo stato raggiunto? Questi stati sono noti con vari nomi. Quando cessano le visioni che si hanno in meditazione? Quando il Sé si rivela (svayam prakasha).

Domanda: Sopravvive il corpo quando si dissolve l’ego-mente (manonasha)?

Mataji: A volte viene posta la domanda: “Da dove insegna il Maestro del mondo? Dallo stato d’ajnana?”.

Se fosse così la mente non sarebbe stata dissolta, la triplice differenziazione (triputi) di conoscitore, conoscenza e conosciuto non avrebbe potuto fondersi. Cosa potrebbe darvi allora? Dove potrebbe condurvi? C’è però uno stadio in cui questa domanda non si pone. Il corpo è l’ostacolo alla Conoscenza Suprema?

Ci si chiede anche se il corpo esista oppure no. Ad un certo livello questo problema non può porsi. Lo stato in cui nasce questa domanda non è quello del puro Essere, ma si crede che la domanda si possa porre e che vi si possa anche rispon­dere. La risposta però sta laddove non vi è né domandare né rispondere, dove non ci sono ‘altri’ né divisione. Come ci si può dunque avvicinare al Maestro supremo e riceverne l’istruzione? Allo stesso modo, gli insegnamenti degli shastra e delle altre scritture sono diventati completamente inutili. Questo è un aspetto del problema.

Parlare di gradi (krama) della conoscenza, come se si stesse studiando per una laurea, è presentare il problema dal punto di vista della sadhana. Laddove il Sè è rivelato, questo problema non si pone; tuttavia, dove c’è sforzo personale, come nella pratica della meditazione o della contemplazione, esso porterà sicuramente frutto. Ma nello stato d’illuminazione non può esservi realizzazione o non-realizzazione; sebbene sia lì non c’è e, malgrado non ci sia, tuttavia c’è – proprio così.

Alcuni dicono che rimane un ultimo residuo della mente. Ad un certo livello è così. C’è però uno stadio ulteriore in cui il problema se rimane o meno una traccia della mente non si pone. Se ogni cosa può essere bruciata, non può essere consumato anche quest’ultimo residuo? Non c’è questione di ‘sì’ o ‘no’: ciò che è È. Meditazione e contemplazione sono necessarie perché si è sul livello di accettazione e rifiuto, e lo scopo è proprio quello di trascendere accettazione e rifiuto. Volete un sostegno, vero? Il sostegno che vi può portare oltre, laddove non c’è più questione di sostegno o mancanza di sostegno, è il sostegno senza sostegno. Ciò che si può esprimere con le parole può essere certamente ottenuto; ma Egli è Quello al di là delle parole.

Interlocutore: Ho letto che i Maestri devono discendere per poter agire nel mondo. Questo sembra implicare che nonostante siano stabiliti nel puro Essere, per operare debbano ricorrere all’aiuto della mente. Così come un re, quando recita la parte di uno spazzino, deve in quel momento immagi­nare di essere uno spazzino.

Mataji: Nell’assumere una parte non c’è questione di ascendere o discendere. Dimorando nel Suo essere essenziale (svarupa), Egli interpreta vari ruoli; ma quando parlate di ascendere e discendere, dov’è lo stato di puro essere? Può esserci dualità in quello stato? Brahman è Uno senza secondo, anche se capisco che dal vostro punto di vista la cosa sembri come la ponete.

Interlocutore: Lo avete spiegato dal livello dell’ajnana; ora vogliate parlare dal livello dell’illuminato (jnani)!

Mataji: (sorridendo) Accetto anche quanto dite ora. Qui (indicando se stessa) non si rifiuta nulla. Sia lo stato dell’Illuminazione sia quello dell’ignoranza è giusto. Il fatto è che avete dei dubbi; ma qui non ci sono dubbi. Qualunque cosa diciate – e da qualsiasi livello – è Lui, Lui e solo Lui.

Domanda: Se è così, a che serve porvi altre domande?

Mataji: Ciò che è È. È naturale che sorgano dubbi, ma la cosa meravigliosa è che dov’è Quello non c’è nemmeno spazio per assumere diverse posizioni. Certo, i problemi si discutono per dissolvere i dubbi, perciò è utile discutere. Chi può dire quando il velo si solleverà dai vostri occhi? Lo scopo della discussione è rimuovere la visione consueta, la visione che non è affatto visione, perché è solo temporanea. La vera visione è quella in cui non ci sono più chi vede e la cosa vista. Essa è senza occhi – non può essere vista con questi occhi, ma con gli occhi della saggezza. Nella visione senza occhi non c’è posto per la ‘di-visione’.

Qui (indicando se stessa) non c’è questione di dare e prende­re né di servire. Queste cose esistono al vostro livello; è da lì che sorgono questi argomenti.

 

Quella sera fu fatta la seguente affermazione:

Grazie all’osservanza del silenzio si ottiene la cono­scenza suprema (jnana).

 

Mataji: Come? Perché è stata usata la parola ‘grazie a’?

 

Un devoto: Il silenzio è di per sé saggezza, il mezzo è di per sé il fine.

Un altro: Per silenzio dobbiamo intendere il placarsi dei cinque sensi.

 

Mataji: Si, ma perché dire ‘grazie a’?

 

Un devoto: Il significato di ‘grazie a’ è completa ed esclusiva concentrazione sul Sé.

 

Mataji: Quando ci si astiene dal parlare, l’attività della mente continua ancora; nondimeno tale silenzio aiuta a controllare la mente. Quando la mente s’immerge più profondamente si rilassa, e quindi si percepisce che Colui che provvede a tutto aggiusterà le cose. Se la mente è agitata dai pensieri delle cose del mondo si perde il beneficio che si dovrebbe guadagnare astenendosi dal parlare. Si potrebbe, per esempio, rimanere in silenzio nel momento della collera che però, alla fine, è destinata ad esplodere. Quando la mente è centrata in Dio, continua ad avanzare costantemente e nel contempo emerge la purezza di corpo e mente. Lasciare che il pensiero si soffermi sugli oggetti dei sensi è uno spreco d’energia. Quando la mente è così occupata e non osserva il silenzio, trova liberazione nel parlare. Osservare il silenzio in questi casi potrebbe sottoporre i sensi ad una tensione eccessiva e causare facilmente qualche malattia. Quando però la mente è rivolta all’interno non solo non c’è pericolo per la salute, ma – ancor più – soffermandosi costantemente sul pensiero di Dio si scioglieranno tutti i nodi (granthi) che costituiscono l’ego, e sarà realizzato ciò che dev’essere realizzato.

Osservare il silenzio significa mantenere la mente concentrata su di Lui; dapprima si sente l’impulso di parlare, ma poi svanisce ogni inclinazione o avversione. È come l’ape che accumula il miele: tutto quello di cui si ha bisogno viene raccolto natural­mente. Quando c’è un’unione sempre più intima con Lui, ciò che è necessario diventa automaticamente disponibile e, per così dire, si presenta da sé.

Come si mantiene in vita il corpo, quando ci si astiene completamente dal parlare e anche dal comunicare con segni o gesti (kasta maunam)? Ogni cosa si fonde, e la persona in silenzio osserva come una specie di spettatore. Nella misura in cui avanza verso l’unione, noterà che gli ostacoli scompa­iono e tutto ciò che è necessario avviene da sé. Una cosa è se tutto accade da sé, e tutta un’altra cosa fare preparazioni con i propri sforzi. Vero silenzio significa che la mente non ha di fatto alcun luogo dove andare. Alla fine, che la mente esista oppure no, che si parli oppure no, non fa alcuna differenza.

Non è corretto dire: “Si è realizzato grazie al silenzio”, perché la conoscenza suprema non viene ‘grazie a’ qualche cosa; la conoscenza suprema rivela se stessa. Per distruggere il ‘velo’ ci sono appropriate discipline e pratiche spirituali.

 

Domanda: Che dite del sadhu silenzioso di Navadvip?*

 

Mataji: Egli aveva acquietato il corpo con la pratica, ma la sua mente non era stata trasformata; era un caso di mero controllo fisico. Se la sua mente fosse stata acquietata, quel tipo di comportamento mondano sarebbe stato impossibile; comun­que, anche quella pratica non è del tutto inutile, perché produce qualche risultato. Solo che non si trova Quello, che è il vero bisogno.

 

*) – Molti anni fa, quando Mataji andò a Navadvip con Bholanath (suo marito), c’era un sadhu che attirava moltissima attenzione. Era solito sedere tutto il giorno nella posizione del loto, così perfettamente immobile che era difficile capire se era un uomo vivo o una statua. Tutti lo rispettavano e credevano si trattasse di un grande santo in uno stato di profondo samadhi. Mataji non fece commenti al riguardo. Stando nella stanza accanto al sadhu, ella scoprì presto che durante la notte questi faceva il bagno, mangiava e dormiva segretamente. A poco a poco il sadhu confidò a Mataji d’assumere quella posa per ricavarne denaro. Grazie all’influenza benevola di Mataji, egli abbandonò quella vita basata sull’inganno.

 

 

 

 

 

Capitolo IX

 

Benares, 27 settembre 1948

 

Domanda: Quando la mente è immersa in samadhi, si fa o no l’esperienza del sovrannaturale (camatkara)? Se sì, implica che ci si è allontanati dall’oggetto della propria contempla­zione? Qual è la vera causa di ciò?

Mataji: Samadhi significa samadhana (soluzione, compimento).

Interlocutore: La soluzione suppone una domanda, mentre il samadhi è uno stato in sé.

Mataji: Questo corpo non usa il linguaggio degli shastra; quando parla si riferisce alle cose comuni, come l’acqua, la terra, l’aria e così via. Chi ha intelligenza è in grado di capire questo linguaggio spezzettato e incompleto. Samadhana significa perfetta risoluzione di tutto: della forma e del senza-forma, dell’essere manifesto e del non-manifesto. La soluzione di un problema è una cosa, ma c’è un altro tipo di risoluzione in cui non può presentarsi la possibilità di problemi e della loro soluzione: è chiamato samadhi.

Interlocutore: Proprio così; ci sono dunque due tipi di samadhi: savikalpa e nirvikalpa.

Mataji: Il primo significa risoluzione dell’esistenza cosmica nella pura e unica Esistenza (Satta). Riguardo al secondo, Là non c’è neppure una cosa che si possa chiamare ‘Esistenza’.

Interlocutore: Neppure una cosa che si possa chiamare ‘Esistenza? Allora cos’è?

Mataji: Fino a quando permangono pensieri e idee (sankalpa e vikalpa), non può esserci neppure il savikalpa samadhi. Savikalpa samadhi significa consapevolezza dell’Esistenza. Quando però la questione dell’Esistenza non si pone – quando non è possibile differenziare ‘ciò che è’ da ‘ciò che non è’ – si può esprimere qualcosa con le parole, per quanto poco? Questo è il nirvikalpa samadhi. Dov’è qui lo spazio per il sovrannaturale?

Interlocutore: Il sovrannaturale, in altre parole ciò che è al di là di questo mondo (aloukika), non è alla portata dell’intelligenza comune; tuttavia può essere compreso dalla mente. Se si accetta la mente come dato di fatto, le sue stesse creazioni sono gli oggetti su cui pensa. C’è, naturalmente, qualcosa di separato dalla mente – Cit – che si considera completo in se stesso. Qualunque visione appaia alla mente in contemplazione, eccetto Quello, è ciò che in genere viene chiamato camatkara.

Mataji: Chi percepisce il camatkara?

Interlocutore: La mente.

Mataji: Se non ci fosse la mente, il sovrannaturale non si potrebbe dunque percepire; di conseguenza, come si possono avere visioni in nirvikalpa samadhi?

Interlocutore: La ragione mi dice che la mente dev’essere presente in entrambi i tipi di samadhi. Secondo gli shastra, nel nirvikalpa samadhi la mente cessa d’esistere. Certo, la mente grossolana non perdura, ma bisogna ammettere che la mente sottile rimane in uno stato latente; altrimenti come si potrebbe parlare in seguito dell’esperienza? In altre parole, l’espe­rienza viene o non viene ricordata quando finisce? Se sì, bisogna ammettere senza dubbio che la mente sottile esiste ancora.

Mataji: Alcuni affermano che una minuscola particella* della mente rimane; altrimenti come potrebbe esserci la manifestazio­ne del corpo? Questo corpo dice anche che se il fuoco dell’Illuminazione può consumare tutto, non deve bruciare anche questo piccolo residuo? Quando c’è esperienza, la mente deve necessariamente esistere; non vi può essere camatkara senza la mente.

Interlocutore: Se cessa d’esistere quel piccolo residuo della mente, come può continuare il corpo? In quale condizione scompare l’ultima traccia della mente? Mentre il prarabdha è ancora attivo o quando è stato esaurito?

Mataji: Qual è la vostra opinione, pitaji? Sì, alcuni sostengono che in samadhi l’ego-mente non esiste. Questo corpo però dice che se tutto viene bruciato dalla conoscenza suprema, non dovrebbe avere il potere di consumare anche il prarabdha?

Interlocutore: Se il prarabdha è cancellato, come può sopravvivere il corpo?

Mataji: Volete dire che fino a quando perdura il corpo deve rimanere necessariamente del prarabdha, e che dunque anche la mente deve sopravvivere? Va bene. Se accettate il corpo come realtà, nel senso comune del termine, dovrete indubbiamente ammettere l’esistenza del prarabdha e, dal vostro punto di vista, anche l’esistenza della mente. ‘Corpo’ significa cambiamento perpetuo, ciò che s’allontana sempre**; ma può ancora porsi la questione del corpo nello stato in cui la morte può considerarsi morta?

Interlocutore: Quando si hanno visioni del sovrannaturale, significa che ci si è allontanati dallo stato supremo?

Mataji: Un volta conseguita la Realtà ultima, non può esservi questione né del sovrannaturale né di deviare o non deviare dalla Realtà. Che cosa s’intende con videhamukti?

Interlocutore: Non essere costretti ad assumere un altro corpo dopo aver lasciato questo è chiamato videha-mukti.

Mataji: Molto bene; il corpo è dunque un ostacolo, e quindi deve scomparire?

Interlocutore: No, lo scopo del nirvikalpa samadhi è con­seguire il potere d’impartire la vera conoscenza ai ricercatori (e per questo si richiede un corpo).

Mataji: Anche il samadhi va considerato uno stato. Ogni cosa è possibile secondo il particolare stadio di sviluppo di una persona. Ciascuno acquisirà sicuramente la conoscenza relativa allo stato raggiunto.

Interlocutore: Se è così, l’esperienza del sovran­naturale indica una deviazione dall’oggetto di contemplazione.

Mataji: Quando l’oggetto di contemplazione si rivela da sé, vale a dire quando Quello si rivela nella forma dell’ogget­to di contemplazione, com’è possibile deviare da esso?

Domanda: L’esperienza del sovrannaturale non ha radice nel desiderio?

Mataji: Si manifesta solo ciò di cui è stato piantato il seme; altrimenti, come potrebbe manifestarsi?

Domanda: Prendiamo le onde di un lago; non so­no la natura dell’acqua, ma sono create dal vento. Com’è possibile non avere desideri?

Mataji: Fino a quando il seme non è stato sterilizzato è destinato a germogliare. Qual è allora, la vostra opinione? Quando soprav­viene la vera conoscenza del Sé il corpo sopravvive oppure no?

Interlocutore: Penso che sopravviva.

Mataji: Sì – come dicono alcuni, sostenuto dalla piccola parte di mente che è stata preservata?

Domanda: Un maestro spirituale insegna dallo stato di jnana o è ancora nello stato d’ajnana?

Mataji: Non sarebbe giusto presumere lo stato d’ignoranza della Realtà quando lo scopo dell’insegnamento è la realizzazione del Sé.

Interlocutore: Per questo suppongo che il karma non sia stato completamente esaurito.

Mataji: Come un ventilatore che continua a girare anche dopo che è stata tolta la corrente?

Domanda: In questo esempio la corrente elettrica viene tolta completamente. Forse questo vuol dire che allo stesso modo viene distrutta interamente anche l’ignoranza?

Mataji: La connessione è interrotta. Ciò che era già cominciato ed è in atto è chiamato prarabdha.

Interlocutore: Se è così, può il prarabdha portare frutto oppure no? Penso che la sua distruzione non sia confermata dai fatti.

Mataji: L’insegnamento del saggio illuminato (jnani) si riferi­sce alla verità come si rivela prima che il suo prarabdha sia esaurito oppure alla verità che sta al di là?

Interlocutore: No, non alla verità che sta al di là. L’istruzione sulla pura verità, non contaminata dal prarabdha, è impartita da un avatar. L’insegnamento del jnani è limitato dal suo prarabdha.

Mataji: Laddove la conoscenza si rivela da sé, la sua rivelazione dipende dal karma?

Interlocutore: Ci sono due tipi di conoscenza: svarupa jnana (conoscenza del Sé) e vritti jnana (conoscenza mentale acquisi­ta). Il secondo tipo di conoscenza, relativo al jnani, gli permette di raccogliere i frutti del suo prarabdha.

Mataji: Intendete dire che come un bambino accresce gradual­mente la sua conoscenza con lo studio continuo, anche in questo caso si ha un’accumulazione progressiva di conoscenza? Questo però non può essere lo stato di un jnani!

Interlocutore: Svarupa jnana si rivela da sé, mentre vritti jnana è la conoscenza degli oggetti. Svarupa jnana non rende jnani. Chi possiede vritti jnana è chiamato jnani, perché la conoscenza del Sé è comune a tutti.

Mataji: ‘Conoscenza del Sé’ significa che si è stabiliti in uno stato particolare?

Interlocutore: Si è stabiliti nel Sé.

Mataji: Giusto, pitaji. Come dite voi, tutti, senza eccezioni, sono radicati nella conoscenza del Sé; invero, è così.

Interlocutore: Non tutti sono consapevoli di questa conoscenza. Solo quelli che hanno acquisito vritti jnana possono essere chiamati jnani, poiché sono in grado di guida­re un aspirante secondo la sua struttura mentale.

Mataji: Sì, ma cosa ha a che fare questo con lo stato in cui il Sé si rivela costantemente in tutta la sua gloria? Come dite voi, è stabilito nel vritti jnana chi ha acquisito la conoscenza con uno sviluppo graduale ed è stato progres­sivamente illuminato.

Le parole, le argomentazioni, il linguaggio e cose del genere appartengono alla mente; mentre nello stato che abbiamo appena riferito, non c’è posto per il linguaggio. Questo corpo rispetta qualunque cosa si dica, perché il punto di vista di ogni persona dipende dalla scala particolare per la quale ascende. Qualunque idea si sostenga – sia di alto o basso livello – per quanto riguarda questo corpo fa lo stesso. Per tale motivo, sia che qualcuno ritenga che il corpo possa o non possa esistere senza prarabdha o che avanzi una teoria da un qualsiasi punto di vista, ogni cosa è giusta al suo livello; ma al di là delle parole e delle espressioni – dove c’è manifestazione e non manifestazione, durata e non durata, spazio e assenza di spazio – là nulla è valido. Non si può neppure parlare dell’essenza delle cose di questo mondo; ma l’essenza dell’Essere trascenden­tale è qualcosa di molto più lontano.

C’è poi anche quel che è noto come ‘fusione’; ma uno yogi può riuscire a staccarsi di nuovo da quello in cui dice d’essersi fuso. Anche questa è una possibilità che avete indicato, non è vero? Ma nello stato di cui parla questo corpo non è così – e anche dire ‘non è così’ non lo esprime. Con il ragionamento e la discriminazio­ne si può giungere alla conclusione che, fino a quando continua l’esistenza fisica, rimane una piccola parte della mente; ma questo corpo parla di uno stato in cui non c’è neppure la possibilità di una traccia della mente.

Domanda: Allora il corpo continua ad esistere oppure no?

Mataji: Se il corpo fosse un ostacolo quello stato particolare semplicemente non potrebbe esistere. In quella condizione la questione se il corpo rimane o meno non può sorgere.

Domanda: Ci può essere domanda e risposta in quello stato?

Mataji: Sì, può esserci – se c’è l’idea del corpo. Ci sono domande e risposte per quelli che pensano che ci siano discepoli e guru.

Interlocutore: Allora parlare di guru, discepoli e così via è completamente senza senso.

Mataji: Il progresso del discepolo continua fino al livello raggiunto dal maestro. Se il maestro è nello stato d’ajnana, e la domanda è posta da chi è ugualmente nell’ignoranza, come ci si può aspettare la rivelazione della vera conoscenza? Nondimeno un discorso che intenda  spiegare la realizzazione del Sé sarà ovviamente utile e benefico. Molto bene, pitaji, ditemi, nel caso di un precettore che è un maestro del mondo, non è naturale che debbano esserci domande e risposte per ottenere la realizzazione del Sé? È e sarà sempre così? È una menzogna? Bisogna considerare qualcos’altro: dite, chi è che risponde e a chi? Che le domande vengano poste e ricevano una risposta è semplicemente un’idea del ricerca­tore al suo livello. Potete considerare chi dà le risposte un individuo, solo perché risponde? A chi risponde? Chi risponde, e qual è la risposta? Chi è chi, in quello stato di puro Essere? Il posto del vritti jnana è dove non c’è la rivelazione del Sé. Questo è difficile da accettare, finché si tratta ancora d’accettare e rifiutare. Come può esservi discussione e conversazione nel livello in cui non può sorgere la questione d’accettare o rifiutare?

Pitaji, avete chiesto: “Parlatemi della vostra esperienza”, ma ciò implicherebbe che ci sia ancora chi ha fatto l’esperienza. Qui ciò è impossibile; inoltre, la questione della trasmissione di potere dal guru al discepolo è ugualmente inesistente. Se non c’è il corpo, non può esserci neanche questa questione. Non c’è questione di un corpo fisico o di qualunque altro corpo. Ciò che è al di là non può essere espresso con le parole in una lingua. Tutto ciò che si può esprimere con le parole o il linguaggio è una creazione della mente. Pitaji, per quanto riguarda il detto: “C’è solo Brahman senza un secondo”, nel Sé non c’è affatto possibilità di un ‘secondo’. L’idea del ‘due’ è stata prodotta dall’operazione della ragione; proprio come dite: “Egli cammina senza piedi e vede senza occhi”.

Questo corpo sostiene che qualunque cosa si dica dal piano della ragione – con l’idea che il corpo esista, dal punto di vista del discepolo – può essere sostenuta a livello di ragionamento, perché la propria visione è condizionata dagli occhiali che si usano. Questo corpo afferma che qualunque teoria si possa sostenere è basata sul ragionamento, che presuppone l’esistenza di un residuo della mente e del prarabdha; ma laddove Quello è rivelato, la cosa è diversa, là è impossibile discriminare o speculare. Oltre la ragione, al di là dei punti di vista, c’è uno stato in cui nessuno di questi può sussistere. Pitaji, in verità in Quello non c’è posto per le parole, il linguaggio o la discriminazione di qualsiasi genere. Che si dica ‘non c’è’ oppure ‘c’è’ – anche queste sono semplicemente parole; parole che fluttuano sulla superficie.***

Per questo si dice che là non hanno posto le parole, il linguaggio, le affermazioni di qualsiasi tipo. Questa è la verità, pitaji; comprendete?

 

Mataji aggiunse: Non avete ricevuto una risposta precisa alle vostre domande. Da quanto è stato detto, dovete prendere ciò che può essere afferrato dall’intelletto.

 

*) – Il termine tecnico è ‘avidya lesha’ (un piccolo residuo d’ignoranza).