Questo libro
contiene una selezione di risposte date da Sri Anandamayi Ma a domande che
furono poste, e registrate, durante incontri con grandi o piccoli gruppi di
persone. Le risposte non sono state disposte in ordine cronologico ma, per
quanto possibile, secondo argomenti. Le questioni più semplici sono state poste
all’inizio. Gli argomenti trattati riguardano la meditazione, il sentiero
spirituale, la realizzazione del Sé e tutta una serie di problemi d’ordine
pratico, filosofico e metafisico che incontrano i ricercatori della verità
nelle varie fasi della ricerca. Mataji risponde esattamente secondo le capacità
di comprensione dell’interlocutore, la sua particolare disposizione e la sua
linea d’approccio, illuminando ogni singola questione da punti di vista
differenti. Di fatto nelle sue risposte troviamo uniti ogni credo e filosofia,
ogni scuola di pensiero e metodo yoga; tuttavia lei rimane al di sopra e al di
là di tutto. Di lei è stato detto che aveva la parola giusta, al momento giusto
e nella maniera giusta per ogni ricercatore spirituale, sia che fosse un
credente o un agnostico, un intellettuale, uno studioso, un analfabeta, un
novizio o un ricercatore molto avanzato sul sentiero. Come la terra dà ad ogni
pianta le sostanze necessarie alla sua crescita, così Sri Anandamayi Ma guidava
ogni aspirante secondo le sue specifiche necessità del particolare momento. Le
sue risposte non venivano dalla mente. Ella affermò spesso in maniera
inequivocabile di non parlare ad un ‘altro’. Per lei tutto era l’Unico Essere
Supremo che si manifestava nella diversità infinita rimanendo, nello stesso
tempo, al di là di ogni espressione e limitazione, senza forma, immutabile e
inconcepibile. In Quello non c’è possibilità di distinzioni, che pure esistono
al nostro livello. Le domande sono poste dal punto di vista dell’individuo, ma
la vera risposta sta oltre l’ego-mente, dove non esiste separazione né
divergenza d’opinioni.
Colui che registrò i
dialoghi, Brahmachari Virajananda, conosciuto da tutti i devoti e visitatori
dell’ashram di Sri Anandamayi come ‘Kamalda’, incontrò per la prima volta
Mataji a Dacca, nel 1926, e da allora le rimase vicino. Nel 1942 entrò a far
parte dell’ashram, divenendone uno dei più devoti e importanti collaboratori.
Dotato di un’intelligenza acuta e di una grande sete di conoscenza, ebbe
l’intenso desiderio di registrare le esatte parole di Mataji, convinto che
sgorgavano spontaneamente da profondità alle quali i comuni esseri umani non
hanno accesso. Per il proprio studio e la propria illuminazione, ogni volta che
ne ebbe l’opportunità cominciò ad annotare le parole di Mataji così come le
sentiva pronunciare. Nonostante i suoi numerosi doveri come cosegretario dello
Sri Sri Anandamayi Sangha, come amministratore dell’ashram di Benares, ecc.,
non appena veniva a sapere che Mataji stava rispondendo a delle domande,
lasciava subito il lavoro che aveva sotto mano e si precipitava dove si
svolgeva la discussione. Nella quiete della notte trascriveva in bella copia
le registrazioni, ponderando sul significato profondo di quanto aveva udito e
scritto. Le prime luci dell’alba gli ricordavano spesso d’avere trascorso la
maggior parte della notte in questo tipo di meditazione.
Nello zelo di
preservare le affermazioni di Mataji nella loro purezza originaria e con la più
grande precisione possibile, egli sviluppò presto una tecnica tutta sua. Poteva
aver perso una parola qui o là, ma non perdeva mai il filo di ciò che veniva
detto. Se per qualche motivo gli era impossibile registrare parte della
conversazione, sentiva la cosa come una dolorosa perdita personale. In molte
occasioni del genere, però, con sua grande gioia sentiva in seguito Mataji
spiegare lo stesso punto a qualcun altro, e delucidare la parte della
conversazione che gli era sfuggita. Non solo Virajananda, ma anche molti altri
che erano a contatto con Mataji ricevevano la risposta ancor prima di porre la
domanda.
A volte Mataji
diceva di sé: “Questo corpo è come uno strumento musicale; ciò che sentite
dipende da come lo suonate”. La cosa meravigliosa è che rispondeva
anche ai tocchi silenziosi! Ecco un esempio impressionante: una notte, a Puri,
ci fu una conversazione in riva al mare. Con vivo disappunto, poiché non c’era
luce, Virajananda non fu in grado di scrivere. Poco tempo dopo, però, sentì
Mataji rispiegare l’intero argomento praticamente con le stesse parole, e
allora poté annotarlo per intero. È uno dei discorsi più ispiranti (il XXV° di
questa raccolta), che probabilmente dà un’idea più completa di qualunque altro
dell’universalità di Mataji.
I diari di
Brahmachari Virajananda comprendono parecchi volumi. Quando, nel 1953, egli ne
mostrò uno al dr. Gopinath Kaviraj, quel grande sapiente fu profondamente
colpito dal suo contenuto. Egli suggerì di pubblicare estratti di quei diari su
Ananda Varta (il giornale trimestrale dello Sri Sri Anandamayi Sangha) e
propose di scrivere per essi dei commenti. Lui stesso scelse le conversazioni
da pubblicare, che apparvero su Ananda Varta dal maggio 1953 all’agosto
1958 sotto il titolo ‘Mataj’s Amara Vani’, sia nell’originale bengali
sia nelle traduzioni in hindi e in inglese. Questo volume ripresenta la
versione accuratamente rivista della traduzione inglese della maggior parte di
quelle conversazioni.
Mataji parla di ciò
che è oltre l’esperienza dell’individuo comune e che, tutt’al più, può essere
solo accennato con le parole. Non sorprende dunque che il suo linguaggio non
sia conforme né al bengali letterario né a quello parlato. Ella ha dato un
significato nuovo a molte espressioni comuni e, a volte, ha coniato parole
nuove con un’etimologia tutta sua. Il suo linguaggio è originale e pertinente,
intensamente vivo ed espressivo, è spesso sintetico e incisivo, privo di ogni
parola superflua. In certi casi, quando esprime delle verità profonde, il suo
linguaggio diviene ermetico.
La differenza tra la
lingua bengali e quella inglese è ben nota. In inglese non esistono parole
adeguate per molti termini bengali. In alcuni casi è stato necessario tradurre
due o tre parole bengali con un’intera frase o proposizione. Non si è
tralasciato alcuno sforzo per tradurre il più precisamente possibile ogni
espressione così com’è stata registrata. Nello stesso tempo, il traduttore ha
cercato di preservare, per quanto possibile, il significato esatto delle parole
insieme al loro ritmo, alla loro bellezza, al loro carico d’ispirazione,
all’immacolata e intangibile qualità che pervade ogni espressione di Mataji –
le sue parole, i suoi canti, i suoi gesti e il suo sorriso.
Se nonostante i nostri sforzi non siamo riusciti a rendere questa traduzione perfetta come avrebbe dovuto, ci sia permesso citare le stesse parole di Mataji: “Sforzatevi al limite del vostro potere, per quanto piccolo possa essere. C’è Lui a completare ciò che è stato tralasciato di fare”.
Preghiamo Mataji di accettare benevolmente quest’umile offerta posta ai suoi sacri piedi. Possano le sue parole illuminare il nostro sentiero!
Solan, 12 settembre 1948
Solo raramente si
poteva avere da Mataji una risposta precisa a un dato problema, così mi sono
chiesto a che serviva annotare le sue parole. Mi sono rivolto allora a Mataji.
Mataji: Hai compreso almeno che vi è uno stato in cui i problemi non si risolvono in un modo ben definito. Nel corso della tua vita, dopo attenta riflessione, sei giunto a una conclusione su molte questioni, non è così? Adesso devi capire che nessuna soluzione è definitiva; in altre parole, devi andare oltre il livello di certezza e incertezza. La soluzione di un problema che si ottiene con la mente dev’essere per forza di cose da un particolare punto di vista; di conseguenza ci sarà possibilità di contraddizione, poiché la tua soluzione rappresenta solo un aspetto. Allora, di fatto, cosa hai risolto? Troverai la soluzione completa e finale di ogni singola questione nel suo stesso modo di mostrarsi; e vedrai che c’è un posto in cui tutti i problemi (reali e possibili) hanno una sola soluzione universale, in cui non vi è alcuna possibilità di contraddizione. Allora non sorgerà più la questione tra soluzione e non soluzione: che uno dica ‘sì’ o ‘no’ – ogni cosa è QUELLO.
Solan, settembre 1948
Riguardo al
valore dei discorsi religiosi e filosofici, Mataji disse:
Ascoltando
frequentemente dialoghi e discorsi su argomenti del genere, apparirà
gradualmente il sentiero verso la conoscenza diretta di quanto è stato udito. È
come una goccia d’acqua che cadendo ininterrottamente su una pietra alla fine
la buca, e così può passarvi un flusso che porterà l’Illuminazione.
Durante l’attenta
lettura dei testi sacri, durante l’ascolto dei discorsi religiosi, durante il kirtan,
Dio dev’essere l’alfa e l’omega di qualunque cosa si faccia. Quando
leggete, leggete di Lui; quando parlate, parlate di Lui; e quando cantate,
cantate le Sue lodi. Queste tre pratiche sono realmente la stessa cosa; ma
siccome le persone rispondono in maniera diversa, la stessa cosa è espressa in
tre maniere differenti per soddisfare i diversi temperamenti e le capacità
d’assimilazione. Nell’essenza c’è solo e soltanto Lui, anche se ciascuno ha il
proprio sentiero personale che porta a Lui. Il sentiero adatto dipende dalla
predilezione personale, basata sul carattere specifico delle attitudini
interiori.
Prendiamo ad esempio
lo studio del vedanta. Alcuni ricercatori vi s’immergono completamente, mentre
altri possono rimanere talmente assorti nel kirtan da cadere in trance.
Uno studente del
vedanta può essere completamente assorto nei suoi testi, anche più di colui che
viene trascinato dal kirtan. Si potrà pervenire alla concentrazione
totale mediante lo studio di una particolare scrittura o con altri mezzi,
secondo la propria particolare linea d’approccio.
Prima viene
l’ascolto, poi la riflessione, e infine la messa in atto di quanto si è udito e
ponderato. Ecco perché bisogna prima di tutto ascoltare, per potere poi
scegliere il vedanta o il kirtan o qualsiasi altra cosa.
Non avete mai
incontrato persone che non danno peso al kirtan e che dicono: “Che c’é
da guadagnare con esso?”; nondimeno, dopo averlo ascoltato per qualche tempo,
sviluppano una forte attrazione. Bisogna dunque ascoltare prima di poter
riflettere; in seguito ciò che è stato ascoltato e ponderato prenderà forma
nell’azione più adatta alla persona in questione. Ascoltare discorsi su Dio o
sulla Verità è certamente benefico, a condizione che non si sia mossi da uno
spirito di critica negativa o di denigrazione se dovessero esservi differenze
d’opinione. Trovare difetti negli altri crea ostacoli per tutti: per chi
critica, per chi è criticato e per coloro che ascoltano le critiche. Al
contrario, quanto è detto in uno spirito di confronto è fruttuoso per tutti. Si
può parlare di satsang* solo quando non c’è più il pensiero di
considerare qualcosa inferiore o biasimevole (asat).
Chi è un vaishnava?
Chi vede Vishnu ovunque. E uno shakta? Chi vede solo la Grande Madre
e nient’altro che Lei. In verità tutte le diverse forme di pensiero hanno
origine da una sorgente comune. Allora, chi dev’essere biasimato, chi dev’essere
insultato o distrutto? Tutti sono uguali nell’essenza.
Tu sei la Madre, Tu
sei il Padre,
Tu sei l’Amico e il
Maestro,
Invero, Tu sei tutto
in tutti.
Ogni nome è il Tuo
Nome,
Ogni qualità è una
Tua Qualità,
Ogni forma è davvero
la Tua Forma.
Come puro Essere non
manifesto, Egli è anche dove non esistono forme. Dipende tutto dalla propria
linea d’approccio.
Non si dice che ciò
che gli shivaiti considerano il supremo (parama) Shiva, e che
coloro che ricercano il Sé chiamano l’Unico Sé, non sia altro che lo stesso Brahman?
In realtà non vi è contraddizione.
Finché si percepisce la minima differenza, sia pure dello spessore di un
capello, come si può parlare dello stato del puro Essere?
Per questo,
indipendentemente dal sentiero che si sceglie, è sempre Quello. Vedanta* in
effetti significa la fine di differenza e non-differenza.
Quando si è
impegnati nella sadhana, ci si deve concentrare in un’unica direzione;
ma cosa avviene una volta completata? Cessa ogni differenza, distinzione e
disaccordo. Le differenze invero esistono sul sentiero, ma come potrebbero
esserci differenze nella Meta?
*) – Un gioco di parole: Sat significa Vero Essere, il Bene; satsang l’associarsi con il bene, e anche riunione religiosa. Asat, il contrario di Sat, significa non-essere, male, errore. Trovare dunque il male (asat) in una riunione religiosa (satsang) è una contraddizione in termini.
*) – Vedanta: la parte finale o il culmine della saggezza Vedica. Qui Mataji gioca con le parole Veda e bheda o differenza. In bengali le lettere b e v si pronunciano allo stesso modo. Anta significa ‘fine’.
Solan, 16 settembre 1948
Una signora*
appartenente ad una ben nota famiglia indiana, che si era distinta per
aver dedicato la sua vita al servizio sociale, venne per avere il darshan di
Mataji e chiese:
La capacità di
meditare viene con la pratica in questa vita o è un’attitudine che si
acquisisce nelle vite precedenti?
Mataji: Può essere
il risultato di una delle due o la combinazione di entrambe. La meditazione va
praticata ogni giorno della propria vita. Guarda, cosa c’è in questo mondo?
Nulla di durevole; perciò volgi il tuo desiderio all’Eterno. Prega affinché il
lavoro compiuto tramite te, Suo strumento, possa essere puro. RicordaLo in ogni
azione. Più puro sarà il tuo pensiero, più sottile sarà il tuo lavoro.
In questo mondo ricevi una cosa e domani potrebbe essere già sparita. Ecco
perché la tua vita dev’essere animata da uno spirito di servizio; qualunque
cosa tu faccia, pensa che il Signore accetta i tuoi servizi. Se desideri la
pace devi aver caro il pensiero di Lui.
Domanda: Quando
ci sarà pace sulla terra?
Mataji: Sai qual è
lo stato attuale delle cose; le cose vanno come sono destinate ad andare.
Domanda: Quando
cesserà questo stato d’agitazione?
Mataji: Anche il
fatto che molti di voi siano preoccupati e chiedano: “Quando finirà?”, è uno
dei Suoi modi di manifestarSi.
Jagat (mondo) significa movimento incessante, e
ovviamente non può esservi quiete nel movimento. Come potrebbe esservi pace nel
perpetuo andare e venire? La pace regna dove non c’è andare né venire, né
struggersi né bruciarsi. Inverti il tuo corso, vai verso di Lui; allora ci sarà
speranza di pace.
Grazie al tuo japa
e alla tua meditazione, anche quelli che ti sono vicini trarranno
giovamento dalla benefica influenza della tua presenza. Per sviluppare il gusto
della meditazione devi fare uno sforzo deliberato e sostenuto, come i bambini
che vanno fatti sedere a studiare sia con la persuasione sia con la forza. Un
malato può guarire se prende le medicine o gli fanno delle iniezioni. Anche se
non sei incline a meditare, conquista la tua riluttanza e fai una prova.
L’abitudine d’innumerevoli vite ti spinge nella direzione opposta e ti rende
difficile concentrarti; persevera malgrado ciò! Con la tua tenacia guadagnerai
forza e sarai forgiata, vale a dire svilupperai la capacità di fare sadhana.
Convinci la tua mente che, per quanto arduo, il compito va svolto. Fama e
riconoscimento durano solo per poco; non t’accompagneranno quando lascerai
questo mondo. Se il tuo pensiero non si volge naturalmente all’Eterno,
fissacelo con uno sforzo di volontà. Qualche severo colpo del destino ti
spingerà verso Dio, e sarà solo un’espressione della Sua Misericordia. Per
quanto doloroso, è con questi colpi che s’impara la lezione.
L’ostinazione della
mente va vinta con fermezza. Che la mente collabori o meno, devi essere
irremovibile nella determinazione di compiere senza fallo un certo numero di
pratiche – semplicemente perché la sadhana è il vero lavoro dell’uomo. A
lungo sei stata abituata a compiere azioni che incatenano; per questo sei
continuamente spinta a legarti all’attività dalla forza delle abitudini. Se
farai per qualche tempo un serio sforzo, potrai vedere da sola quanto sei presa
dal tuo lavoro, e più t’impegnerai nella sadhana più veloce sarà il tuo
progresso.
Per quanto riguarda
l’abbandono di sé: sforzandosi di vivere costantemente una vita di dedizione,
un giorno accadrà. Che significa abbandono, se non abbandonarsi al proprio Sé?
Ricorda ciò che questa tua piccola figlia** ti chiede di fare!
*) – La signora Rameshwari Nehru.
**) – Spesso Mataji si riferiva a se stessa in questi termini.
Solan, 11 settembre 1948
Vennero un
funzionario di stato e sua moglie per il darshan di Mataji; l’incontravano per
la prima volta. Mataji rispose ad una loro domanda:
Se affermate di non
avere fede, dovete esserne profondamente convinti. Dove c’è il ‘no’, è
potenzialmente presente anche il ‘sì’. Chi può affermare di essere oltre la
negazione e l’affermazione? Avere fede è imperativo. L’impulso naturale di
avere fede in qualcosa, profondamente radicato nell’uomo, sfocia nella fede in
Dio. Per questo la nascita umana è un dono molto grande. Non si può dire che
qualcuno non abbia fede. Tutti credono sicuramente in una cosa o nell’altra.
La parola ‘manus’
(uomo) deriva da ‘man’ (mente) e ‘hus’ (conscio), e indica la
consapevolezza e la vigilanza della mente. Ciò implica che la vocazione
naturale dell’uomo è la conoscenza di Sé. Quando i bambini imparano a leggere e
scrivere, devono accettare il rimprovero e la critica. Anche Dio ogni tanto dà
all’uomo una dolce percossa, che è solo un segno della Sua misericordia. Dal
punto di vista del mondo questi colpi sono considerati estremamente dolorosi,
ma in realtà trasformano il cuore e conducono alla pace; turbando la felicità
mondana, inducono l’uomo a cercare il sentiero della beatitudine suprema.
È vero che il corpo
vive respirando, e che dunque c’è sofferenza.*
Ci sono due tipi di
pellegrini sul cammino della vita: il primo è come un turista, che desidera
vedere cose interessanti, andare da un posto all’altro, passare rapidamente per
gioco da un’esperienza all’altra. Il secondo percorre il sentiero che pertiene
alla vera essenza dell’uomo e che porta alla sua vera dimora, alla conoscenza
di Sé. Nel viaggio intrapreso per amore della curiosità e del piacere
s’incontrerà certamente il dolore. La sofferenza è inevitabile finché non si
ritrova la propria vera dimora. La causa originaria della sofferenza è il senso
di separazione, che è fondato sull’errore, sulla concezione della dualità. Ecco
perché il mondo è chiamato ‘du-niya’ (basato sulla dualità).
Il credo di un uomo
è fortemente influenzato dal suo ambiente; per questo deve scegliere la
compagnia dei santi e dei saggi. Credere significa credere nel proprio Sé, non
credere è scambiare il non-sé per il Sé.
Ci sono esempi di
realizzazione avvenuti per grazia di Dio; altre volte si può constatare che
Egli risveglia nell’individuo un ardente desiderio di verità. Nel primo caso la
realizzazione avviene spontaneamente, nel secondo è causata dalle tribolazioni;
ma tutto è opera soltanto della Sua misericordia.
L’uomo pensa di
essere l’autore delle sue azioni, ma in effetti ogni cosa viene diretta da
‘Lì’; si è collegati ‘Lì’ come ad una centrale elettrica, tuttavia l’uomo dice:
‘Io faccio’. È meraviglioso! Quando malgrado ogni sforzo non si riesce a
prendere il treno, questo fatto non mostra chiaramente da dove sono diretti
tutti i nostri movimenti? Qualunque cosa accada ad ognuno, ovunque e in
qualsiasi momento, è stabilito da Lui; i Suoi piani sono perfetti. Tra Dio e
l’uomo esiste un legame eterno; ma nel Suo Gioco questo legame a volte c’è e
altre volte è tagliato o, piuttosto, appare tagliato. In realtà non è così, perché
il legame è eterno. Osservato da un altro punto di vista, non c’è alcun legame.
Un uomo che venne a trovare questo corpo disse: “Sono per voi un nuovo venuto”;
ed ebbe la risposta: “Davvero sempre nuovo e sempre vecchio!”.
La luce del mondo
viene e va, è instabile. La Luce eterna non può mai estinguersi: vedete la luce
esterna e tutte le altre cose dell’universo mediante questa Luce; potete
percepire la luce esterna solo perché essa splende sempre dentro di voi. Potete
vedere ogni cosa nell’universo solo grazie alla grande Luce che è in voi;
potete acquisire conoscenze di qualsiasi tipo solo perché la Conoscenza Suprema
dell’essenza delle cose giace nascosta nelle profondità del vostro essere.
Il cervello umano
può essere paragonato alla radice di un albero; se si annaffia la radice, il
nutrimento giunge ad ogni parte della pianta. A volte dite che il vostro
cervello è stanco. Quando succede? Quando siete troppo presi dalle cose
esterne; ma non appena tornate a casa e parlate con i vostri cari, la vostra testa
diventa più leggera e vi mostrate pieni di gioia. Per questo si dice che poiché
il cervello vi appartiene, il lavoro che fate non può stancarvi. In effetti,
ogni lavoro è il vostro lavoro; ma come potete comprenderlo? In verità il mondo
intero è vostro, del vostro Sé; ma voi lo percepite separato, così come vedete
gli ‘altri’. Sapere che è vostro dà felicità, l’idea che è separato da voi
causa sofferenza. Percepire la dualità significa dolore, conflitto, lotta e
morte. Pitaji,* praticate qualche tipo di sadhana!
Interlocutore: È
tutto nelle mani di Dio.
Mataji: Esattamente!
Tenetelo sempre in mente: ogni cosa è nelle mani di Dio e voi siete il Suo
strumento, che Lui usa come vuole. Cercate di capire il significato di ‘tutto è
Suo’, e vi sentirete subito libero da ogni peso. Quale sarà il risultato del
vostro abbandono? Nessuno vi sembrerà estraneo, tutto sarà il vostro intimo Sé.
Dissolvete il senso
di separazione con la devozione oppure bruciatelo con la conoscenza; cosa si
dissolve o brucia? Solo ciò che per sua natura può essere dissolto o bruciato,
cioè l’idea che esista qualcos’altro oltre il Sé. Che succederà allora?
Conoscerete il vostro Sé.
Tutto è possibile in
virtù del potere del guru; perciò cercate un guru. Nel frattempo, poiché tutti
i nomi sono il Suo nome, tutte le forme le Sue forme, sceglietene una e fatene
la vostra perenne compagna. Nello stesso tempo Lui è anche senza nome e senza
forma; per il Supremo è possibile essere qualunque cosa e anche nulla. Finché
non trovate un guru, siate devoto al nome o alla forma di Lui che più vi
attrae, e pregate incessantemente che Lui vi si riveli come il Sadguru. In
verità il guru è dentro, e finché non scoprite il guru interiore nulla può
essere conseguito. Se non sentite il desiderio di rivolgervi a Dio,
sviluppatelo praticando una sadhana quotidiana, proprio come
fanno i bambini a scuola, che devono seguire un orario stabilito.
Se la preghiera non
sgorga spontaneamente dal vostro cuore, chiedetevi: “Perché trovo piacere nelle
cose fugaci di questo mondo?”. Se desiderate ardentemente una cosa esterna o vi
sentite particolarmente attratti da una persona, fermatevi e dite a voi stesso:
“Guarda, stai per essere incantato dal suo fascino!”. Esiste un luogo in cui
non vi sia Dio? La vita di famiglia, l’ashrama del capofamiglia, può
condurvi ugualmente nella Sua direzione, a condizione che l’accettiate come ashrama.
Vissuta in questo spirito, aiuta l’uomo ad avvicinarsi alla realizzazione
del Sé.
Se invece desiderate
intensamente cose come fama o posizione, Dio ve le concederà, ma non vi
sentirete soddisfatto. Il Regno di Dio è un tutt’uno e, fino a quando non
sarete ammessi alla sua totalità, non potrete essere contento. Egli vi concede
giusto un minimo, solo per tenere vivo il vostro malcontento, poiché senza
malcontento non può esservi progresso. Voi, che siete discendenti
dell’Immortale, non potrete mai rassegnarvi al regno della morte, né Dio vi
permetterà di restarci. Lui stesso suscita in voi un senso d’incompletezza
concedendovi una piccola cosa solo per stimolare il vostro desiderio di
qualcosa di più grande. È così che Lui vi spinge avanti. Il viandante trova
difficile questo sentiero e si sente turbato, ma chi ha occhi per vedere
percepisce chiaramente che il pellegrino avanza. Il dolore che si prova riduce
in cenere il piacere che deriva dalle cose del mondo. Questo è ciò che si
chiama tapasya. Quel che ostacola il sentiero spirituale porta con sé i
semi della sofferenza futura; ma l’angoscia e l’intenso dolore che deriva da
queste ostruzioni sono l’inizio di un risveglio alla Coscienza.
*) – La vita umana, e quella animale in generale, dipende dal respiro, che è un elemento di disturbo nell’equilibrio universale. L’intera creazione è caratterizzata da questo ‘disturbo’. Il processo del respiro implica un duplice movimento, verso l’interno e verso l’esterno, e una pausa regolare tra i due. Lo stato d’armonia si può raggiungere liberandosi dallo stimolo al movimento, pervenendo al riposo, alla calma e alla pace; ciò è possibile mediante lo yoga. Quando si è in uno stato di perfetto equilibrio, non c’è più bisogno di respirare.
Solan, 21 settembre 1948
Una ragazza si
rivolse a Mataji e disse:
Quando siedo per
meditare non desidero contemplare alcuna forma, ma com’è possibile meditare sul
senza forma? Ho notato che a volte, quando cerco di meditare, immagini di
divinità fluttuano davanti alla mia mente.
Mataji: Devi
contemplare qualunque immagine sorga nella tua mente. Osserva in quale forma
Dio ti Si manifesta. La stessa forma non soddisfa tutti. Per alcuni può essere
di maggiore aiuto Rama, per altri Shiva, per altri Parvati e per altri ancora
il Senza-forma. Lui è certamente senza forma ma, nello stesso tempo, osserva in
quale forma particolare ti appare per mostrarti la via. Devi contemplare in
ogni particolare qualunque Sua forma si presenti alla tua mente.
Procedi così:
Quando siedi a
meditare, contempla dapprima la forma di una divinità; immaginala seduta sul
suo trono, inchinati davanti a lei e fai japa. Terminato il japa inchinati
ancora una volta e, dopo averla installata nel tuo cuore, alzati dal seggio.
Questa potrebbe essere in breve la tua pratica, se non riesci a meditare sul Brahman.
Abbi la ferma
convinzione che in ogni momento, senza eccezioni, Egli sta facendo e farà ciò che
è meglio per te. Pensa così: “Egli si è rivelato a me in questo particolare
aspetto per aiutarmi. Egli è con forma e senza forma; l’intero universo è in
Lui ed è pervaso da Lui. Per questo si dice: ‘Il Sadguru è il Maestro
del mondo e il Maestro del mondo è il Sadguru”’.
Quel che ho detto è
inteso particolarmente per te. La stessa cosa non vale per tutti. Più Lo
contempli, più rapido sarà il tuo progresso. Se nella tua mente sorge
un’immagine di Lui, è Lui, così com’è Lui il Senza-forma. Osserva ciò che viene
spontaneamente.
Benares, 18 agosto 1948
Domanda: Come può
la meditazione su un aspetto particolare condurre alla meditazione del tutto? È
possibile concentrarsi completamente solo su un aspetto. Si dice che quando si
è assorti in meditazione, vi sia una graduale espansione della coscienza; e che
quando la mente raggiunge ciò che è oltre la sua capacità di comprensione, si
dissolva spontaneamente (laya).
Non c’è più la meditazione, ma la conoscenza divina (Jnana).
Alcuni sostengono questa teoria, ma non capisco come, con questo metodo, la
mente possa pervadere tutto.
Mataji: La
meditazione (dhyana), quando è veramente tale, avviene spontaneamente.
Deve venire da sé, senza sforzo. Dite poi che la mente si dissolve (laya),
ma qual è la sua origine?
Interlocutore: Il
Sé (Atman). La
Sruti afferma che essa è stata emanata dal Sé come un’ombra.
Mataji: Dove c’è
nascita, ci dev’essere dissoluzione (nasa); volete dire questo? Se fosse
così, la mente dovrebbe riemergere. Dite che non riuscite a capire
l’onnipresenza della mente; questo è naturale, perché non è una cosa che si può
afferrare – non è una cosa né può essere afferrata. Voi fate l’esperienza dei
piaceri e delle sofferenze del mondo; d’altra parte, durante la meditazione
godete di una temporanea felicità o beatitudine. Anche questa è un’esperienza,
vero? Anche se di natura leggermente diversa dalla prima.
Quando un uomo
descrive o riferisce un’esperienza, dopo essere sceso dalle altezze
dell’estasi divina (samadhi), ciò vuol dire che per lui esistono
ancora ascesa e discesa, altrimenti perché dovrebbe usare quelle espressioni?
C’è però uno stato in cui ascesa e discesa sono fuori questione. Potreste
sostenere che la mente va considerata esistente in samadhi, anche se in
uno stato d’assorbimento; altrimenti, uscendo dal samadhi, come potrebbe
quella persona parlare delle esperienze che ha avuto in quello stato? Potreste
ancora sostenere che la sua è una mente purificata. Sto parlando dal vostro
punto di vista. Sul sentiero si hanno delle esperienze. Tra i due tipi
d’esperienza appena menzionati c’è una differenza; ma appartengono entrambi
alla mente, sebbene a livelli differenti – anche ciò che chiamate samadhi.
Vi è un altro stato
ancora in cui non si può parlare d’ascesa e discesa, e di conseguenza neppure
di un corpo. Se sorgesse ancora la questione del corpo o dell’azione o
qualsiasi altro problema, significherebbe che non si è raggiunto quello stato.
Quando dite che la mente si dissolve (laya), in che cosa si dissolve?
Interlocutore: Nel
Sé, naturalmente.
Mataji: La mente si
dissolve come il sale nell’acqua; è questa la vostra idea? Da un certo punto di
vista può sembrare così. Nel caso di una dissoluzione di questo tipo, uno yogi
perfetto può risuscitare di nuovo la mente.
Interlocutore:
Pensavo ad una distruzione totale (nasa).
Mataji: Distruzione
(nasa) o dissoluzione (laya)? Na Sa significa ‘non
Lui, na Sva* ‘non il Sé’; è questo che si definisce distruzione? Quando
la distruzione è distrutta, rimane Quello. Considerate l’annientamento della
mente-ego (manomasa) la sua dissoluzione (laya)?
Interlocutore:
Come posso intenderlo?
Mataji: Sta al guru
indicare il metodo; egli vi mostrerà la via per comprendere e v’istruirà nella sadhana.
Vostro compito sarà continuare a praticarla fedelmente. Il frutto viene
spontaneamente sotto forma di rivelazione del Sé. Il potere d’afferrare
l’inafferrabile si manifesterà a suo tempo tramite il guru. Quando ci si
chiede: ‘Come devo procedere?’, la realizzazione non è stata, ovviamente,
ancora raggiunta. Non allentate dunque i vostri sforzi finché non ci sarà
l’Illuminazione. Fate che non ci siano buchi a interrompere il vostro sforzo,
poiché un buco produrrà un vortice. Il vostro sforzo dev’essere continuo come
il fluire dell’olio, dev’essere un flusso costante e ininterrotto.
Non importa se non
riuscite a controllare il bisogno di cibo e sonno; il vostro scopo dev’essere
quello di non permettere intervalli nella pratica della sadhana. Non
vedete che le necessità di cibo e sonno, ciascuna al suo momento, sono senza
eccezioni dei bisogni ricorrenti? Proprio allo stesso modo, nella ricerca della
verità dovete aspirare alla continuità. Una volta che la mente, nel corso del
suo movimento, percepisce il tocco dell’Indivisibile – se solo poteste
afferrare quel momento! – in quel Supremo Momento sono contenuti tutti i
momenti e, quando l’avrete catturato, tutti i momenti saranno vostri.
Prendete per esempio
i momenti di congiunzione (sandhikshana) all’alba, a mezzogiorno
e al crepuscolo, quando si rivela il potere collegato al punto di contatto –
dove s’incontrano l’andare e il venire. Ciò che chiamate ‘scarica elettrica’ è
solo l’unione di due opposti; ed è così che l’Essere Supremo Si manifesta al
momento della congiunzione. In realtà Esso è presente in ogni singolo momento,
ma voi non lo percepite. È questo che dovete afferrare, e potete farlo nel
punto di congiunzione, in cui gli opposti si fondono. Nessuno può predire
quando si rivelerà quel fatidico Momento per ogni individuo; perciò continuate
a praticare incessantemente.
Che cosa sia
esattamente quel grande Momento dipende dalla particolare linea d’approccio di
ognuno. Il momento in cui siete nati non determina e regola il corso della
vostra vita? Similmente, ciò che conta per voi è il momento in cui entrerete
nella corrente che costituisce il movimento del vostro vero essere, l’andare
avanti o, in altre parole, il grande pellegrinaggio. Fino a quando questo non
succede, la perfezione non può essere ottenuta. Ecco perché per alcuni
discepoli il guru stabilisce delle ore particolari per la sadhana, quali
l’alba, il tramonto, mezzogiorno e mezzanotte; questi sono i quattro momenti
prescritti di solito. Il discepolo ha il dovere di mettere in pratica
diligentemente gli ordini del guru, che variano secondo il temperamento e la
predisposizione dell’aspirante. Lo stesso metodo non si addice a tutti. La
persona comune può ignorare la particolare combinazione dei fattori necessari
per portare a completamento gli aspetti fin qui trascurati del suo essere; per
questo è essenziale obbedire alle istruzioni del guru. Il Momento decisivo è
destinato a manifestarsi non appena, sia per la vostra attitudine mentale sia
per le vostre azioni, sarete pronto. Cercate dunque di seguire rigorosamente il
sentiero indicatovi dal guru, e vedrete che ogni cosa accadrà spontaneamente.
Una parte delle
ventiquattrore del giorno va decisamente dedicata a Dio. Terminate, se
possibile, di praticare regolarmente il japa di un particolare Nome o mantra
mentre sedete in una certa posizione, e aumentate gradualmente il tempo o
il numero delle ripetizioni. Non c’è bisogno di aumentare ogni giorno. Fissate
il ritmo e l’intervallo di quanto aumenterete, per esempio ogni quindici giorni
oppure ogni settimana. Impegnatevi nella Ricerca di Dio in questo modo. Ovunque
siate, prendete rifugio in Lui, fate di Lui la vostra Meta. Quando in virtù di
questo sforzo v’immergerete profondamente in quella corrente e vi dedicherete
sempre più tempo, sarete trasformato e i vostri desideri per i piaceri dei
sensi s’indeboliranno; allora raccoglierete il frutto dei vostri sforzi.
Potreste arrivare a sentire che il corpo può andarsene in qualunque istante,
che la morte può arrivare in qualunque momento.
Così come
nell’universo c’è una creazione sempre nuova, allo stesso modo la vostra
reazione mentale e psicologica nei suoi confronti subisce un cambiamento
costante. Se procederete nella maniera indicatavi, vedrete che i vostri
interessi esterni svaniranno gradualmente e la vostra visione si volgerà
all’interno. Più intensa sarà la vostra ricerca, più vaste le possibilità che
vi si apriranno, e la sofferenza diminuirà in proporzione al vostro progresso e
non crescerà più. Si dice anche che il karma è estinto dal karma; vale
a dire, gli effetti delle azioni passate sono neutralizzati dalle azioni
contrarie. Se venisse veramente estinto, potrebbe accadere in brevissimo tempo.
Anche quando non riceve cibo, il corpo non smette d’assimilare nutrimento; in
questo caso si dice che comincia a consumare la sua stessa carne. Come nutrite
il corpo, così dovete prendervi cura di tutto ciò che riguarda il vostro
benessere spirituale; solo allora prospererete sotto questo aspetto. Chi può
dire in quale momento divamperà la fiamma dell’illuminazione? Per questo dovete
continuare costantemente i vostri sforzi senza venire mai meno. Sarete
assorbiti sempre più profondamente in Lui. Lui e solo Lui occuperà i vostri
pensieri e i vostri sentimenti, perché la mente cerca sempre ciò che le dà il
giusto sostentamento, e questo può venire solo dallo Stesso Essere Supremo.
Sarete allora trasportati dalla corrente che conduce al vostro Sé; più gioia
troverete nella vita interiore, meno vi sentirete attratti dalle cose
esteriori. La mente sarà, di conseguenza, così ben alimentata dal giusto nutrimento
che la realizzazione della sua identità con il Sé potrà avvenire in qualunque
momento.
Riguardo al laya,
se intendete la dissoluzione della mente in Quello, allora ciò che avete
detto è giusto. Il jada samadhi non è desiderabile. Al contrario, dovete
realizzare cos’è la mente, chi è. La mente si dissolve in Quello; è questo che
intendevate dire? Laya può significare sia che la mente non ha dove
andare – in altre parole, che non può più trovare la sua via e quindi è in uno
stato di latenza – sia che s’immerge in Quello che è la rivelazione del Sé, e
di conseguenza non c’è più possibilità di una sua esistenza separata. Dove c’è
la rivelazione del Sé, come può sorgere la questione se la mente viene dissolta
oppure no?
Questa risposta è
stata data dal punto di vista dal quale avete posto la domanda. Avete
cominciato col chiedere in che modo la meditazione su un aspetto particolare
può condurre alla meditazione sul tutto. Certo, il tutto è contenuto nella
parte; ma per arrivare a realizzare questa verità dovete seguire le istruzioni
del guru, che sono piene del Suo potere. Quanto è stato detto dà solo una
pallida idea di un solo aspetto dell’intero argomento.
Ci sono poi gli
esempi di quando si perde coscienza mentre si siede in meditazione. Alcune
persone sono, per così dire, venute meno inebriate dalla gioia, rimanendo in
quello stato per tanto tempo. Rinvenendo, hanno affermato d’aver provato una
sorta di beatitudine divina, che certo non è la realizzazione. Nella
meditazione esiste uno stadio in cui si percepisce una gioia immensa, in cui si
è come sommersi in quella gioia. Ma cos’è che viene sommerso? La mente naturalmente.
Ad un certo livello ed in alcune circostanze quest’esperienza può costituire
un ostacolo. Se ripetuta di continuo, si può ristagnare in quel particolare
livello e ciò può impedire di gustare l’Essenza delle cose.
Una volta stabilita
la vera contemplazione (dhyana), le attrazioni del mondo perdono
tutto il loro fascino. Nel caso in cui si facesse esperienza di qualcosa che
riguarda la Realtà Suprema o il Sé, non si può dire: “Dove sono stato? In quel
momento non sapevo nulla”, perché non può esservi ‘non sapere’. Se fosse ancora
possibile descrivere a parole la beatitudine che si prova, sarebbe ancora
godimento e quindi un ostacolo. Bisogna essere completamente coscienti, del
tutto svegli. Cadere nel torpore o nel sonno yogico non porta da nessuna parte.
Dopo una vera
meditazione i piaceri del mondo diventano ripugnanti, grossolani e del tutto
insignificanti. Che significa vairagya? Quando ogni singolo oggetto del
mondo accende, per così dire, il fuoco della rinuncia, così da fare
indietreggiare come per l’effetto di un colpo, allora c’è il risveglio
interiore ed esteriore. Questo, però, non significa che il vairagya implichi
avversione o disprezzo per le cose del mondo – queste sono semplicemente
inaccettabili, il corpo le rifiuta. Non c’è antipatia né collera. Quando il vairagya
diventa un’ispirazione vivente, si comincia a discriminare sulla vera
natura del mondo, fino a quando, con l’appassionata certezza della percezione
diretta, sorge infine la conoscenza del suo carattere illusorio. Ogni cosa che
appartiene al mondo sembra bruciare, non si può toccare. Anche questo è uno
stato che può presentarsi in un determinato momento.
Ora ciò che amate
non vi appare una cosa di breve durata, al contrario sembra rendervi felice; ma
nella misura in cui si desta lo spirito di distacco, l’inclinazione per quei
piaceri si attenuerà – perché, non sono passeggeri? In altre parole, la morte
morirà. Ora che state avanzando verso ciò che è oltre il tempo, la parvenza di
felicità prodotta dalle cose mondane sta per essere distrutta. Come risultato
vi chiederete: “Cos’è invero questo mondo?”. Finché penserete che il mondo sia
da godere tale domanda non si presenterà e poiché state procedendo verso ciò
che trascende il tempo, tutto ciò che appartiene al tempo comincerà ad
apparirvi nella sua vera luce. Se al ritorno dalla contemplazione continuerete
a comportarvi come prima, vuol dire che non siete stato trasformato. Quando ci
sarà la meditazione autentica, quella che suscita l’indifferenza al mondo,
comincerete a struggervi intensamente per il Divino, avrete un gran desiderio
di Lui e capirete che nulla di transitorio può appagare o soddisfare questo
desiderio.
Come spiegarvelo
chiaramente, pitaji? Alcune persone vengono da questo corpo e raccontano
che i loro figli e le loro figlie sono saliti su una macchina e sono andati via
senza neppure alzare lo sguardo per vedere se i genitori piangevano; sono
completamente insensibili al dolore dei loro genitori. Ecco, questo è
esattamente ciò che succede ad un certo stadio del sentiero: il piacere del
mondo non può toccarvi in alcun modo. Comincerete a pensare: “Le persone che
ritenevo più care sono legate a me solo dalla carne e dal sangue. Che significa
per me?”. Nessuno mette deliberatamente le mani sul fuoco o calpesta un
serpente; proprio allo stesso modo guarderete appena gli oggetti dei sensi e
andrete da un’altra parte. Allora entrerete nella corrente che vi porterà nella
direzione opposta e in seguito, quando vi libererete anche del
non-attaccamento, non ci sarà problema di attaccamento o non-attaccamento – ciò
che è, è Quello. Alcuni dicono che con uno sforzo costante si può ottenere
l’Illuminazione. Ma è vero che lo sforzo può produrre l’Illuminazione?
L’Illuminazione dipende dall’azione?
Il velo viene
distrutto, e una volta fatto questo si rivela Quello che È. Ciò che si ritiene
frutto dello sforzo è solo l’illuminazione dell’aspetto particolare verso cui è
stato diretto lo sforzo. La luce senza velo (niravaran prakasha) è Lui,
l’Eterno. Il guru sa qual è la giusta linea d’approccio per ogni individuo.
Domanda: A volte
si sente che gli oggetti dei sensi esistono realmente, e altre volte che sono
semplicemente delle idee. Perché la stessa cosa appare così diversa in
occasioni differenti?
Mataji: Perché siete
nella morsa del tempo. Non avete ancora raggiunto lo stato in cui ogni cosa è
percepita soltanto come Sé,* non è vero? Qui sta la soluzione di tutto il
problema. Il vostro modo di sentire è buono, giacché il vostro sentimento è
legato alla ricerca suprema; e poiché nulla va mai perduto, ciò che avete
realizzato anche per un secondo un giorno o l’altro porterà frutto. Allora la
conoscenza delle vere caratteristiche di ciascun elemento (tattva) balenerà
nella vostra coscienza, rivelando che cosa sono l’acqua, l’aria, il cielo,
ecc., e quindi che cos’è la creazione, come boccioli che si dischiudono
all’improvviso. Fiori e frutti esistono solo perché sono contenuti in potenza
nell’albero, perciò dovete mirare a realizzare il solo Elemento supremo (Tattva)
che farà luce su tutti gli elementi.
Avete chiesto cosa
sono gli oggetti dei sensi: un oggetto dei sensi (vishaya)** è
ciò che contiene veleno, è pieno di male e spinge l’uomo verso la morte; mentre
libertà dal mondo degli oggetti dei sensi (nirvishaya) – in cui
non vi è traccia di veleno – significa immortalità.
Domanda: Rimane
tuttavia qualcosa del cocente dolore del vairagya!
Mataji: Cosa produce
la sensazione di bruciore? Sicuramente una ferita! L’infiammazione c’è a causa
sua; ma di chi è la ferita? Se non c’è ferita, non può esserci dolore. Qui sta
l’inganno; fino a quando la Realtà non si rivela, la ferita continuerà a far
male. Se l’infiammazione è un processo di guarigione, naturalmente è benefica.
Il paziente che cade incosciente non è consapevole del dolore. Potete vedere
come l’uomo annega nel piacere, nella rovina e nel dolore; e certo questo non è
ciò che si desidera! Questa è la via del mondo, con le sue interminabili
incertezze***. Potete dire perché ci si sente angosciati?
Interlocutore: Si
è spinti in due direzioni: verso Dio e
verso il piacere dei sensi. Questo causa angoscia.
Mataji: Il vostro
problema è che sentite il desiderio di rinunciare, ma non potete realizzarlo.
Lasciate che questo desiderio si desti nel vostro cuore; il fatto che si agiti
significa che il tempo in cui sarete in grado di rinunciare s’avvicina.
Ottenete l’oggetto
che bramate e tuttavia siete insoddisfatto; e se non riusciste a ottenerlo,
sareste ugualmente deluso. La disillusione che provate nell’appagare il vostro
desiderio è salutare; ma l’angoscia del desiderio inappagato delle cose che non
siete riuscito ad ottenere vi conduce verso ciò che è morte, verso la miseria.
Interlocutore: I
desideri dei sensi non possono mai essere appagati; più si ha, più si
desidera. L’appagamento dei desideri mondani genera soltanto desideri più
grandi.
Mataji: Il mondo
stesso è una manifestazione del desiderio, e quindi l’angoscia dovuta al mancato
appagamento deve necessariamente continuare. Per questo si dice che nella vita
umana ci sono due correnti: una relativa al mondo, in cui un desiderio segue
l’altro; e l’altra relativa al proprio vero Essere. Caratteristica della prima
è che non potrà mai finire nell’appagamento; al contrario, il senso di bisogno
viene perpetuamente stimolato. Entrando invece nella seconda corrente l’uomo
si stabilirà nella sua vera natura e porterà a compimento lo sforzo che ne è
l’espressione. Se farà lo sforzo di realizzarsi entrando in questa corrente,
essa infine lo condurrà all’equilibrio perfetto del suo vero Essere.
Domanda: E
l’angoscia di non aver trovato, l’angoscia dell’assenza di Dio? Io non ho
desiderio dei piaceri dei sensi, ma essi vengono a me e sono costretto a farne
esperienza.
Mataji: Ah, ma
l’angoscia di non aver trovato Dio è salutare! Ciò che mangiate lascia un
sapore nella vostra bocca. Portate ornamenti perché lo desiderate, perciò
dovete sopportarne il peso, tuttavia quel peso è destinato a cadere, perché è
qualcosa che non può durare, non è così?
Domanda: Vi sono
esempi in cui una persona illuminata può essere ancora nell’ignoranza?
Mataji: Dite che una
persona è illuminata, e nello stesso tempo affermate che può essere soggetta
all’ignoranza? Una cosa del genere, pitaji, è impossibile. C’è però uno
stato di realizzazione che non è mantenuto sempre e in cui è possibile che si
verifichi quanto suggerite – ma mai in un caso di realizzazione finale. In
qualunque modo possiate percepire un Essere Illuminato, Egli rimane ciò che è.
Come potrebbe essere possibile l’ignoranza in ciò che viene chiamata Conoscenza
Suprema? Parlare d’ignoranza riferendosi ad un uomo realizzato è un esempio di
Conoscenza Suprema scambiata per ignoranza. Per questo parlate di ascesa e
discesa. Come non si pone la questione del corpo per chi è liberato, così per
lui non può esserci alcuna questione di salire e scendere; tuttavia, vi è uno
stato di realizzazione in cui esistono realmente ascesa e discesa.
*) – Un gioco di parole: samaya e svamayi si pronunciano allo stesso modo. Samaya = tempo; svamayi = permeato dal Sé.
**) – Vishaya = oggetto dei sensi. Vish = veleno; hay = è.
***) – Samsara = mondo. Samsaya =
incertezza.
Solan, 19 settembre 1948
Qualcuno parlò a
Mataji di un uomo che, senza alzarsi dal suo seggio, produceva ogni sorta di
oggetti: fiori, ghirlande, dolci, ecc., che apparivano semplicemente nelle sue
mani. Mataji raccontò allora un episodio che aveva avuto luogo a Dacca molti
anni prima.
Mataji: Che numero
incredibile di episodi simili ha visto questo corpo! Di regola questo corpo non
fa commenti su cose del genere, ma in una particolare occasione in qualche modo
accadde qualcosa di piuttosto insolito. Quando venne una certa donna, sentii di
dovermi stendere sul suo grembo. Non appena lo feci, notai distintamente che
nel sari della donna, all’altezza della cintola, era legato un involto
contenente diverse cose. Tutti cominciarono a chiederle di mostrare gli oggetti
che materializzava con mezzi sovrannaturali, perché molti l’avevano vista farlo
altre volte. Molti avevano sentito dire che nelle sue mani appariva spontaneamente
anche il prasad del tempio di Kali a Dakshineshwar. Questo corpo disse:
“Potrei scoprirlo ancor prima che arrivi da lì; ma volete che lo faccia?”. La
donna disse: “Sì, naturalmente!”. La domanda fu ripetuta molte
volte, e ogni volta lei e i suoi devoti rispondevano: “Sì, per piacere!”.
Questo è quanto accadde. Proprio così, questo corpo non tirò fuori nulla con le
sue mani – accadde spontaneamente solo quanto era destinato ad accadere.
In seguito una
devota della donna s’avvicinò a questo corpo e chiese: “Ma, voi non
umiliate mai nessuno, e certamente non in pubblico. Perché l’avete fatto in
questo caso?”. Le fu risposto: “Sì, come sapete di regola questo corpo non
interferisce con i modi innati di alcuno; tuttavia, che si tratti dell’evento
più ordinario o del più straordinario – chiamatelo come vi pare – la regola che
ha seguito questo corpo fino ad oggi è stata semplicemente questa: qualunque
cosa sia destinata ad accadere accade spontaneamente. Quando è arrivata quella
donna, questo corpo l’ha accolta con grande rispetto, offrendole il suo stesso asana
e mettendole una ghirlanda intorno al collo. Tutti erano felici! Ogni
forma, ogni espressione, è Lui e Lui soltanto. Quel giorno questo corpo non
manifestò nulla, ma la donna affermò di sua spontanea volontà: ‘Tornerò di
nuovo domani!’. L’avete sentito tutti, no? Cosa accadde dopo fu il Suo modo di
rivelare Se Stesso. Ditemi, che c’era da fare? Con qualunque metodo Lui possa
scegliere d’insegnare a qualcuno, in qualsiasi momento – per quanto riguarda
questo corpo, esso non ha un proprio desiderio – è per il bene (‘ja hoye jay’)”.*
Quando (nei primi
tempi) questo corpo soleva fare pranam a ogni creatura, fosse un
insetto, un ragno, un cane o un gatto, lo faceva nella piena consapevolezza
della presenza dell’Essere Supremo in ogni cosa.
‘Qualunque cosa
accada è bene’ – che altro si può dire. Ricorrere alla falsità o all’inganno
non può mai essere per il proprio bene. Chi inganna sarà ingannato. D’altro
canto, anche la falsità può essere mutata in verità. Qualcuno può imbrogliare
deliberatamente, ma grazie alla sincerità dei suoi discepoli la verità sarà
portata alla luce. Come risultato il discepolo supererà il guru. Il
proponimento di trovare la verità condurrà inevitabilmente alla sua
rivelazione. Dissi alla devota di quella donna: “Quante volte ho chiesto a voi
tutti: ‘Devo scoprirlo?’; e senza eccezioni m’avete pregato di farlo. Cos’altro
si può dire?”.
Accadono una
quantità di episodi simili! Ascoltate la storia di una giovane donna, che al
minimo stimolo andava in ‘samadhi’ – così almeno la gente credeva.
Sembrava divenire senza vita, le sue mani e i suoi piedi diventavano freddi.
Quando venne da questo corpo, andò ugualmente in quello strano stato che la
gente scambiava per samadhi. Questo corpo chiamava ‘nonna’ la madre
della ragazza, poiché erano entrambe dello stesso villaggio. Ella mi disse:
“Nipote, ti prego, cerca d’aiutare questa ragazza!”. Compresi perfettamente
qual era il problema della giovane, perciò le sussurrai all’orecchio:
“Riceverai molto presto una lettera da tuo marito”; e udendo questo rinvenne
subito. La notizia della guarigione si diffuse dappertutto. La gente era
profondamente disorientata, e si chiedeva quale potente mantra Mataji
avesse sussurrato all’orecchio della ragazza. In quelle circostanze era
davvero il ‘mantra’ appropriato a lei. Lo stato della ragazza era dovuto
alla sua preoccupazione per il prolungato silenzio del marito.
C’era poi un altro
giovane. Quali stati sovrannaturali era solito passare, quanti tipi di visioni
ebbe! Per esempio, faceva pranam e rimaneva in quella posizione per ore
di seguito, senza alzare la testa e con le lacrime che gli scendevano sulle
guance. Diceva di vedere e sentire Sri Krishna che insegnava ad Arjuna, così
com’è descritto nella Gita, e che era solito avere molte altre visioni
del genere. Questo corpo gli disse che se un sadhaka non può mantenere
il fermo controllo della mente può vedere e sentire molte cose, sia illusorie
sia genuine, tutte mischiate assieme. Può perfino essere soggetto all’influenza
di qualche ‘spirito’ o influsso negativo. Questi fatti, invece di creare una
pura aspirazione divina, ostacolano e non aiutano; inoltre, vedere qualcuno in
visione o sentirlo rivolgersi a voi, può diventare fonte di soddisfazione o di
piacere per l’ego. Non è auspicabile perdere il controllo. Nella ricerca della
verità non bisogna farsi sopraffare da nulla, ma si deve osservare attentamente
qualunque fenomeno si manifesti, rimanendo pienamente coscienti, completamente
svegli, mantenendo di fatto il pieno dominio di sé. La perdita della coscienza
e dell’autocontrollo non è mai buona.
Nel corso della
stessa conversazione Mataji disse:
Lo stesso Signore
Buddha è l’essenza dell’Illuminazione. Tutte le parziali manifestazioni di
saggezza che vengono nel corso della sadhana culminano
nell’illuminazione suprema (bodha svarupa). In maniera simile si
può ottenere la conoscenza suprema (jnana svarupa) o l’amore
supremo (bhava svarupa). Come c’è uno stato di conoscenza
suprema, così allo zenit del sentiero dell’amore c’è uno stato di perfezione,
in cui si realizza che il nettare dell’amore perfetto è identico alla conoscenza
suprema. In quello stato non c’è posto per l’eccitazione emotiva; invero,
questa renderebbe impossibile il risplendere dell’amore supremo (maha-bhava).
Ricordate una cosa: se, seguendo una particolare linea d’approccio, non si
perviene a ciò che è la consumazione di ogni sadhana, e cioè la Meta
finale, significa che non si è veramente entrati in quella linea. Sulla vetta
suprema dell’amore – che è il mahabhava – non può esservi in alcun modo
l’esuberanza, l’emozione eccessiva, e cose del genere. Non bisogna paragonare
in alcun modo l’eccitazione emotiva e l’amore supremo: sono completamente
differenti.
Quando si è assorti
in meditazione, che si sia coscienti o meno del corpo, che ci sia o no un senso
d’identificazione con il fisico – in ogni circostanza è imperativo rimanere
completamente desti; l’incoscienza va rigorosamente evitata. Bisogna mantenere
una genuina percettività sia che si contempli il Sé o qualche altra forma
particolare. Qual è il risultato di tale meditazione? Essa dischiude il proprio
essere alla Luce, a Quello che è eterno. Supponete che il corpo abbia avuto
qualche dolore o indolenzimento, ma che dopo la meditazione si senta
perfettamente sano e forte, senza alcuna traccia di stanchezza o debolezza. È
come se nel frattempo fosse passato un lungo periodo di tempo, come se non vi
fosse mai stato alcun problema. Sarebbe un buon segno; ma se al primo contatto
con la beatitudine si fosse tentati di perdersi in essa, e in seguito
affermare: “Non posso dire dov’ero, non so”, questo non sarebbe desiderabile.
Quando si è in grado di meditare veramente, nella misura in cui si contatta la
Realtà si scopre l’ineffabile gioia che si cela perfino negli oggetti
materiali.
D’altro canto, se
durante la meditazione ci si lasciasse per così dire andare ad una specie di
torpore, e in seguito si affermasse d’essere stati immersi nella beatitudine
profonda, questo tipo di beatitudine sarebbe un ostacolo. La forza vitale che
sembra essere rimasta in sospensione – come quando si ha un senso di grande
felicità dopo un sonno profondo – è un indice di ristagno. È un segno
d’attaccamento; e quest’attaccamento è un ostacolo alla vera meditazione,
poiché si sarà soggetti a volgersi di continuo verso quello stato, giacché dal
punto di vista del mondo, che è completamente diverso, sembrerà una fonte di
profonda gioia interiore e quindi un segno certo di progresso spirituale.
Fermarsi in qualunque stadio ostacola il progresso ulteriore – significa
semplicemente che si cessa d’avanzare.
Quando si è
impegnati in meditazione ci si deve considerare un essere puramente spirituale
(cinmayi), risplendente di luce propria, stabilito nella beatitudine del
Sé (atmarama), e concentrarsi sul proprio Ishta secondo le
istruzioni del guru. Il giovane menzionato prima (quello che soleva avere
visioni) era intelligente e quindi in grado di comprendere questo ragionamento.
Come risultato, le esperienze spettacolari cessarono e ora pratica la
meditazione e gli altri esercizi spirituali in maniera calma e riservata.
In seguito,
quando la conversazione si volse di nuovo su dhyana e asana, Mataji disse:
Se passate ora dopo
ora seduti in una certa posizione, se divenite assorti mentre sedete in quella
posizione e siete incapaci di meditare in qualsiasi altra, vuol dire che traete
piacere dalla posizione; e anche questo costituisce un ostacolo. Quando si
comincia a praticare japa e meditazione, è giusto esercitarsi e
continuare nella stessa posizione quanto più a lungo possibile. Ma quando ci
s’avvicina alla perfezione in queste pratiche, non si pone la questione su
quanto tempo si rimane in una posizione; in qualsiasi momento e in qualunque
posizione – supini, seduti, in piedi o poggiati di lato, secondo il caso – non
si può essere più distolti dalla contemplazione del proprio Ideale o Amato.
Il primo segno di
progresso si manifesta quando ci si sente a disagio in tutto tranne che nella
posizione di meditazione. Niente d’esterno interessa; la sola cosa che attrae è
rimanere seduti nella posizione preferita il più a lungo possibile e contemplare
l’Oggetto Supremo della propria adorazione, immersi in una profonda gioia
interiore. Questo segna l’inizio della concentrazione della mente e quindi è un
passo nella giusta direzione. Qui, tuttavia, si attribuisce grande importanza
alla posizione. Se si rimane in quella posizione finché dura l’inclinazione –
fiduciosi che l’Amato non può mai fare del male – e se vi si può rimanere
fissi, allora la posizione diventa di straordinaria importanza. Questo mostra
soltanto che ci si sta avvicinando alla perfezione nella pratica dell’asana.
In piedi, seduti o
camminando – in effetti ogni movimento del corpo è chiamato asana, e
corrisponde al ritmo e alla vibrazione di corpo e mente in quel particolare
momento. Alcuni aspiranti possono meditare solo seduti nella posizione indicata
dal guru o prescritta negli shastra, e non altrimenti. È così che si
diventa esperti nella meditazione. D’altra parte, si può cominciare la pratica
seduti in una qualsiasi posizione normale; ma, non appena si raggiunge lo stato
di japa o di dhyana, il corpo assumerà spontaneamente la
posizione più appropriata, allo stesso modo in cui si manifesta involontariamente
un singhiozzo. Man mano che la meditazione diventerà sempre più intensa, le
posizioni guadagneranno in perfezione. Se in un pneumatico viene pompata poca
aria, rimane sgonfio; ma se si gonfia al massimo della sua capacità, rimane
stabile nella sua forma naturale. Similmente, quando si perviene alla vera
meditazione, il corpo si sente leggero e libero, e alzandosi dalla meditazione
non si sente fatica o dolore né torpore o indolenzimento nelle membra.
Nella vera
meditazione si viene a contatto con la Realtà, e come lascia il segno il
contatto con il fuoco, così questo contatto lascia la sua impronta. Che cosa ne
risulta? Gli ostacoli svaniscono, sono consumati dal vairagya o
dissolti dalla devozione al Divino. Le cose di questo mondo appaiono insipide e
poco interessanti, del tutto estranee; la conversazione mondana perde il suo
fascino, diviene priva d’interesse e, in una fase ulteriore, perfino penosa.
Quando vengono persi o danneggiati i possessi terreni, la vittima si sente
turbata, il che evidenzia la stretta mortale che gli oggetti dei sensi
esercitano sulle menti degli uomini. Questo è ciò che si chiama granthi – il
nodo che costituisce il senso dell’ego. Per mezzo della meditazione, del japa
e di altre pratiche spirituali, che variano secondo la linea d’approccio di
ciascun individuo, questi nodi vengono sciolti; si sviluppa la discriminazione
e si perviene a discernere la vera natura del mondo della percezione dei sensi.
All’inizio si era irretiti nel mondo e ci si dibatteva impotenti nella sua rete
ma, quando ci si disincaglia da esso e si attraversano gradualmente le varie
fasi dell’aprirsi sempre più alla Luce, si arriva a vedere che tutto è
contenuto nel tutto, che c’è solo un Unico Sé, il Signore di tutto, ovvero che
tutti sono solo servitori dell’Unico Maestro. La forma che prende questa
realizzazione dipende dal proprio orientamento. In virtù della percezione
diretta si sa di esistere e che quindi esistono tutti gli altri; e ancora, che
c’è l’Uno e solo l’Uno, e che nulla viene e va, eppure viene e va. Non c’è modo
d’esprimere tutto questo a parole. Nella misura in cui ci s’allontana dal mondo
dei sensi, ci s’avvicina sempre più a Dio.
Quando si perviene
alla vera meditazione, la posizione scelta non rappresenta più un ostacolo né
una fonte di piacere; in altre parole, non ha alcuna importanza in quale
posizione particolare uno stia. Che si sieda dritti o storti, la posizione
giusta si formerà da sé, il corpo assumerà la posizione appropriata. Ci sono
dei casi in cui si è completamente indipendenti dalla posizione fisica. In
qualunque posa il corpo possa trovarsi, la meditazione avviene senza sforzo;
anche se non c’è dubbio che se si assume una posizione particolare, come ad
esempio padmasana (la posizione del loto) o siddhasana (la
posizione del perfetto), si perviene ad uno stato in cui non può esserci alcuna
interruzione alla propria unione con l’Essere Supremo.
*) – Ja hoye jay: questa frase concisa è pronunciata continuamente da Mataji. Essa è piena di significato; in effetti implica tutta una filosofia di vita. Significa che qualunque cosa succeda è secondo la volontà divina, e perciò ugualmente benvenuta a Mataji. Esprime anche la completa mancanza di desiderio personale, l’abbandono senza riserve alla Provvidenza, e la convinzione che nulla possa accadere che non sia fondamentalmente diretta dal Creatore.
Benares, 11 agosto 1948
Domanda: L’altro
giorno, parlando delle visioni e delle esperienze che si hanno durante la
meditazione, avete detto che non sono vere visioni ma semplici ‘contatti’.
Mataji: Sì, dal
livello di chi può parlare di ‘contatto’ è così, vale a dire, non siete
stati cambiati dall’esperienza; tuttavia vi attrae, e potete esprimere il
sentimento in parole, il che implica che traete ancora piacere dagli oggetti
dei sensi. È dunque un mero contatto. Se ad essa fosse seguita una
trasformazione, sareste incapaci di sentire i piaceri del mondo in questo modo.
Come può esservi godimento o piacere in uno stato d’essere trasformato?
Domanda: Atman e
Brahman sono differenti solo per l’enunciato di una limitazione. La visione
che viene dalla costante meditazione su ‘Io sono Saccidananda’ è Atma darshana
(visione del Sé). Considerato che non può esservi visione del Brahman, deve
trattarsi di una visione parziale e quindi limitata del Brahman. È esatto?
Mataji: Se pensate
che nel Brahman vi siano parti, potete dire ‘parziale’; ma possono
esserci parti nell’Assoluto? Parlate di ‘contatti’ perché pensate e sentite in
termini di parti; ma Colui che È, è un tutt’uno.
Domanda: Ci sono
gradi (krama) nella conoscenza?
Mataji: No. Come
potrebbero esservi gradi nella conoscenza del Sé (svarupa jnana)? La
conoscenza del Sé è una. Il procedere di passo in passo si riferisce allo
stadio in cui si distolgono gli occhi dagli oggetti dei sensi e si rivolge lo
sguardo all’interno, verso l’Eterno. Non si è ancora realizzato Dio, ma
percorrere il sentiero spirituale è diventato fonte di gioia. Lungo questa
linea ci sono dharana, dhyana e samadhi. Le esperienze in
ciascuno di questi stadi sono infinite. Dove c’è la mente c’è esperienza. Le
esperienze nei diversi stadi sono dovute alle varie forme di desiderio per la
Conoscenza Suprema. La mente, che in precedenza era concentrata sulle cose
materiali, e deducendo che non si potesse provare l’esistenza di Dio era
pervenuta a negarLo, adesso si volge nella direzione opposta. Non è perciò
naturale che la Luce appaia in essa in conformità allo stato raggiunto? Questi
stati sono noti con vari nomi. Quando cessano le visioni che si hanno in
meditazione? Quando il Sé si rivela (svayam prakasha).
Domanda:
Sopravvive il corpo quando si dissolve l’ego-mente (manonasha)?
Mataji: A volte
viene posta la domanda: “Da dove insegna il Maestro del mondo? Dallo stato d’ajnana?”.
Se fosse così la
mente non sarebbe stata dissolta, la triplice differenziazione (triputi)
di conoscitore, conoscenza e conosciuto non avrebbe potuto fondersi. Cosa
potrebbe darvi allora? Dove potrebbe condurvi? C’è però uno stadio in cui
questa domanda non si pone. Il corpo è l’ostacolo alla Conoscenza Suprema?
Ci si chiede anche
se il corpo esista oppure no. Ad un certo livello questo problema non può porsi.
Lo stato in cui nasce questa domanda non è quello del puro Essere, ma si crede
che la domanda si possa porre e che vi si possa anche rispondere. La risposta
però sta laddove non vi è né domandare né rispondere, dove non ci sono ‘altri’
né divisione. Come ci si può dunque avvicinare al Maestro supremo e riceverne
l’istruzione? Allo stesso modo, gli insegnamenti degli shastra e delle
altre scritture sono diventati completamente inutili. Questo è un aspetto del
problema.
Parlare di gradi (krama)
della conoscenza, come se si stesse studiando per una laurea, è presentare
il problema dal punto di vista della sadhana. Laddove il Sè è rivelato,
questo problema non si pone; tuttavia, dove c’è sforzo personale, come nella
pratica della meditazione o della contemplazione, esso porterà sicuramente
frutto. Ma nello stato d’illuminazione non può esservi realizzazione o
non-realizzazione; sebbene sia lì non c’è e, malgrado non ci sia, tuttavia c’è
– proprio così.
Alcuni dicono che
rimane un ultimo residuo della mente. Ad un certo livello è così. C’è però uno
stadio ulteriore in cui il problema se rimane o meno una traccia della mente
non si pone. Se ogni cosa può essere bruciata, non può essere consumato anche
quest’ultimo residuo? Non c’è questione di ‘sì’ o ‘no’: ciò che è È.
Meditazione e contemplazione sono necessarie perché si è sul livello di
accettazione e rifiuto, e lo scopo è proprio quello di trascendere accettazione
e rifiuto. Volete un sostegno, vero? Il sostegno che vi può portare oltre,
laddove non c’è più questione di sostegno o mancanza di sostegno, è il sostegno
senza sostegno. Ciò che si può esprimere con le parole può essere certamente
ottenuto; ma Egli è Quello al di là delle parole.
Interlocutore: Ho
letto che i Maestri devono discendere per poter agire nel mondo. Questo sembra
implicare che nonostante siano stabiliti nel puro Essere, per operare debbano
ricorrere all’aiuto della mente. Così come un re, quando recita la parte di uno
spazzino, deve in quel momento immaginare di essere uno spazzino.
Mataji:
Nell’assumere una parte non c’è questione di ascendere o discendere. Dimorando
nel Suo essere essenziale (svarupa), Egli interpreta vari ruoli;
ma quando parlate di ascendere e discendere, dov’è lo stato di puro essere? Può
esserci dualità in quello stato? Brahman è Uno senza secondo, anche se
capisco che dal vostro punto di vista la cosa sembri come la ponete.
Interlocutore: Lo
avete spiegato dal livello dell’ajnana; ora vogliate parlare dal livello
dell’illuminato (jnani)!
Mataji: (sorridendo)
Accetto anche quanto dite ora. Qui (indicando se stessa) non si
rifiuta nulla. Sia lo stato dell’Illuminazione sia quello dell’ignoranza è
giusto. Il fatto è che avete dei dubbi; ma qui non ci sono dubbi. Qualunque
cosa diciate – e da qualsiasi livello – è Lui, Lui e solo Lui.
Domanda: Se è
così, a che serve porvi altre domande?
Mataji: Ciò che è È.
È naturale che sorgano dubbi, ma la cosa meravigliosa è che dov’è Quello non
c’è nemmeno spazio per assumere diverse posizioni. Certo, i problemi si
discutono per dissolvere i dubbi, perciò è utile discutere. Chi può dire quando
il velo si solleverà dai vostri occhi? Lo scopo della discussione è rimuovere
la visione consueta, la visione che non è affatto visione, perché è solo
temporanea. La vera visione è quella in cui non ci sono più chi vede e la cosa
vista. Essa è senza occhi – non può essere vista con questi occhi, ma con gli
occhi della saggezza. Nella visione senza occhi non c’è posto per la
‘di-visione’.
Qui (indicando se
stessa) non c’è questione di dare e prendere né di servire. Queste cose
esistono al vostro livello; è da lì che sorgono questi argomenti.
Quella sera fu fatta
la seguente affermazione:
Grazie
all’osservanza del silenzio si ottiene la conoscenza suprema (jnana).
Mataji: Come? Perché
è stata usata la parola ‘grazie a’?
Un devoto: Il
silenzio è di per sé saggezza, il mezzo è di per sé il fine.
Un altro: Per
silenzio dobbiamo intendere il placarsi dei cinque sensi.
Mataji: Si, ma
perché dire ‘grazie a’?
Un devoto: Il
significato di ‘grazie a’ è completa ed esclusiva concentrazione sul Sé.
Mataji: Quando ci si
astiene dal parlare, l’attività della mente continua ancora; nondimeno tale
silenzio aiuta a controllare la mente. Quando la mente s’immerge più
profondamente si rilassa, e quindi si percepisce che Colui che provvede a tutto
aggiusterà le cose. Se la mente è agitata dai pensieri delle cose del mondo si
perde il beneficio che si dovrebbe guadagnare astenendosi dal parlare. Si
potrebbe, per esempio, rimanere in silenzio nel momento della collera che però,
alla fine, è destinata ad esplodere. Quando la mente è centrata in Dio,
continua ad avanzare costantemente e nel contempo emerge la purezza di corpo e
mente. Lasciare che il pensiero si soffermi sugli oggetti dei sensi è uno
spreco d’energia. Quando la mente è così occupata e non osserva il silenzio,
trova liberazione nel parlare. Osservare il silenzio in questi casi potrebbe
sottoporre i sensi ad una tensione eccessiva e causare facilmente qualche
malattia. Quando però la mente è rivolta all’interno non solo non c’è pericolo
per la salute, ma – ancor più – soffermandosi costantemente sul pensiero di Dio
si scioglieranno tutti i nodi (granthi) che costituiscono l’ego,
e sarà realizzato ciò che dev’essere realizzato.
Osservare il
silenzio significa mantenere la mente concentrata su di Lui; dapprima si sente
l’impulso di parlare, ma poi svanisce ogni inclinazione o avversione. È come
l’ape che accumula il miele: tutto quello di cui si ha bisogno viene raccolto
naturalmente. Quando c’è un’unione sempre più intima con Lui, ciò che è
necessario diventa automaticamente disponibile e, per così dire, si presenta da
sé.
Come si mantiene in
vita il corpo, quando ci si astiene completamente dal parlare e anche dal
comunicare con segni o gesti (kasta maunam)? Ogni cosa si fonde,
e la persona in silenzio osserva come una specie di spettatore. Nella misura in
cui avanza verso l’unione, noterà che gli ostacoli scompaiono e tutto ciò che
è necessario avviene da sé. Una cosa è se tutto accade da sé, e tutta un’altra
cosa fare preparazioni con i propri sforzi. Vero silenzio significa che la
mente non ha di fatto alcun luogo dove andare. Alla fine, che la mente esista
oppure no, che si parli oppure no, non fa alcuna differenza.
Non è corretto dire:
“Si è realizzato grazie al silenzio”, perché la conoscenza suprema non viene
‘grazie a’ qualche cosa; la conoscenza suprema rivela se stessa. Per
distruggere il ‘velo’ ci sono appropriate discipline e pratiche spirituali.
Domanda: Che dite
del sadhu silenzioso di Navadvip?*
Mataji: Egli aveva
acquietato il corpo con la pratica, ma la sua mente non era stata trasformata;
era un caso di mero controllo fisico. Se la sua mente fosse stata acquietata,
quel tipo di comportamento mondano sarebbe stato impossibile; comunque, anche
quella pratica non è del tutto inutile, perché produce qualche risultato. Solo
che non si trova Quello, che è il vero bisogno.
*) – Molti anni fa, quando Mataji andò a Navadvip con Bholanath (suo marito), c’era un sadhu che attirava moltissima attenzione. Era solito sedere tutto il giorno nella posizione del loto, così perfettamente immobile che era difficile capire se era un uomo vivo o una statua. Tutti lo rispettavano e credevano si trattasse di un grande santo in uno stato di profondo samadhi. Mataji non fece commenti al riguardo. Stando nella stanza accanto al sadhu, ella scoprì presto che durante la notte questi faceva il bagno, mangiava e dormiva segretamente. A poco a poco il sadhu confidò a Mataji d’assumere quella posa per ricavarne denaro. Grazie all’influenza benevola di Mataji, egli abbandonò quella vita basata sull’inganno.
Benares, 27 settembre 1948
Domanda: Quando
la mente è immersa in samadhi, si fa o no l’esperienza del sovrannaturale
(camatkara)? Se sì, implica che ci si è allontanati dall’oggetto della propria
contemplazione? Qual è la vera causa di ciò?
Mataji: Samadhi
significa samadhana (soluzione, compimento).
Interlocutore: La
soluzione suppone una domanda, mentre il samadhi è uno stato in sé.
Mataji: Questo corpo
non usa il linguaggio degli shastra; quando parla si riferisce alle cose
comuni, come l’acqua, la terra, l’aria e così via. Chi ha intelligenza è in
grado di capire questo linguaggio spezzettato e incompleto. Samadhana significa
perfetta risoluzione di tutto: della forma e del senza-forma, dell’essere
manifesto e del non-manifesto. La soluzione di un problema è una cosa, ma c’è
un altro tipo di risoluzione in cui non può presentarsi la possibilità di
problemi e della loro soluzione: è chiamato samadhi.
Interlocutore:
Proprio così; ci sono dunque due tipi di samadhi: savikalpa e nirvikalpa.
Mataji: Il primo
significa risoluzione dell’esistenza cosmica nella pura e unica Esistenza (Satta).
Riguardo al secondo, Là non c’è neppure una cosa che si possa chiamare
‘Esistenza’.
Interlocutore:
Neppure una cosa che si possa chiamare ‘Esistenza? Allora cos’è?
Mataji: Fino a
quando permangono pensieri e idee (sankalpa e vikalpa), non
può esserci neppure il savikalpa samadhi. Savikalpa samadhi significa
consapevolezza dell’Esistenza. Quando però la questione dell’Esistenza non si
pone – quando non è possibile differenziare ‘ciò che è’ da ‘ciò che non è’ – si
può esprimere qualcosa con le parole, per quanto poco? Questo è il nirvikalpa
samadhi. Dov’è qui lo spazio per il sovrannaturale?
Interlocutore: Il
sovrannaturale, in altre parole ciò che è al di là di questo mondo (aloukika), non è alla portata
dell’intelligenza comune; tuttavia può essere compreso dalla mente. Se si
accetta la mente come dato di fatto, le sue stesse creazioni sono gli oggetti
su cui pensa. C’è, naturalmente, qualcosa di separato dalla mente – Cit – che
si considera completo in se stesso. Qualunque visione appaia alla mente in
contemplazione, eccetto Quello, è ciò che in genere viene chiamato camatkara.
Mataji: Chi
percepisce il camatkara?
Interlocutore: La
mente.
Mataji: Se non ci
fosse la mente, il sovrannaturale non si potrebbe dunque percepire; di
conseguenza, come si possono avere visioni in nirvikalpa samadhi?
Interlocutore: La
ragione mi dice che la mente dev’essere presente in entrambi i tipi di samadhi.
Secondo gli shastra, nel nirvikalpa samadhi la mente cessa d’esistere. Certo,
la mente grossolana non perdura, ma bisogna ammettere che la mente sottile
rimane in uno stato latente; altrimenti come si potrebbe parlare in seguito
dell’esperienza? In altre parole, l’esperienza viene o non viene ricordata
quando finisce? Se sì, bisogna ammettere senza dubbio che la mente sottile
esiste ancora.
Mataji: Alcuni
affermano che una minuscola particella* della mente rimane; altrimenti come
potrebbe esserci la manifestazione del corpo? Questo corpo dice anche che se
il fuoco dell’Illuminazione può consumare tutto, non deve bruciare anche questo
piccolo residuo? Quando c’è esperienza, la mente deve necessariamente esistere;
non vi può essere camatkara senza la mente.
Interlocutore: Se
cessa d’esistere quel piccolo residuo della mente, come può continuare il
corpo? In quale condizione scompare l’ultima traccia della mente? Mentre il
prarabdha è ancora attivo o quando è stato esaurito?
Mataji: Qual è la
vostra opinione, pitaji? Sì, alcuni sostengono che in samadhi l’ego-mente
non esiste. Questo corpo però dice che se tutto viene bruciato dalla conoscenza
suprema, non dovrebbe avere il potere di consumare anche il prarabdha?
Interlocutore: Se
il prarabdha è cancellato, come può sopravvivere il corpo?
Mataji: Volete dire
che fino a quando perdura il corpo deve rimanere necessariamente del prarabdha,
e che dunque anche la mente deve sopravvivere? Va bene. Se accettate il
corpo come realtà, nel senso comune del termine, dovrete indubbiamente
ammettere l’esistenza del prarabdha e, dal vostro punto di vista, anche
l’esistenza della mente. ‘Corpo’ significa cambiamento perpetuo, ciò che
s’allontana sempre**; ma può ancora porsi la questione del corpo nello stato in
cui la morte può considerarsi morta?
Interlocutore:
Quando si hanno visioni del sovrannaturale, significa che ci si è allontanati
dallo stato supremo?
Mataji: Un volta
conseguita la Realtà ultima, non può esservi questione né del sovrannaturale né
di deviare o non deviare dalla Realtà. Che cosa s’intende con videhamukti?
Interlocutore:
Non essere costretti ad assumere un altro corpo dopo aver lasciato questo è
chiamato videha-mukti.
Mataji: Molto bene;
il corpo è dunque un ostacolo, e quindi deve scomparire?
Interlocutore:
No, lo scopo del nirvikalpa samadhi è conseguire il potere d’impartire la vera
conoscenza ai ricercatori (e per questo si richiede un corpo).
Mataji: Anche il samadhi
va considerato uno stato. Ogni cosa è possibile secondo il particolare
stadio di sviluppo di una persona. Ciascuno acquisirà sicuramente la conoscenza
relativa allo stato raggiunto.
Interlocutore: Se
è così, l’esperienza del sovrannaturale indica una deviazione dall’oggetto di
contemplazione.
Mataji: Quando
l’oggetto di contemplazione si rivela da sé, vale a dire quando Quello si
rivela nella forma dell’oggetto di contemplazione, com’è possibile deviare da
esso?
Domanda:
L’esperienza del sovrannaturale non ha radice nel desiderio?
Mataji: Si manifesta
solo ciò di cui è stato piantato il seme; altrimenti, come potrebbe
manifestarsi?
Domanda:
Prendiamo le onde di un lago; non sono la natura dell’acqua, ma sono create
dal vento. Com’è possibile non avere desideri?
Mataji: Fino a
quando il seme non è stato sterilizzato è destinato a germogliare. Qual è
allora, la vostra opinione? Quando sopravviene la vera conoscenza del Sé il
corpo sopravvive oppure no?
Interlocutore:
Penso che sopravviva.
Mataji: Sì – come
dicono alcuni, sostenuto dalla piccola parte di mente che è stata preservata?
Domanda: Un
maestro spirituale insegna dallo stato di jnana o è ancora nello stato
d’ajnana?
Mataji: Non sarebbe
giusto presumere lo stato d’ignoranza della Realtà quando lo scopo
dell’insegnamento è la realizzazione del Sé.
Interlocutore:
Per questo suppongo che il karma non sia stato completamente esaurito.
Mataji: Come un
ventilatore che continua a girare anche dopo che è stata tolta la corrente?
Domanda: In
questo esempio la corrente elettrica viene tolta completamente. Forse questo
vuol dire che allo stesso modo viene distrutta interamente anche l’ignoranza?
Mataji: La
connessione è interrotta. Ciò che era già cominciato ed è in atto è chiamato prarabdha.
Interlocutore: Se
è così, può il prarabdha portare frutto oppure no? Penso che la sua distruzione
non sia confermata dai fatti.
Mataji:
L’insegnamento del saggio illuminato (jnani) si riferisce alla verità
come si rivela prima che il suo prarabdha sia esaurito oppure alla
verità che sta al di là?
Interlocutore:
No, non alla verità che sta al di là. L’istruzione sulla pura verità, non
contaminata dal prarabdha, è impartita da un avatar. L’insegnamento del jnani è
limitato dal suo prarabdha.
Mataji: Laddove la
conoscenza si rivela da sé, la sua rivelazione dipende dal karma?
Interlocutore: Ci
sono due tipi di conoscenza: svarupa jnana (conoscenza del Sé) e vritti jnana
(conoscenza mentale acquisita). Il secondo tipo di conoscenza, relativo al
jnani, gli permette di raccogliere i frutti del suo prarabdha.
Mataji: Intendete
dire che come un bambino accresce gradualmente la sua conoscenza con lo studio
continuo, anche in questo caso si ha un’accumulazione progressiva di
conoscenza? Questo però non può essere lo stato di un jnani!
Interlocutore:
Svarupa jnana si rivela da sé, mentre vritti jnana è la conoscenza degli
oggetti. Svarupa jnana non rende jnani. Chi possiede vritti jnana è chiamato
jnani, perché la conoscenza del Sé è comune a tutti.
Mataji: ‘Conoscenza
del Sé’ significa che si è stabiliti in uno stato particolare?
Interlocutore: Si
è stabiliti nel Sé.
Mataji: Giusto, pitaji.
Come dite voi, tutti, senza eccezioni, sono radicati nella conoscenza del
Sé; invero, è così.
Interlocutore:
Non tutti sono consapevoli di questa conoscenza. Solo quelli che hanno
acquisito vritti jnana possono essere chiamati jnani, poiché sono in grado di
guidare un aspirante secondo la sua struttura mentale.
Mataji: Sì, ma cosa
ha a che fare questo con lo stato in cui il Sé si rivela costantemente in tutta
la sua gloria? Come dite voi, è stabilito nel vritti jnana chi ha
acquisito la conoscenza con uno sviluppo graduale ed è stato progressivamente
illuminato.
Le parole, le
argomentazioni, il linguaggio e cose del genere appartengono alla mente; mentre
nello stato che abbiamo appena riferito, non c’è posto per il linguaggio.
Questo corpo rispetta qualunque cosa si dica, perché il punto di vista di ogni
persona dipende dalla scala particolare per la quale ascende. Qualunque idea si
sostenga – sia di alto o basso livello – per quanto riguarda questo corpo fa lo
stesso. Per tale motivo, sia che qualcuno ritenga che il corpo possa o non
possa esistere senza prarabdha o che avanzi una teoria da un qualsiasi
punto di vista, ogni cosa è giusta al suo livello; ma al di là delle parole e
delle espressioni – dove c’è manifestazione e non manifestazione, durata e non
durata, spazio e assenza di spazio – là nulla è valido. Non si può neppure
parlare dell’essenza delle cose di questo mondo; ma l’essenza dell’Essere
trascendentale è qualcosa di molto più lontano.
C’è poi anche quel
che è noto come ‘fusione’; ma uno yogi può riuscire a staccarsi di nuovo
da quello in cui dice d’essersi fuso. Anche questa è una possibilità che avete
indicato, non è vero? Ma nello stato di cui parla questo corpo non è così – e
anche dire ‘non è così’ non lo esprime. Con il ragionamento e la discriminazione
si può giungere alla conclusione che, fino a quando continua l’esistenza
fisica, rimane una piccola parte della mente; ma questo corpo parla di uno
stato in cui non c’è neppure la possibilità di una traccia della mente.
Domanda: Allora
il corpo continua ad esistere oppure no?
Mataji: Se il corpo
fosse un ostacolo quello stato particolare semplicemente non potrebbe esistere.
In quella condizione la questione se il corpo rimane o meno non può sorgere.
Domanda: Ci può
essere domanda e risposta in quello stato?
Mataji: Sì, può
esserci – se c’è l’idea del corpo. Ci sono domande e risposte per quelli che
pensano che ci siano discepoli e guru.
Interlocutore:
Allora parlare di guru, discepoli e così via è completamente senza senso.
Mataji: Il progresso
del discepolo continua fino al livello raggiunto dal maestro. Se il maestro è
nello stato d’ajnana, e la domanda è posta da chi è ugualmente
nell’ignoranza, come ci si può aspettare la rivelazione della vera conoscenza?
Nondimeno un discorso che intenda
spiegare la realizzazione del Sé sarà ovviamente utile e benefico. Molto
bene, pitaji, ditemi, nel caso di un precettore che è un maestro del
mondo, non è naturale che debbano esserci domande e risposte per ottenere la
realizzazione del Sé? È e sarà sempre così? È una menzogna? Bisogna considerare
qualcos’altro: dite, chi è che risponde e a chi? Che le domande vengano poste e
ricevano una risposta è semplicemente un’idea del ricercatore al suo livello.
Potete considerare chi dà le risposte un individuo, solo perché risponde? A chi
risponde? Chi risponde, e qual è la risposta? Chi è chi, in quello stato di
puro Essere? Il posto del vritti jnana è dove non c’è la rivelazione del
Sé. Questo è difficile da accettare, finché si tratta ancora d’accettare e
rifiutare. Come può esservi discussione e conversazione nel livello in cui non
può sorgere la questione d’accettare o rifiutare?
Pitaji, avete chiesto: “Parlatemi della vostra
esperienza”, ma ciò implicherebbe che ci sia ancora chi ha fatto l’esperienza.
Qui ciò è impossibile; inoltre, la questione della trasmissione di potere dal
guru al discepolo è ugualmente inesistente. Se non c’è il corpo, non può
esserci neanche questa questione. Non c’è questione di un corpo fisico o di
qualunque altro corpo. Ciò che è al di là non può essere espresso con le parole
in una lingua. Tutto ciò che si può esprimere con le parole o il linguaggio è
una creazione della mente. Pitaji, per quanto riguarda il detto: “C’è
solo Brahman senza un secondo”, nel Sé non c’è affatto possibilità di un
‘secondo’. L’idea del ‘due’ è stata prodotta dall’operazione della ragione;
proprio come dite: “Egli cammina senza piedi e vede senza occhi”.
Questo corpo sostiene
che qualunque cosa si dica dal piano della ragione – con l’idea che il corpo
esista, dal punto di vista del discepolo – può essere sostenuta a livello di
ragionamento, perché la propria visione è condizionata dagli occhiali che si
usano. Questo corpo afferma che qualunque teoria si possa sostenere è basata
sul ragionamento, che presuppone l’esistenza di un residuo della mente e del prarabdha;
ma laddove Quello è rivelato, la cosa è diversa, là è impossibile
discriminare o speculare. Oltre la ragione, al di là dei punti di vista, c’è
uno stato in cui nessuno di questi può sussistere. Pitaji, in verità in
Quello non c’è posto per le parole, il linguaggio o la discriminazione di
qualsiasi genere. Che si dica ‘non c’è’ oppure ‘c’è’ – anche queste sono semplicemente
parole; parole che fluttuano sulla superficie.***
Per questo si dice
che là non hanno posto le parole, il linguaggio, le affermazioni di qualsiasi
tipo. Questa è la verità, pitaji; comprendete?
Mataji aggiunse: Non avete ricevuto una risposta precisa alle vostre domande. Da quanto è stato detto, dovete prendere ciò che può essere afferrato dall’intelletto.
*) – Il termine tecnico è ‘avidya lesha’ (un piccolo residuo d’ignoranza).