MATRI DARSHAN
(La
Madre come mi si è rivelata)
di Bhaiji
L’autore di questo
libro, Sri Jyotish Chandra Ray, noto comunemente come ‘Bhaiji’ (fratello
maggiore), era molto amato e riverito dai devoti di Sri Anandamayi Ma; invero
potrebbe essere chiamato il principe dei bhakta. Chiunque ebbe la fortuna
d’incontrarlo restò colpito dalla trasparente nobiltà del suo carattere, dalla
sua estrema semplicità e dal suo raro spirito di servizio. Grazie ad una
eccezionale purezza ed umiltà poteva vedere le cose con rara intuizione. ‘Matri
Darshan’ è prezioso perché è stato scritto da un devoto di grande levatura
spirituale, al quale Mataji aveva – in misura grande o piccola – rivelato Se
Stessa. Il sentimento di Bhaiji può essere espresso meglio con le sue parole:
“Anche se piccole porzioni del cielo infinito si rispecchiano in stagni e
laghi, questi riflessi non possono darci un’idea dell’immensità del firmamento.
Allo stesso modo è impossibile avere consapevolezza dell’infinita grandezza del
vero essere di Sri Ma da ciò che questo strumento tanto imperfetto ha
potuto riflettere della sua Grazia”.
Grazie alla
narrazione di Bhaiji possiamo però percepire qualcosa dell’amore che Sri Ma nutriva
per tutti gli esseri viventi, della sua saggezza non contaminata dalla
conoscenza intellettuale e dal settarismo, della sua gioia sempre radiosa che
non era di questo mondo.
Sri Jyotish Chandra
Ray nacque il 16 luglio del 1880 a Chittagong, dove ricevette la sua
istruzione. Il libro stesso darà al lettore un’idea dei fatti essenziali della
sua vita, per quanto riguarda il suo rapporto con Sri Sri Ma. Nel 1937,
poco dopo aver completato il manoscritto di ‘Matri Darshan’, egli
accompagnò Sri Sri Ma e Bholanathji in un pellegrinaggio al monte Kailash,
insieme a Gurupriya Devi e a suo padre, Swami Akhandananda. Quando furono
vicini alla meta avvenne un episodio che ci rivela qualcosa della statura di
Bhaiji. Lui e Bhotanath camminavano avanti, mentre il resto del gruppo stava
dietro. Raggiunto il lago Manasarovar, Bhaiji fu preso dallo spirito della
suprema rinuncia e, gettando nel lago i vestiti e il cordone sacro, entrò nelle
acque gelide. Con le mani giunte, chiese a Bholanath il permesso di vagare da
solo per le montagne. Bholanath non ne volle sapere e gli ordinò di rivestirsi
e aspettare Mataji. Quando Ella arrivò, circa due ore dopo, dalle sue labbra
uscirono spontaneamente sannyasa mantra. Fu in questa maniera inusuale
che Bhaiji ricevette sannyasa, e da allora fu chiamato Swami Mounananda Parvat.
Su richiesta di
Mataji, Bhaiji riaccompagnò il gruppo ad Almora. Sulla via del ritorno fu colto
dalla febbre alta e, alcuni giorni dopo aver raggiunto Almora, spirò. Era il 18
agosto 1937, Jhulan Dvadasi. Per tutta la durata della sua malattia, Mataji
si prese teneramente cura di lui. Per molte notti consecutive non riuscì a
dormire, eppure la calma serenità del suo volto non fu turbata. Aveva sempre il
suo solito sorriso e la sua presenza riempiva la stanza di pace e tranquillità.
Quando chiesero a Bhaiji come avrebbero potuto mandare avanti l’ashram di
Dehradun senza il suo aiuto e la sua guida, rispose: “Il lavoro non è mio, ma
di Sri Ma. Con la sua grazia tutto andrà bene; siamo solo strumenti
nelle sue mani”.
Riferendosi alla
morte di Bhaiji, Bholanathji scrisse: “Jyotish fu pienamente cosciente sino
alla fine. Poco prima di morire mi disse: ‘Baba, in questo mondo nessuno ci
appartiene. Soltanto Sri Sri Ma è reale’. Dopo aver cantato ‘Ma, Ma’ e
‘Om’, chiamò Hari Ram Joshi e gli disse: ‘Ascolta, siamo tutti uno.
Ma ed io siamo uno, Pitaji ed io siamo uno’. Fissò il suo sguardo su
Mataji e pronunciando ‘Ma, Ma’ esalò lentamente il suo ultimo respiro”.
Prima di partire per
il monte Kailash, Bhaiji aveva lasciato il manoscritto in bengali di ‘Matri
Darshan’ al traduttore. Era suo espresso desiderio che il libro fosse
pubblicato simultaneamente in bengali, hindi e inglese, ma la sua morte
improvvisa sconvolse ogni piano. L’originale in bengali fu pubblicato la prima
volta nel 1937, poco dopo la sua morte. La traduzione in hindi apparve solo nel
1951 e quella in inglese nel 1952.
Bhaiji fu il primo a
far conoscere al mondo qualcosa dello straordinario lila di Sri
Anandamayi Ma. I ricercatori spirituali di tutto il mondo gli hanno espresso
stima e profonda gratitudine per questo lavoro d’amore.
Scrivere una
biografia di Sri Sri Anandamayi Ma o attirare l’attenzione del mondo sui suoi
infiniti poteri non è lo scopo di questo mio umile tentativo. In un breve
ritratto ho descritto solo pochi fatti della mia esperienza diretta, per
mostrare come Ella abbia aperto la sorgente della vita nella mia anima quasi
inaridita. Tutte le imperfezioni presenti in questo lavoro sono imputabili ai
miei limiti personali, per i quali imploro sinceramente il suo perdono.
Persi mia madre
quand’ero ancora un bambino. Ho sentito dire ai miei parenti che quando udivo
altri bambini balbettare ‘Ma, Ma’ i miei occhi s’inondavano di lacrime,
e che per placare il mio cuore mi stendevo a terra e piangevo in silenzio.
Mio padre era un
uomo pio. Durante la mia infanzia il profondo spirito religioso della sua vita
piantò in me i semi dell’aspirazione divina. Nel 1908 ebbi l’iniziazione allo shakti
mantra dal nostro guru di famiglia. Adorai dunque la Madre Divina. Durante
la preghiera, quando potevo esprimere tutto il mio fervore spirituale ripetendo
‘Ma, Ma’, trovavo grande conforto e felicità. Anche allora sentivo che
la Madre è fonte di gioia suprema e di felicità per tutti gli esseri. Vi era in
me il desiderio irresistibile di trovare una Madre vivente che, con il suo
sguardo amorevole, trasformasse la mia anima agitata dalla tempesta. Avvicinai
molte sante persone ed ero così disperato che consultai anche gli astrologi per
avere risposta alla mia domanda: ‘Avrò la fortuna d’incontrare una tale
Madre?’. Tutti mi davano grandi speranze.
Con questa speranza
visitai molti luoghi sacri ed ebbi l’opportunità d’incontrare numerose
personalità spirituali, ma nessuno poté soddisfare il mio desiderio.
Lavoravo in un
ufficio statale a Calcutta che nel 1918 fu trasferito a Dacca; anch’io fui
mandato là. Verso la fine del 1924 venni a sapere che Mataji viveva da alcuni
mesi a Shahbag, nei pressi della città, osservando il silenzio per lungo tempo,
seduta sempre in qualche posizione yoga. In rare occasioni tracciava una linea
sul pavimento intorno a lei e, dopo avere recitato dei mantra o testi
sacri, aveva brevissime conversazioni con le persone.
Una mattina mi recai
là con spirito devoto e fui abbastanza fortunato da vedere Mataji grazie alla
cortesia di suo marito, al quale la gente si rivolgeva chiamandolo Pitaji o
Padre. Il mio cuore ebbe un fremito nel vedere la sua tranquilla posizione
yoga, unita alla modestia e alla grazia di una ragazza appena sposata. Ad un
tratto mi balenò in mente che la persona che il mio cuore aveva cercato
ardentemente in tutti quegli anni e per la quale avevo visitato tanti luoghi
sacri, s’era manifestata davanti a me.
Il mio essere fu
inondato di gioia ed ogni cellula del mio corpo danzò in estasi. Ebbi l’impulso
di prostrarmi ai suoi piedi e di gridare piangendo: ‘Ma, perché mi hai
tenuto lontano da te per questi lunghissimi anni?’.
Dopo alcuni minuti
le chiesi: “Ho qualche possibilità di progresso spirituale?”. Rispose: “Il tuo
desiderio per lo spirito non è ancora abbastanza forte”. Ero arrivato con tanti
pensieri che lottavano per esprimersi, ma furono ridotti al silenzio dalla
magica influenza della sua grazia rasserenante. Sedevo muto, senza parole.
Anche Sri Ma non diceva una parola. Dopo un po’ m’inchinai ed andai via.
Non potei toccarle i piedi, sebbene avessi un forte desiderio di farlo. Non fu
per timore o delicatezza; qualche potere misterioso m’allontanò dalla sua
presenza.
Non tornai a Shahbag
per molto tempo. Pensavo: ‘Finché non m’attirerà a Sé come mia Madre,
rimuovendo il suo velo, come potrò abbandonarmi ai Suoi piedi?’. In me c’era un
grande conflitto: un ardente desiderio di vederla e un acuto dolore per il suo
distacco. I due sentimenti erano ugualmente forti e opposti. Nessun tipo d’approccio
sembrava possibile. Nel frattempo ero solito andare nell’adiacente tempio Sikh,
e dal muro di cinta del giardino guardavo la Madre da lontano così che nessuno
potesse accorgersene. In quei giorni d’indecisione analizzavo i movimenti
della mia mente e mi chiedevo spesso: ‘Che sta succedendo?’.
Non avevo la forza
di prendere una decisione. Mi facevo dare spesso notizie di Mataji e ascoltavo
con attenzione ogni storia riguardante il Suo lila. In questo modo
trascorsi sette mesi, tra il chiasso e la confusione della vita quotidiana. Un
giorno invitai Mataji a casa mia. Nell’incontrarla dopo tanto tempo, un’intensa
gioia faceva vibrare tutto il mio essere, ma la felicità fu breve. Quando stava
per andarsene m’inchinai per toccarle i piedi, ma Ella li ritrasse. Mi sentii
trafitto da un’acuta sofferenza.
Provai ad alleviare
le pene del mio cuore confuso leggendo vari libri religiosi. Decisi di
pubblicare un libretto sulla religione e le pratiche religiose. Il libro fu
pubblicato con il titolo ‘Sadhana’ e ne inviai una copia a Sri Ma attraverso
Sj. Bhupendra Narayan Das Gupta. Ella gli disse soltanto: “Chiedi all’autore di
venire a trovarmi”.
Ricevuta questa
chiamata dalla Madre, una mattina andai a Shahbag e vidi che il periodo di
silenzio che aveva osservato negli ultimi tre anni era terminato. Venne e si
sedette vicino a me. Le lessi tutto il libro e, dopo aver ascoltato il
contenuto, mi disse:
“Dopo tre anni di
silenzio le mie corde vocali non funzionano bene, ma oggi le parole mi escono
da sole dalla bocca. Il tuo libro è buono. Cerca di sviluppare di più la
purezza di pensiero e azione”.
Anche Pitaji era
presente a questo colloquio. Cominciai a sentire che un nuovo mondo si
spalancava davanti a me e che ero seduto come un bambino di fronte ai genitori.
Da allora iniziai ad andare a Shahbag frequentemente. Chiesi a mia moglie di
andare a trovare Mataji con delle offerte. In quel periodo Sri Ma era
solita mettere un anello d’oro al naso. Mia moglie portò in dono a Sri Ma
un grande piatto d’argento, yogurt, fiori, pasta di sandalo e un piccolo anello
per il naso con un diamante, e con grande amore e reverenza li offrì ai suoi
piedi.
In seguito venimmo a
sapere che in quel periodo Mataji faceva mettere il suo cibo sulla nuda terra e
che non usava alcun piatto. Per questo una volta Pitaji le aveva detto con
disappunto: “Non vuoi il cibo su piatti d’ottone o di metallo. Vuoi mangiare da
un piatto d’argento?”. Sri Ma rise e disse: “Sì, ma non parlarne con
alcuno per i prossimi tre mesi e ti prego di non cercare piatti d’argento”. Non
erano ancora trascorsi tre mesi quando le fu portato il piatto d’argento, come
menzionato sopra.
Un giorno Mataji mi
disse: “Ricorda, tu sei veramente un bramino, e c’è un intimo e sottile
legame spirituale tra questo corpo* e te”. Da quel giorno cercai di mantenere
puro il mio corpo sotto ogni aspetto.
Appresi da varie
fonti che molti devoti di Mataji erano stati così fortunati da vedere
manifestate nel suo corpo le forme di vari dei e dee; ma siccome nella sua vita
quotidiana vedevo con i miei occhi manifestazioni di grandi poteri
sovrannaturali, non mi preoccupavo di cercare espressioni particolari. La mia
umile aspirazione era modellare la mia vita secondo gli ideali di pazienza e
compostezza sempre manifesti in lei. Se vi fossi riuscito sarebbe stato più che
sufficiente per me.
Un giorno la trovai
sola e l’impulso naturale dell’uomo di voler vedere delle manifestazioni
fisiche dei poteri divini, mi spinse a chiederle: “Madre, ti prego, dimmi, cosa
sei in realtà?”. Ella rise forte e rispose con affetto: “Come possono sorgere
nel tuo cuore delle domande così puerili? Le visioni di dei e dee appaiono in
conformità alle proprie disposizioni ereditarie (samskara). Io
sono quel che fui e quel che sarò. Sono qualunque cosa immagini, pensi o dici.
È certo, però, che questo corpo non è venuto al mondo per raccogliere i frutti
del karma passato. Perché non capisci che questo corpo è la manifestazione
fisica di tutte le tue aspirazioni e idee? Voi tutti lo avete voluto e adesso
l’avete; perciò per qualche tempo gioca con questa bambola . Altre domande sono
inutili”. Dissi: “Queste tue parole, Ma, non soddisfano il mio ardente
desiderio”. A queste parole, Ella disse con leggera veemenza: “Di’, di’, che
altro desideri?”, e immediatamente un flusso abbagliante di luce divina
risplendette sul suo volto. Rimasi muto e stupefatto. Tutti i miei dubbi furono
acquietati.
Una quindicina di
giorni dopo, una mattina andai a Shahbag e trovai la porta della camera da
letto di Mataji chiusa. Sedetti a circa dieci metri di fronte a lei e
all’improvviso la porta si aprì. Vidi con stupore la figura di una dea
bellissima e luminosa come il sole del mattino che illuminava l’intera stanza.
In un istante Ella ritirò tutto lo splendore nel suo corpo e vidi Mataji, in piedi,
che sorrideva nel suo modo abituale.
In un attimo
l’intera visione scomparve, come per effetto di una magia soprannaturale. Mi
sembrò di ritornare dalla terra dei sogni. Capii subito che Sri Ma aveva
rivelato se stessa in risposta a ciò che avevo detto alcuni giorni prima.
Cominciai a recitare un inno e pregai: “Possa diventare un figlio degno di te,
degno d’essere benedetto dalla tua grazia e bontà materna”.
Dopo un po’ Mataji
avanzò verso di me. Prese un fiore e alcuni fili d’erba durba e li pose
sul mio capo, mentre cadevo ai suoi piedi.
Ero fuori di me
dalla gioia. Il passato non torna più, ma come vorrei un gioioso ritorno di
quel momento benedetto!
Da allora cominciò a
radicarsi nella mia mente la profonda convinzione che Lei non era solo mia madre,
ma la Madre dell’universo. Tornai a casa. Appena mi raccolsi, balenò nella mia
mente la stessa immagine luminosa di Mataji, mentre le lacrime mi scendevano
sulle guance. Da quel giorno la sua grazia produsse in me un tale cambiamento,
e in maniera così naturale, che la sua figura prese il posto della dea che
avevo adorato per diciotto anni, fin dalla mia iniziazione in gioventù. A volte
questo cambiamento mi faceva dubitare di star seguendo la giusta direzione. In
pochi giorni Sri Ma occupò il suo posto legittimo nella mia anima,
possedendola interamente.
Sri Anandamayi Ma
(il suo nome era Nirmala Sundari Devi) nacque nel villaggio di Kheora, nella
regione di Tipperah, nel 1318 dell’era saka (30 aprile 1896) nelle prime
ore di venerdì, un’ora e dodici minuti prima dell’alba. Il luogo in cui è nata
è stato acquistato di recente. Quando Mataji tornò a Kheora, il 17 maggio 1937,
sollecitata dai suoi devoti indicò il luogo esatto in cui il suo corpo aveva
toccato la terra per la prima volta. Suo padre, Bepin Behari Bhattacharji, era
un discendente della famosa famiglia bramina dei Kashyapa del villaggio
Vidyakut del medesimo distretto, e trascorse la sua infanzia a casa dello zio
materno. La madre di Sri Ma, Mokshada Sundari Devi, aveva un’indole
estremamente gentile e devota. Per la loro semplicità, condotta sociale e
devozione a Dio, i genitori di Sri Ma erano pressoché ideali. La casa
materna di Mataji a Sultanpur, Tipperah, aveva avuto da generazioni un alto
livello sociale. Nella sua famiglia vi erano stati molti colti pandit e molti
devoti. Si dice che una pia donna della stessa famiglia sia salita sulla pira
funeraria del marito cantando inni di gioia. Quando aveva solo dodici anni e
dieci mesi Sri Sri Ma fu sposata a Srijut Ramani Mohan Chakravarti, del villaggio
Atpara di Vikrampur, che apparteneva alla famosa famiglia bramina dei Bharadwaj
di quel villaggio. Il suo sposo dedicò la sua vita al bene altrui e in seguito
fu chiamato Bholanath, Rama Pagla o Pitaji.
I primi anni di vita
di Sri Ma trascorsero inosservati nei villaggi di Kheora e Sultanpur.
Dopo il matrimonio passò qualche tempo a Sripur e a Narundi, dove lavorava il
fratello maggiore di Bholanath; visse anche alcuni mesi nella casa del marito
ad Atpara. Prima di giungere a Dacca, visse per circa tre anni a Vidyakut e per
circa sei anni (dal 1918 al 1924) a Bajitpur con Bholanath.
Ad Astagram si
manifestò per la prima volta in maniera palese l’inclinazione di Mataji per la
musica sacra. A Bajitpur questa disposizione era percettibile solo a volte; in
quel periodo le note dominanti della sua mente erano l’espressione naturale
del simbolismo mantrico e delle pratiche yoga. Nel 1924, quando si trasferirono
a Shahbag, a Dacca, il suo stato di calma e di silenzio continuava. Un’intensa
pace e tranquillità divennero le caratteristiche che permeavano la sua vita! È
impossibile con le parole dare un’idea della profondità di quello stato. In
quel periodo si manifestarono in tutti gli aspetti della sua vita straordinari
giochi di stati e di espressioni divine!
Fu allora che i
devoti cominciarono a radunarsi intorno a lei. Molti prendevano parte
all’adorazione, ai canti devozionali e ai riti sacrificali. È difficile
descrivere come, davanti a lei, le loro anime sprofondassero in una calma
beatitudine. Tutti allora la chiamavano ‘la Madre del giardino di Shahbag’ ed
esprimevano la propria gioia dicendo che in tutta la loro vita non avevano mai
goduto di una ricchezza simile alla grazia di Sri Ma.
A Bajitpur le
apparve davanti alla mente l’intera storia del tempio di Kali Siddhesvari di
Dacca. Durante la sua residenza a Shahbag, il defunto Rai Bahadur Pran Gopal
Mukherji era direttore generale delle poste di Dacca. Questi e Sri Baul Chandra
Basak trovarono gli aiuti necessari per mantenere il tempio di Siddhesvari.
Quando incontrai Sri
Sri Ma la prima volta, Ella mi disse: “Il tuo desiderio per lo spirito non
è abbastanza forte”. Chi, come me, era turbato dalle agitazioni dei desideri
del mondo, non poteva aspirare ad una vita più elevata, a meno che non avesse imparato
a riporre ai Suoi piedi tutte le onde incontrollate delle proprie emozioni ed
impulsi. Nel segreto del mio cuore pregavo sempre in silenzio: “Madre, Tu che
Ti manifesti in ogni essere come sete, desta in me una vera sete per le cose
immutabili ed eterne”.
Nella sua infinita
misericordia, Mataji diresse la mia indole instabile verso la sua presenza che
tutto pervade, come viene narrato di seguito.
1. Una notte
passeggiavo sul balcone di casa mia; il chiaro di luna illuminava gli oggetti
intorno a me. Percepii un movimento al mio fianco e mi girai. Con stupore vidi
un’immagine di Sri Ma che passava rapidamente accanto a me. Indossava
una camicia rossa e un sari orlato da una serie di sottili linee rosse. Quando
avevo lasciato l’ashram, solo un paio d’ore prima, avevo notato che indossava
una camicia bianca e un sari con un unico e ampio orlo rosso. Questo mi fece
dubitare dell’esattezza della visione. Quando andai da lei la mattina presto
del giorno seguente, la trovai vestita esattamente come l’avevo vista la notte
precedente. Mi dissero che quando ero andato via era giunto all’ashram un
devoto che le aveva fatto indossare quegli abiti. Allorché Mataji seppe della
mia visione, disse nel modo più naturale: “Sono venuta a vedere cosa stavi
facendo”.
2. Un giorno Mataji
venne a casa mia e si mise a conversare con noi al primo piano. In quel momento
arrivò una macchina per condurla da un’altra parte. Non sapevo che tutto questo
era stato organizzato prima. Mataji si preparò a partire, ed io provai una grande
angoscia nel vederla lasciare casa mia dopo una visita così breve. Con il cuore
afflitto scesi per vederla partire. Ella entrò in macchina, ma questa non si
muoveva, malgrado i tentativi del conducente. Lei mi guardava con il viso
illuminato da un gioioso sorriso. Falliti tutti i tentativi del conducente di
far partire la macchina, fecero venire per lei una carrozza presa a nolo. Era
penoso pensare che Sri Ma dovesse partire su una carrozza noleggiata
quando c’era una macchina a disposizione. Proprio in quel momento la macchina
cominciò a muoversi, con mia grande gioia e sorpresa, e Sri Ma partì.
3. La pressione
della folla a Shahbag cresceva di giorno in giorno, man mano che la gente
veniva a sapere di Mataji. Una volta non riuscii ad incontrarla per quattro
giorni. La mattina del quinto giorno avevo deciso di andare da lei, ma la mia
mente cambiò. Sedetti disperato nella mia stanza. Con mia sorpresa vidi
apparire sul muro di fronte l’immagine completa di Sri Ma, come in un
film. Sembrava molto triste. Girandomi trovai Sj. Amulyaratan Chowdhury in
piedi, di fianco alla mia sedia. Mi disse: “Mataji ha mandato una carrozza per
condurti da lei”. Quando raggiunsi il giardino di Shahbag, Sri Ma disse:
“Ho notato la tua agitazione degli ultimi giorni. Pace e tranquillità non
possono venire se all’inizio non vi è qualche forma d’inquietudine nella mente.
Il fuoco va acceso con qualunque mezzo, con il burro chiarificato, con il
sandalo o anche con la paglia. Una volta acceso, il fuoco brucia; tutte le
preoccupazioni, depressioni e tristezze gradualmente scompaiono. Esso brucerà
fino a incenerire tutti gli ostacoli. Lo sai, una scintilla è sufficiente a
provocare un incendio, che può ridurre in cenere centinaia di case e palazzi.
4. A mezzogiorno in
ufficio o a mezzanotte nella mia camera da letto, quando il fortissimo
desiderio di vedere Sri Ma mi rendeva totalmente inquieto, molte volte
l’ho vista apparire davanti a me e subito mi diceva: “Mi hai chiamata e sono
venuta”.
5. Un pomeriggio,
tornato dall’ufficio, mi dissero che uno sconosciuto aveva lasciato un grosso
pesce a casa mia, dicendo che sarebbe tornato presto; ma nessuno tornò. Il
pesce era sul pavimento. Quando a sera nessuno si fece vivo, fu tagliato a
pezzi e mandato alla Madre a Shahbag. Quando andai lì la mattina dopo, Pitaji
mi disse: “La notte scorsa tua Madre mi ha detto: ‘Guarda, Jyotish è il mio
dio’”. Chiedendo venni a sapere che la mattina precedente alcune persone
avevano ricevuto il prasad di Sri Ma; poi la sera era arrivata
molta gente per prendere parte al kirtan e tutti desideravano
avere il suo prasad, ma non c’era nulla. Proprio nel momento in cui
Mataji stava preparando le spezie e i condimenti per cucinare, era arrivato il
mio servitore Khagen con il pesce e altre cose necessarie. Questo le aveva
fatto proferire le parole riferite da Pitaji. “Sono rimasto stupito”, aveva
aggiunto Bholanath, “nel sentire che una persona sconosciuta aveva portato un
pesce a casa tua e che questo fosse stato mandato, insieme ad altre cose
necessarie, per i devoti che desideravano il prasad di Ma”.
Tali episodi erano
numerosi. A Shahbag un uomo pregava per avere un po’ di prasad da Sri
Ma, ma in quel momento non c’era nulla. Proprio allora qualcosa mi spinse a
mandare alcuni frutti e dei dolci. Quando il mio servitore giunse là, sembrò
che Mataji lo stesse aspettando.
6. Una notte, verso
le tre, ero seduto sul mio letto completamente sveglio. Mi venne in mente che Sri
Ma stava dormendo con la testa rivolta nella direzione opposta a quella che
le era abituale. Quando andai da lei all’alba, la trovai in quella posizione.
Chiedendo venni a sapere che la Madre era uscita verso le tre di notte e che al
ritorno aveva cambiato la sua abituale posizione.
Accadeva spesso che
dalla mia stanza o dalla mia scrivania in ufficio potessi vedere distintamente
ciò che Sri Ma stava facendo. Questo accadeva senza alcun intervento
della mia volontà; a volte queste immagini attraversavano la mia mente senza
che nemmeno vi pensassi. Bhupen andava ogni giorno a Shahbag e tramite lui
potevo accertare la veridicità delle mie visioni: raramente vi era qualche
discrepanza. Mataji mi diceva spesso: “La tua vera casa è Shahbag; vai a casa
tua solo per fare una passeggiata”.
7. Una volta, a
mezzogiorno, ero impegnato alla mia scrivania. Venne Bhupen e mi disse: “Mataji
ti chiede d’andare a Shahbag. Le ho detto che oggi il direttore avrebbe portato
in ufficio un sovraccarico di lavoro dovuto alla scadenza del suo
incarico, ma la Madre ha risposto: ‘Tu
porta il messaggio a Jyotish; lui faccia ciò che ritiene opportuno’”.
Senza un attimo
d’esitazione lasciai tutte le carte sparse sulla scrivania, e senza informare
nessuno in ufficio partii per Shahbag. Quando arrivai, Sri Ma disse:
“Andiamo al Siddhesvari Ashram”. Accompagnai Mataji e Pitaji. C’era una piccola
cavità, proprio dove ora c’è una piccola colonna e uno Shiva-Lingam. La
Madre sedette dentro la cavità; il suo volto pieno di gioia radiosa era
illuminato da un sorriso. Rivolto a Pitaji esclamai: “Da oggi ci rivolgeremo a Sri
Ma chiamandola Anandamayi (Permeata di Gioia)”. Mi rispose subito:
“Sì, così sia!”. Lei mi guardò, fissandomi senza dire una parola.
Quando ritornammo,
verso le 17,30, Ella mi chiese: “Sei stato tutto il tempo pieno di gioia, come
mai ora hai l’aria tanto spenta?”. Risposi che il pensiero d’andare a casa mi
aveva fatto pensare alla mole di lavoro lasciata in ufficio. Mi disse: “Non
devi preoccuparti per questo”. Il giorno dopo, quando tornai in ufficio, il
direttore non disse nulla della mia assenza del giorno precedente.
Chiesi a Mataji
perché il giorno prima m’avesse chiamato così inaspettatamente. Mi disse: “Per
vedere quanto eri andato avanti in questi ultimi mesi”. Con una risata gioviale
aggiunse: “Se non fossi venuto, chi avrebbe dato un nome a questo corpo?”.
8. Una volta venne a
Dacca sua eccellenza il governatore del Bengala. Il direttore mi chiese di
essere in ufficio alle 9,30, perché voleva andare a far visita al governatore.
Promisi di andare. La mattina seguente tornai tardi da Shahbag, e quando giunsi
in ufficio erano le 9,50. Ero un po’ nervoso al pensiero d’affrontare il mio
superiore. Mentre ci pensavo, egli mi telefonò da casa sua per dirmi che la
macchina s’era guastata, che gli dispiaceva di avermi disturbato e che sarebbe
andato al palazzo del governo alle 11.
Quando Sri Ma udì
la storia, disse ridendo: “È una cosa nuova per te? L’altro giorno hai fatto
fermare la macchina sulla quale dovevo partire”.
9. Una volta Mataji
venne a casa nostra. Durante la conversazione dissi casualmente: “Sembra che
per te, Ma, caldo e freddo siano la stessa cosa. Se un pezzo di carbone
ardente ti cadesse sul piede, non sentiresti dolore?”. Ella rispose: “Basta
provare”. Non spinsi oltre la questione.
Qualche giorno dopo,
riprendendo il filo della conversazione precedente, Sri Ma mise un pezzo
di carbone ardente sul suo piede. Si formò una piaga profonda che per un mese
non si cicatrizzò. Fui veramente sconvolto dalla mia stupida istigazione. Un
giorno la trovai seduta nella veranda con le gambe allungate e lo sguardo fisso
al cielo. Sulla piaga si era raccolto
un po’ di pus. Mi prostrai ai suoi piedi e leccai il pus con la lingua e le
labbra. Dal giorno appresso la ferita cominciò a rimarginarsi.
Chiesi a Mataji come
s’era sentita quando il carbone acceso aveva bruciato la sua carne. Mi rispose:
“Non sentivo alcun dolore. Sembrava un gioco; ho osservato con grande gioia ciò
che il povero carbone faceva sul mio piede e ho notato che all’inizio bruciava
qualche pelo e poi la pelle. C’era odore di bruciato, e infine il carbone è scivolato
dopo aver fatto il suo lavoro. Più tardi si è formata una piaga, che ha fatto
il suo corso, ma non appena hai avuto il forte desiderio che la ferita si
rimarginasse c’è stato un rapido miglioramento”.
10. Era il mese di magh,
il cuore dell’inverno, e il freddo era pungente. La mattina presto
passeggiavo a piedi nudi con Sri Ma sui prati erbosi di Ramna, bagnati
di rugiada. Vidi a una certa distanza un gruppo di donne che si dirigeva verso
di noi. Pensai che appena fossero arrivate avrebbero portato Ma all’ashram
di Ramna. Mentre questi pensieri m’attraversavano la mente, il prato si coprì
di una fitta nebbia e le donne non si videro più. Dopo circa tre ore, quando
tornammo all’ashram, ci dissero che le signore s’erano stancate di cercarci ed
erano state costrette a rientrare deluse. I campi erano molto vasti. Quando Sri
Ma fu informata dei miei pensieri, disse: “Il tuo desiderio è stato
esaudito”.
11. Una volta Mataji
aveva un forte raffreddore. Trovandola tanto malata, la pregai con voce
supplicante: “Ma, torna subito in salute!”. Mi guardò e disse
sorridendo: “Da domani starò bene”, e così fu.
12. Una mattina
trovai Mataji con la febbre. Tornai a casa e la notte pregai ardentemente che
la sua febbre passasse nel mio corpo. All’alba avevo febbre e mal di testa.
Quando quella mattina andai da Ma come al solito, mi disse subito: “Io
sono guarita, ma tu hai la febbre. Torna a casa tua, fai un bagno e mangia il
solito cibo”. Feci così e nel pomeriggio ero guarito.
Sri Ma dice sempre: “Con la forza del pensiero puro e
concentrato tutto diventa possibile”.
13. Mi capitò tra le
mani un libro intitolato Sadhu Jivani (Vite di Santi) e vi lessi questa
frase: “Egli (un sadhu) consigliava sempre ai suoi devoti di dare da
mangiare ai poveri”. Scrissi la seguente nota a margine: “Dare solo cibo non
soddisfa l’animo umano”. Il libro fu portato a Sri Ma a Shahbag e un
devoto lesse la mia nota. Sri Ma non disse nulla. Qualche giorno dopo
andai a Shahbag la mattina presto. Proprio allora venne un uomo, come pazzo, e
disse: “Datemi del cibo o morirò di fame”. Mataji andò a cercare qualcosa in
cucina e gli diede ciò che poté trovare in quel momento. Voleva dell’acqua da
bere e Mataji mi disse di dargliene un po’. Venni a sapere che l’uomo era un
musulmano che aveva digiunato per tre giorni ed era entrato nell’ashram
saltando il recinto. Mataji mi disse che era giunto per insegnarmi l’importanza
di dare cibo e acqua a chi ne aveva bisogno. Ogni cosa ha il tempo e il luogo
stabilito; nella divina economia del mondo nulla va perduto.
14. Un giorno dissi
a Sri Ma: “In questi giorni i mantra sorgono in me con un flusso
continuo. Durante il giorno e nel cuore della notte il fluire del suono sgorga
naturalmente dal mio cuore come gli zampilli di una fontana”. Mentre dicevo
questo, nei recessi più profondi del mio cuore si celava una sottile sfumatura
di soddisfazione personale. Sri Ma mi fissò in silenzio. Quando giunsi a
casa il suono cessò e, malgrado tutti i miei sforzi, non riuscii a richiamarlo.
Trascorse il giorno e la notte, ma il fluire gioioso della melodia del mantra
non tornava. Il giorno dopo pregai Bhupen d’informare la Madre della mia
triste condizione. Bhupen la incontrò per strada, mentre si recava a casa di un
devoto in carrozza. Ella cominciò a ridere. Erano le dieci. Proprio in quel
momento notai che il corso ostruito tornava a fluire con la facilità di prima.
Venni poi a sapere da Bhupen che aveva incontrato Ma a quell’ora. A
questo proposito diceva che anche la più piccola traccia di senso dell’io
ritarda il progresso spirituale.
15. Racconterò un
altro esempio della premura con la quale la benevola influenza di Sri Ma favorisce
lo sviluppo della nostra vita interiore. È un peccato che non se ne riconosca
il valore e non la si utilizzi per il nostro progresso spirituale. Passato
l’entusiasmo iniziale ricadiamo sempre nella condizione precedente.
Una volta Sri Ma disse
sorridendo: “Mentre cantate i nomi divini o i mantra, la vostra mente
viene gradualmente purificata, si destano l’amore e la reverenza per l’Essere
Supremo e i vostri pensieri diventano sempre più sottili. Cominciate allora ad
avere barlumi dei piani più alti dell’esistenza che lavorano per la vostra
elevazione”.
Il giorno che udii
queste parole, sedetti in un angolo solitario di casa mia per le preghiere
serali: sperimentai con stupore una nuova gioia al fluire dei nomi divini, che
continuarono senza alcuna interruzione. Venne il sonno, ma appena mi risvegliai
quelle gioiose vibrazioni fecero fremere di nuovo il mio essere. Durante il
giorno lo stesso gioioso incanto continuò in tono sommesso mentre svolgevo il
mio lavoro in ufficio. Verso il crepuscolo, quando disposi la mia mente alle
preghiere, la beatitudine della sera precedente colmò di nuovo il mio cuore al
punto che non avevo alcun desiderio di dormire. Nel cuore della notte il flusso
era così intenso che pensai mi sarei sentito sollevato se vi fosse stata una
pausa, che arrivò al momento giusto.
Non avevo mai
praticato sedendo nella posizione gomukhi. Nelle prime ore del mattino,
prima dell’alba, mi ritrovai in quella posizione. Durante quelle ore il mio
corpo e la mia mente furono immersi in un mare d’inesprimibile gioia. Le
lacrime sgorgavano dai miei occhi senza interruzione. Nell’incanto della
meditazione trascorsi tutto il tempo immobile, rimanendo completamente assorto.
16. Una mattina, in
quei primi giorni d’abbandono, sedevo in silenzio. Il mio cuore era pieno di
profonda emozione per la grazia divina di Sri Ma, e prese forma questo
canto in bengali:
Il Tuo culto e i
Tuoi inni di lode
siano l’eterno
conforto della mia vita.
Possa la mia vita
essere piena di canti d’adorazione rivolti a Te,
di pensieri della
Tua grazia divina.
Ti vedrò, Madre, nel
cielo immenso,
con gli occhi
ardenti.
Non chiederò alcun
dono, non dirò una parola,
mi stenderò solo ai
Tuoi piedi con lacrime di beatitudine.
Mi muoverò nella Tua
infinita distesa di spazio
spargendo canti come
fiori
che inneggino alla
Tua gloria.
Mi immergerò nella
Tua beatitudine,
cantando i Tuoi
santi nomi e lanciandone l’eco
da un capo all’altro
dell’universo.
Tutte le mie azioni,
tutti i miei pensieri
religiosi sono la
Tua adorazione.
Madre, dammi
devozione e fede salda,
perché possa fare
dei Tuoi piedi
l’ancora della mia
vita.
Diedi a questo canto
il titolo ‘Paglar Gan’ (Canto di un Folle) e ne mandai una copia a Sri
Ma. Mi dissero che, quando lo ricevette, stava tagliando e pulendo una
zucca; mentre le recitavano il canto, la zucca le cadde dalle mani e sedette immobile per qualche
momento.
Quando la incontrai
mi disse: “Il mondo è una manifestazione del Bhava (Amore Divino). Tutte
le cose create sono le sue espressioni materiali. Se potrai innalzarti anche
solo una volta a quell’Amore Divino, ovunque nell’universo vedrai soltanto il
gioco dell’Uno. Separandosi dall’Amore Divino, gli uomini si smarriscono e non
riescono a capire la vera importanza della vita”.
Qualche giorno dopo
eravamo seduti al Siddhesvari Ashram, quando Sri Ma disse: “Canta la tua
canzone intitolata ‘Paglar Gan’’”. Avevo abbandonato da tempo la
pratica del canto; erano inoltre presenti molte persone ed esitai. Mataji rise,
dicendo: “Hai composto il canto di un folle, ma non sei ancora abbastanza folle
da ignorare le critiche del mondo”. Queste parole penetrarono profondamente
nella mia anima e, con il cuore tremante e la voce soffocata, cantai.
Composi molti canti
simili e li offrii ai suoi piedi; per alcuni espresse la sua gioia e per altri
diede la sua approvazione silenziosa. I canti sgorgavano dal mio cuore durante
le preghiere serali o nelle lunghe meditazioni notturne, quando Sri Ma era
lontana da Dacca. Potevo vedere la figura di Mataji che mi stava di fronte,
immobile, e che ascoltava i miei rapimenti. Quando tornava a Dacca, dopo aver
visitato diversi luoghi, mi chiedeva di ripetere canti particolari che avevo
cantato in diverse occasioni nella mia stanza. Era veramente straordinario che
nominasse anche quei canti che non le erano mai stati presentati prima in
alcuna forma.
L’intenso desiderio
di stare al suo fianco a volte mi trasportava lontano, verso l’infinito. I
pochi canti che composi in quel periodo furono pubblicati in un volume
intitolato ‘Ai Tuoi sacri piedi’.
Oltre a questi, non
c’era fine ai canti, alle poesie e agli appunti che scrivevo su Sri Ma, e
che dopo distruggevo. Quando lo seppe, disse: “Non solo in questa vita, ma
anche in molte delle tue nascite precedenti, non si sa quanti inni hai composto
e distrutto per me. Sappi con certezza che, grazie a tutti questi pezzi di
carta, questa è la tua ultima vita sulla terra”.
Ispirato dall’amore
di Mataji, che tutto comprende, si destò in me l’aspirazione per la vita
divina, ma i miei sensi cercavano i piaceri grossolani e non il più elevato,
più sottile e rinvigorente cibo spirituale. In un trattato Vaishnava si
legge: “L’uomo che brama gli oggetti materiali dei sensi per l’appagamento
della lingua, dello stomaco e del sesso, non può trovare il Signore Krishna”.
Era anche il mio
caso. La grazia illimitata e l’affetto di Sri Ma non potevano tenermi
stretto ai suoi piedi per tutto il tempo della mia vita e in tutti i miei
pensieri. È davvero difficile che un uomo irretito nella trappola
dell’illusione (avidya) trovi un immutabile rifugio di pace nel Divino.
Un giorno dissi a
Mataji: “Anche una pietra si trasformerebbe in oro ad un tocco santo come il
tuo, ma la mia vita si è dimostrata un triste fallimento”. Mi rispose: “Ciò che
richiede molto tempo per manifestarsi matura in una bellezza durevole dopo un
uguale periodo di sviluppo. Perché ti preoccupi? Tieniti stretto come un
bambino fiducioso alla mano che ti guida”. Ascoltai riconoscente le sue
purificanti parole d’incoraggiamento, ma sentivo una cocente aridità che
deformava ogni fibra del mio essere. Cito di seguito un esempio per mostrare
come la sua visione penetrante tenesse d’occhio le mie lotte interiori.
Quando sotto
l’impulso della profonda devozione cominciai a cercare ogni giorno la sua
presenza, non mancarono uomini che fecero indegne insinuazioni sulla mia
condotta. Le loro riflessioni mi resero dubbioso e cominciai a pensare che era
solo una comune debolezza umana avvicinare questa o quella persona per il
proprio sviluppo spirituale.
Smisi di andare da Sri
Ma, perché la mia mente era agitata dal pensiero delle critiche. Decisi di
leggere lo Yoga Vasishtha e migliorare la mia vita interiore con la cultura
intellettuale. Per sette o otto giorni mi dedicai allo studio approfondito del
libro.
Un pomeriggio,
mentre riposavo a casa, il mio servitore m’informò che un vecchio bramino
desiderava vedermi per cinque minuti. Lo incontrai. Mi disse che era andato a
casa del mio amico Niranjan Roy e del dr. Sasanka Mohan Mukherji, ma non aveva
potuto incontrarli. Ecco perché era venuto a disturbarmi. Aggiunse: “Ho
sentito dire che sei un grande devoto di Sri Anandamayi Ma. Vuoi dirmi per
favore chi è, e quali sono le sue qualità particolari?”. A queste parole rimasi
seduto in silenzio, con le lacrime che mi scorrevano dagli occhi. Disse ancora:
“Ho avuto la risposta alle mie domande; ma ti prego, dimmi, perché i tuoi occhi sono pieni di lacrime?”.
“Da giorni sono
occupato in altre cose”, risposi, “ho abbandonato ogni pensiero su Sri Ma e
tu hai deciso di venire da me per chiedermi di lei. Devo abbassare la testa con
vergogna e dispiacere. Come sono meravigliose le vie di Sri Ma! Attraverso la sua influenza sei stato mandato
da me giusto in tempo per ricondurmi al mio vero sé. Sono davvero in debito con
te!”.
Mi chiese di
condurlo da Sri Ma e, dopo averla incontrata, disse: “Anch’io ho perso
mia madre molto tempo fa, ma non appena ho visto Mataji la tristezza per la
morte di mia madre è svanita completamente”.
Raccontai a Ma tutto
ciò che mi era passato per la mente e piansi ai suoi piedi. Lei cominciò a
ridere e disse: “In questi tempi se non si è costretti a percorrere un certo
sentiero non si può procedere”.
Per quanto ne
sappiamo, Anandamayi Ma non ha ricevuto l’iniziazione da un guru secondo la
consuetudine prevalente. Il campo della sua conoscenza non è stato illuminato
dallo studio di qualche testo sacro o di qualche discorso religioso. Molte
persone sostengono che sia discesa in questo mondo per diffondere la Luce e
l’Energia Divina, per la rigenerazione dell’umanità di quest’epoca.
Quand’era ancora una
bambina cominciarono a manifestarsi nel suo corpo diversi fenomeni straordinari;
ma non furono notati dalla gente che la circondava. Già nei giochi della sua
prima infanzia sembrava così distaccata e indifferente che molti giunsero a
considerarla una ritardata mentale; anche i suoi genitori avevano dubbi sul suo
futuro. Succedeva a volte che non riconoscesse il luogo in cui si trovava o che
non ricordasse ciò che aveva fatto o detto pochi minuti prima.
Si dice che
nell’infanzia, quando passeggiava, fosse solita parlare agli alberi, alle
piante e ad esseri invisibili dell’aria. Comunicava con loro anche con segni e
gesti. Qualche volta, all’improvviso, cadeva in uno stato d’astrazione,
interrompendo ogni discorso.
Tra i 17 e i 25 anni
si manifestarono in lei dei fenomeni sovrannaturali. A volte, dopo aver cantato
i nomi di dei e dee, rimaneva immobile, in silenzio. Durante i kirtan il
suo corpo diventava rigido e insensibile. Dopo avere ascoltato un discorso
sacro o aver visitato un tempio, il suo comportamento non sembrava normale.
A ventidue anni andò
con Bholanath a Bajitpur (una cittadina del Bengala Orientale) e vi rimase
cinque o sei anni. Verso la fine di quel periodo molti mantra uscivano
spontaneamente dalle sue labbra e nel suo corpo si vedevano chiaramente molte
immagini di dei e dee. I suoi arti assumevano spontaneamente varie posizioni
yoga. Mentre queste manifestazioni divine trovavano espressione nel suo corpo,
per circa un anno e tre mesi a Bajitpur le venne meno la parola, e quando
arrivò a Dacca continuò a rimanere in silenzio per un altro anno e nove mesi –
per un totale di tre anni. In quel periodo si mostravano il lei lo splendore
della beatitudine celeste e la serenità dell’infinita distesa del cielo. Fu
allora evidente che le correnti del mondo esteriore e di quello interiore
avevano cessato completamente di influenzarla. Sembrava dimorare nell’assoluta
calma del Sé.
Nel corso di tutti
questi straordinari avvenimenti della sua vita, Pitaji mostrava spesso grande
ansia per le conseguenze che potevano avere; ma, a dispetto di ogni critica e
speculazione, non s’oppose mai ad alcuna sua azione. Temendo che il suo corpo
potesse essere posseduto da qualche spirito maligno, si cercò l’aiuto di alcuni
sadhu ed esorcisti; ma non fu di alcuna utilità. Al contrario, quando
questi uomini tentarono di curarla furono costretti a ritirarsi con timore e
meraviglia. Solo pregando per la sua misericordia poterono riacquistare il
loro equilibrio.
Per un periodo di
cinque mesi e mezzo nel suo corpo si manifestarono le forme di molti dei e dee.
Ella aveva visioni di queste divinità e, dopo averle adorate, esse svanivano
completamente. Quando terminava l’adorazione di una divinità ne appariva
un’altra. Durante la cerimonia sentiva spesso di essere lei stessa l’adoratore,
l’adorato e l’atto dell’adorazione; sentiva di essere i mantra, le oblazioni
e ciascun elemento del rito.
In quegli atti
d’adorazione non vi erano oggetti materiali né vi era alcun desiderio da parte
sua di compiere le cerimonie. Appena sedeva in un posto solitario, tutte le
attività fisiche e mentali coinvolte nell’adorazione rituale si manifestavano
attraverso un misterioso processo di attività spontanee. Fu accertato in
seguito, da persone esperte nei riti e rituali degli shastra, che tutti
i vari processi d’adorazione compiuti dalla Madre erano perfettamente in linea
con le ingiunzioni delle scritture. Ogni volta che qualcuno chiedeva come le
fosse possibile svolgere perfettamente quei riti, la sua risposta era: “Non
chiedetemi nulla ora. Lo saprete al momento opportuno”.
Il 10 aprile 1924
Mataji arrivò a Dacca e una settimana dopo andò a vivere a Shahbag (nome del
giardino del nababbo di Dacca). Molti devoti cominciarono a radunarsi là per
avere il suo darshan. Nel 1925 alcuni devoti la pregarono di celebrare
il Kali puja, poiché avevano saputo che il suo modo di celebrare era
meraviglioso. Lei rispose: “Conosco poco i riti e i rituali degli shastra; sarà
meglio che cerchiate l’aiuto di un bravo prete”. Dopo però, su richiesta di
Bholanath, acconsentì a celebrare il puja.
Quando i devoti
adoravano la Madre, la loro gioia era grande. Se però lei stessa decideva di
adorare una divinità perché essi ne traessero ispirazione, la santità del rito
aumentava mille volte. Era una cosa troppo profonda per essere descritta a
parole. La bellezza e la solennità della cerimonia erano così elevate che tutti
i devoti provavano una gioia inesprimibile.
Portarono
un’immagine di Kali. Sri Ma sedette per terra in posizione di
meditazione e in assoluto silenzio. Traboccante di devozione, iniziò il puja,
cantando mantra e ponendo fiori intinti nella pasta di sandalo sul
suo capo anziché sull’immagine. Tutte le sue azioni sembravano i movimenti di
una bambola, sembrava che una mano invisibile stesse usando il suo corpo come
uno strumento in cui s’esprimeva il Divino. Ogni tanto alcuni fiori venivano
messi sulla statua di Kali. Il puja fu fatto in questo modo.
Si doveva
sacrificare una capra, che fu lavata con l’acqua. Quando la portarono alla
Madre, se la mise in grembo e pianse mentre l’accarezzava delicatamente con le
mani. Recitò alcuni mantra, toccando ogni parte del corpo dell’animale,
e sussurrò qualcosa nelle sue orecchie. Adorò poi la scimitarra con la quale si
doveva sacrificare la capra. Si prostrò a terra, si mise la lama sul collo e
dalle sue labbra uscirono tre suoni, come i belati di una capra. Quando poco
dopo l’animale fu sacrificato, non si mosse, non emise un gemito e sul corpo e
la testa recisa non vi erano tracce di sangue. Solo con grande difficoltà si
riuscì a tirar fuori dal corpo dell’animale un’unica goccia di sangue. Per tutto
il tempo il volto di Sri Ma splendette di un’intensa e straordinaria
bellezza e, durante la cerimonia, un’atmosfera di grande santità e di profondo
assorbimento pervase tutti i presenti.
Nel 1926 i devoti
pregarono Ma di celebrare nuovamente il puja. Lei non disse
nulla. Più tardi, mentre la portavano a casa di un devoto, alzò la mano
sinistra, sorrise e rimase in silenzio. Quando Pitaji le chiese il significato
di quel gesto, non rispose. Lo stesso gesto della mano sinistra alzata fu
ripetuto di nuovo mentre sedeva in quella casa per mangiare. Alcuni giorni dopo
Sri Ma spiegò che, mentre andavano a casa di quel devoto, aveva visto –
circa cento metri più avanti – la dea vivente Kali sospesa nell’aria a circa
otto metri da terra che allungava le mani verso di lei come se volesse
abbracciarla. Quel giorno, mentre mangiava, la stessa immagine s’era presentata
davanti a lei come una fanciulla. Per questo aveva alzato la mano sinistra.
Il giorno precedente
il Kali puja, i devoti rinnovarono la loro preghiera a Sri Ma. Ella
disse a Pitaji: “Desiderano tanto celebrare il puja; potresti
officiare tu al posto del prete”. Egli disse loro: “Vostra Madre mi ha chiesto
di celebrare il puja e lo farò. Vi prego, fate le dovute
preparazioni”. I devoti chiesero quali dovevano essere le dimensioni della
statua e Pitaji suggerì che doveva essere alta come quella che s’era mostrata a
Sri Ma nelle due occasioni in cui aveva alzato la mano.
In quel momento
Mataji giaceva a terra in uno stato di totale immobilità. Erano le undici di
sera. Presero delle misure approssimative. Seguì una lunga discussione su come
trovare una statua della misura indicata in un solo giorno. Partendo da
Shahbag, Sri Surendra Lal Banerji andò in città con molti dubbi; ma in un
negozio trovò una statua della misura giusta. C’erano dodici statue in tutto e
undici erano state ordinate da vari clienti. Quella in più era stata modellata
dall’artista di propria iniziativa.
L’immagine fu
portata in tempo. Sri Sri Ma sedette per celebrare il puja. Intorno
alla sua persona c’era una divina atmosfera. Dopo un po’, si alzò
all’improvviso e disse a Pitaji: “Vado al mio posto; ti prego, celebra tu il puja”.
Dicendo questo si mise di fianco alla statua e con un’incantevole risata
sedette sul pavimento. L’atmosfera della stanza era sovraccarica di un
meraviglioso rapimento divino troppo profondo per essere espresso. Sri Ma disse:
“Chiudete tutti gli occhi e cantate il nome di Dio”.
La casa era
strapiena; un uomo che stava fuori guardava nella stanza senza essere visto. Sri
Ma lo chiamò con il suo nome e gli ingiunse di chiudere gli occhi. Tutti i
presenti avevano gli occhi chiusi, nessuno sapeva cosa stesse succedendo in
quel momento. Quando tutti riaprirono gli occhi, videro che un avvocato,
chiamato Brindaban Chandra Basak, giaceva sul pavimento privo di sensi. Più
tardi ci disse: “Quando ho guardato nella stanza ho visto un intenso splendore
di luce che emanava dal volto della Madre. Era così potente che sono caduto
privo di sensi. Non so cosa sia successo dopo”.
La notte passava e
il puja s’avviava alla conclusione. Non era stato preparato nulla per il
sacrificio. Quando arrivò il momento dell’ultima offerta (ahuti), Sri
Ma disse: “Non dev’esserci offerta; che il fuoco sacrificale sia
conservato”. Quel fuoco è tenuto acceso ancora oggi. Il giorno dopo doveva
esserci l’immersione della statua. La moglie di Niranjan aveva portato tutto il
necessario per la cerimonia e, guardando la statua, disse alla Madre con
emozione: “Ma, mi dispiace veramente immergere la statua”. Mataji
rispose: “Queste parole proferite dalle tue labbra indicano che probabilmente
la dea non desidera essere immersa. Benissimo, saranno fatti preparativi per la
sua conservazione e adorazione”.
Pur attraverso
grandi cambiamenti di circostanze, quella statua d’argilla è stata mantenuta
nella stessa posizione per dodici anni.
Si possono citare
due episodi connessi a questa immagine. Nel settembre del 1927 Mataji stava
lasciando Chunar per andare a Jaipur. Ero a Chunar e mi recai alla stazione per
vederla partire. Sri Ma m’indicò un luogo preciso vicino alla collinetta
su cui era stato costruito il forte e mi disse di passare di là al ritorno. Vi
avrei trovato una ghirlanda di fiori di ibisco, che avrei dovuto prendere e
conservare con cura. Feci come mi aveva detto. Quando tornò a Chunar, vide la
ghirlanda. In seguito, quando tornò a
Ramna, si scoprì che nel giorno esatto in cui avevo trovato la ghirlanda a
Chunar, nessuna ghirlanda era stata messa al collo della dea Kali a Ramna,
sebbene fosse una pratica consueta del prete mettere ogni giorno una ghirlanda
alla statua.
Una volta Sri Ma si
trovava in riva al mare a Cox’s Bazar. Stava passeggiando lungo la spiaggia,
quando all’improvviso disse con un sorriso: “Guardate il mio polso. È rotto,
vero? Esaminatelo attentamente. Dovrebbe esserci una frattura”. Quella stessa
notte un ladro era entrato nel tempio di Kali a Ramna e aveva rubato gli
ornamenti della dea, rompendo il polso della statua.
La statua è ancora
custodita in un locale sotterraneo dell’ashram di Ramna. Ogni anno, durante le
celebrazioni del compleanno di Sri Ma, la porta viene tenuta aperta
perché tutti possano avere il darshan. Mataji lo aveva disposto ancor
prima che i templi indù fossero aperti a tutti, senza distinzioni di casta e di
credo.
Una volta si stava
celebrando il Vasanti puja al Siddhesvari Ashram. Sri Ma era
presente durante la cerimonia che dà vita alla statua. Quando Ella la fissò,
gli occhi della statua cominciarono a brillare come quelli di un essere
vivente. Sri Ma disse: “Le personalità e le forme di dei e dee sono
reali come lo sono il vostro corpo e il mio. Essi possono essere percepiti con
la visione interiore dischiusa dalla purezza, dall’amore e dalla devozione”.
I modi e gli stati
d’animo di Mataji sono il risultato della beatitudine suprema (ananda);
analizzando le cose più da vicino si scoprirà che ogni fibra del suo essere
vibra di beatitudine divina. Per giocare l’ananda lila con i suoi figli,
Ella ha assunto una forma fisica, animata dalla gioia del Divino. È naturale che per il bene di tutti gli esseri
umani, le idee migliori sulla vita e la cultura spirituale trovino espressione,
si sviluppino e, per così dire, prendano forma tramite lei e alla fine
svaniscano nel non conoscibile.
Se la studiassimo
attentamente scopriremmo che rivela se stessa in due modi: con l’armonia del
suo atteggiamento esteriore verso tutti gli esseri e con le grazie della sua
vita interiore. Il modo perfettamente calmo, dolce e naturale che mostra con
ogni persona, dall’uomo più pio al più grande peccatore, dai bambini e dai
giovani irrequieti fino ai vecchi piegati dall’età e dalle infermità, rivela
una grazia meravigliosa, una sublime bellezza e dignità che conquista subito i
cuori di tutti. L’altro aspetto della sua vita ha a che fare con le forze e i
poteri del mondo invisibile – gli agenti celesti, gli esseri eterei, che
portano all’umanità felicità e dolore, benedizioni e maledizioni. Il rapporto
tra questi due aspetti della sua vita è meravigliosamente coerente e intimo.
Durante gli anni
giovanili, e anche dopo essere venuta a Dacca, Sri Ma trascorse molto
tempo restando completamente immobile. Venimmo a sapere che rimaneva assorta
di continuo, per ore, in un’estasi divina che le parole non possono descrivere.
A volte trascorreva molti giorni di fila in questo stato di profondo
assorbimento e, durante il kirtan, il suo corpo assumeva varie
posizioni che indicavano uno stato di suprema beatitudine.
Il 14 gennaio del
1926 vi fu un kirtan nel giardino di Shahbag, in occasione dell’Uttarayan
Sankranti. Fu la prima celebrazione pubblica con kirtan fatta alla
presenza della Madre. In quella occasione Sri Shashibhushan Das Gupta venne da
Chittagong e non appena vide Sri Ma il suo cuore si riempì di profonda
devozione. In quel momento c’erano molte persone e molta confusione. Egli
fissava il volto di Sri Ma, mentre le lacrime gli scendevano
sulle guance. Mi disse: “Vedo di fronte a me ciò che non ho mai visto in tutta
la mia vita. Lei sembra la manifestazione tangibile della Madre
dell’Universo”.
Il kirtan iniziò
alle dieci, mentre Sri Ma metteva la polvere color vermiglio sulla
fronte delle donne presenti. All’improvviso la scatola del vermiglio le cadde
dalle mani, il suo corpo s’accasciò al suolo e cominciò a rotolare su se
stesso. Si alzò poi lentamente, appoggiandosi sugli alluci. Entrambe le mani
erano tese in alto, la testa era leggermente inclinata di lato e un po’
all’indietro, e i suoi occhi radiosi guardavano fissi verso il cielo lontano.
Poco più tardi
iniziò a muoversi in quella posizione. Il suo corpo sembrava occupato da una
presenza celeste. Non prestava alcuna attenzione ai vestiti che le pendevano
addosso disordinatamente; nessuno aveva il potere o l’intenzione di fermarla.
Tutto il suo corpo danzava con ritmi misurati, in maniera molto delicata, e
raggiunse il luogo in cui era in corso il kirtan. Allora, in silenzio,
il suo corpo si fuse, per così dire, con il terreno. Guidato da un potere
misterioso, esso dondolava come le foglie secche di un albero mosse dolcemente
da una brezza gentile.
Dopo un po’, mentre
giaceva ancora sul pavimento, una tenera e dolce melodia uscì dalle sue labbra:
‘Hare murare
madhukeitabhare’.
Le lacrime
scendevano sulle sue guance con un flusso ininterrotto. Dopo alcune ore
ritornò nel suo stato normale.
Il suo volto
splendente, il suo dolce e ineffabile sguardo, la sua voce tenera e soave,
vibrante d’emozione divina, ricordavano alle persone là riunite le immagini di
Sri Caitanya Deva descritte nelle sue biografie. In quell’occasione, tutti i
cambiamenti fisici osservati tantissimo tempo fa nel Signore Gouranga si
manifestavano di nuovo nella sua persona.
Al crepuscolo,
quando Sri Ma entrò nella sala del kirtan, si ripresentarono
tutti i sintomi dell’estasi di mezzogiorno. Poco dopo Ella pronunciò dolci
parole così chiare, tenere e dolcemente vibranti d’emozione divina che tutti i
presenti ammutolirono, travolti dalla beatitudine celeste.
Alla fine del kirtan
ci fu la distribuzione dei dolci e la stessa Sri Ma distribuì il prasad
con tale grazia e bellezza, con un’espressione così divinamente materna,
che la gente sentiva che Madre Lakshmi doveva essersi incarnata nel suo corpo.
Quel giorno Shashibhushan e altri lì presenti realizzarono che il corpo di Sri
Ma era solo un veicolo dell’infinita grazia di Dio.
In quel periodo
Niranjan fu trasferito a Dacca come assistente commissario dell’ufficio delle
tasse. Una sera andai a Shahbag con lui mentre era in corso il kirtan della
luna nuova. Man mano che continuava il kirtan, in Sri Ma furono
visibili molti cambiamenti. Dapprima sedeva perfettamente dritta; poi la sua
testa si piegò gradualmente all’indietro fino a toccare le spalle; mani e piedi
si contorsero finché tutto il corpo non cadde steso sul pavimento.
In armonia con il respiro,
il suo corpo era mosso da movimenti ritmici simili ad onde, e con gli arti
allungati ondeggiava sul terreno seguendo la musica. I suoi movimenti erano
dolci e delicati come le foglie cadute di un albero che rotolano lievemente
sospinte dal vento. Nessun essere umano avrebbe potuto imitarli, nonostante
ogni sforzo. Ognuno dei presenti sentiva che Sri Ma stava danzando sotto
l’impulso di forze celesti, che scuotevano tutto il suo essere. Molti tentarono
di fermarla senza riuscirvi. Alla fine i suoi movimenti cessarono e lei rimase
immobile come un pezzo d’argilla. Sembrava immersa nella beatitudine infinita.
Il suo volto splendeva di luce celeste, tutto il suo corpo traboccava di divina
ananda.
Niranjan rimase muto
mentre osservava quello spettacolo per la prima volta in vita sua. Recitò un
inno di lode alla Madre dell’universo. “Oggi”, esclamò, “ho visto una vera
dea!”.
In un’altra
occasione, c’era una grande folla durante un kirtan a Shahbag. Sri Ma
cadde in uno stato simile a quello appena descritto. Solo che quella volta
scivolò sul pavimento stando seduta; il suo respiro era quasi sospeso. Allungò
mani e piedi e giacque sul pavimento con il viso rivolto in basso; poi rotolò
leggermente con un movimento ondeggiante. Dopo un po’, come presa da un grande
bisogno di ascendere, s’alzò lentamente da terra senza alcun sostegno e rimase
dritta sugli alluci, sfiorando a malapena il terreno. Il suo respiro sembrava
essersi fermato completamente, le mani erano alzate verso il cielo. Il corpo
aveva solo un lieve contatto con la terra, il capo era volto all’indietro e
toccava le spalle; gli occhi spalancati e raggianti erano rivolti al cielo. Si
muoveva come una bambola di legno mossa da un filo nascosto manovrato dal
burattinaio dietro il paravento. I suoi occhi erano raggianti di splendore
divino, il suo volto era illuminato da un dolce sorriso celestiale e le sue
labbra erano piene di gioia. Dopo un po’, sostenendo tutto il peso del corpo
sugli alluci e andando a tempo con il kirtan, si mosse come un essere
dell’aria, come se il peso del suo corpo fosse tirato dall’alto da un potere
invisibile.
Rimase in quella
posizione per molto tempo; alla fine i suoi occhi si chiusero lentamente e
giacque a terra come un ammasso di carne, con il capo reclinato all’indietro.
La mattina dopo, verso le dieci, tornò al suo stato normale.
Un giorno ci fu un kirtan
a casa di Niranjan. Tutti erano impazienti di vedere Sri Ma in uno
stato sovrannaturale, specialmente la vecchia madre. L’anziana signora pregò
in silenzio di essere benedetta da quella vista. Sri Ma stava sul
pavimento della stanza accanto; all’improvviso si precipitò nella stanza in cui
si svolgeva il kirtan e con la sua voce divinamente calma si unì al
canto e cominciò a danzare con i presenti. Dopo un po’ s’accasciò al suolo.
Riacquistato il suo stato consueto, rimase a lungo in silenzio.
Oltre alle
manifestazioni citate, i suoi stati sublimi s’esprimevano in così tanti modi
che è impossibile descriverli a parole. Quando il suo corpo rotolava sul
pavimento, a volte s’allungava in maniera insolita; altre volte si faceva
piccolissimo, qualche volta s’arrotolava su se stesso come una palla. Altre
volte ancora sembrava senza ossa, e mentre danzava rimbalzava come una palla di
gomma.
La velocità dei suoi
movimenti aveva la rapidità del fulmine, e anche l’occhio più acuto non poteva
seguirli. In quel periodo eravamo convinti che il suo corpo fosse posseduto da
forze divine che lo facevano danzare e che gli facevano assumere una grande
varietà di pose. Sembrava così pieno di gioia estatica che si ingrossavano
anche le radici dei peli del suo corpo, e i peli apparivano ritti. Il suo
colorito diventava roseo. Sembrava che tutte le espressioni proprie dello stato
divino si accalcassero nella minuscola forma del suo corpo, e manifestassero in
innumerevoli modi pieni di grazia e di ritmo le sublimi bellezze dell’Infinito.
Ella, però, sembrava
essere molto al di sopra, completamente distaccata da tutte quelle
manifestazioni e non toccata dagli eventi che producevano. Quelle manifestazioni
sembravano apparire naturalmente nel suo corpo, provenienti da una sfera
d’esistenza molto elevata.
Un giorno chiesi a
Mataji: “Quando il tuo corpo è fisicamente addormentato nel samadhi, qualche
Presenza Divina appare alla tua vista interiore?”. La sua risposta fu: “Non c’è un fine stabilito, dunque non ce n’è
bisogno. Questo corpo non agisce con uno scopo. Il vostro grande desiderio di
vedere questo corpo in stati di samadhi, fa sì che a volte se ne
manifestino i sintomi. Ogni volta che un pensiero raggiunge la sua massima
intensità, dev’esserci necessariamente la sua espressione fisica. Se un
individuo si perde nella contemplazione del Nome Divino, può fondersi
nell’oceano della Bellezza Celeste. Dio e i nomi che Lo simboleggiano sono una
sola cosa. Non appena scompare la coscienza del mondo esterno, il potere del
Nome si manifesta e trova immancabilmente una espressione oggettiva”.
Durante il kirtan
nel suo corpo si manifestava uno stato divino sovrannaturale. Abbiamo udito
dalle sue labbra che vi fu un tempo in cui vedeva il fuoco, l’acqua, il cielo o
altre cose straordinarie, e allora il suo corpo tendeva a trasformarsi in
ognuna di esse. In presenza di un colpo di vento sentiva l’impulso di far
volare il suo corpo come un brandello di stoffa. Quando sentiva il suono
prolungato e profondo di una conchiglia, tutto il suo corpo tendeva per così
dire a gelarsi, e diventava immobile come una lastra di marmo. Ogni volta che
l’onda di un pensiero le attraversava la mente, nel suo corpo si manifestava
una corrispondente espressione fisica.
Una volta si unì a
dei bambini che giocavano, e iniziò a ridere così di cuore che la sua risata
non poté essere frenata neanche dopo un’ora di tentativi. Si fermava per un
minuto o due, e ricominciava di nuovo a ridere. Pur rimanendo seduta nella
stessa posizione, nel suo sguardo vi era un’espressione sovrannaturale. Molti
presenti ne rimasero impressionati. Dopo un po’ riacquistò gradualmente la sua
compostezza abituale.
Un’altra volta
doveva andare da Calcutta a Dacca. Molti ragazzi e ragazze, uomini e donne,
andarono alla stazione per vederla partire. Tutti piangevano all’idea della
separazione. Anche Sri Ma si unì a loro e cominciò a piangere così
disperatamente che fu impossibile fermarla. Si raccolse una folla. Qualcuno
disse: “Molto probabilmente la donna che piange è una giovane sposa che dalla
casa del padre viene portata a quella
del marito”. L’impulso di piangere continuò da mezzogiorno al crepuscolo.
Un giorno mi chiese:
“Dov’è il centro del tuo riso e del tuo pianto?”. Risposi: “Ogni stimolo viene dal cervello, ma il vero centro sta
in qualche posto vitale vicino al cuore”.
Sri Ma disse: “Quando dietro al tuo riso o al tuo
pianto c’è un vero sentimento, cerca d’esprimersi con ogni parte del tuo corpo”.
Non riuscii a intendere il significato delle sue parole e rimasi in silenzio.
Alcuni giorni dopo mi recai all’ashram la mattina presto. Incontrai Sri Ma e
feci una passeggiata con lei. Le chiesi: «Ma, come stai
oggi?”. Mi rispose con grande enfasi:
“Sto molto, molto bene”. A questo, tutto il mio corpo, dalla testa ai piedi,
cominciò a fremere e a danzare alla vibrazione delle sue parole, e dovetti
fermarmi di colpo per strada.
Mataji notò la mia
confusione e disse: “Hai capito ora dove si trova il centro del riso e del
pianto? Se un pensiero o un sentimento viene espresso soltanto da una parte del
corpo, non si manifesta tutta la sua forza”.
Ho sentito Sri Ma
dire che, quando tutti i pensieri e i sentimenti del devoto scorrono
unicamente verso Dio, le vibrazioni discordanti del mondo esterno contrarie
alle sue aspirazioni recano una forte sofferenza all’aspirante. Se in quella
fase qualcuno ferisce un animale o una pianta, e la vibrazione raggiunge il sadhaka,
questa gli provoca un’acuta sofferenza mentale. Le vibrazioni disarmoniche
e i piaceri dei sensi turbano il flusso costante della sua devozione a Dio.
Quando il sadhaka è ancora fortemente legato al mondo esterno, pensa che
ciò che percepisce con i sensi sia tutto dentro il suo ‘io’. In quella fase
anche la caduta di una foglia da un albero crea increspature nello spazio della
sua coscienza. Nel primo periodo della vita della Madre qualunque cosa accadeva
nel mondo esterno trovava, spontaneamente, risposta in lei.
Appena Sri Ma riacquistava
la sua normale serenità, dopo un’estasi profonda, si manifestavano naturalmente
molti processi yogici. In quei momenti si poteva udire un mormorio di suoni
indistinti provenire da lei. Seguivano poi note rombanti come il sollevarsi
delle onde del mare flagellate dalla tempesta; alla fine dalle sue labbra
usciva un flusso ininterrotto e melodioso di verità divine, nella forma di
numerosi inni sanscriti. Sembrava che attraverso le parole di Sri Ma le
verità divine provenienti dall’eternità del cielo prendessero forma in simboli
sonori. Quella pronuncia impeccabile, quel libero fluire di melodia che toccava
nell’intimo il cuore degli ascoltatori, riceveva maggiore incanto dal divino
splendore del suo volto. Perfino dotti studiosi vedici, nonostante tutto il
loro addestramento, difficilmente avrebbero potuto acquisire il suo tipo
d’espressione libero e naturale.
La ricchezza di
significato di tutte le espressioni spontanee di Sri Ma è stata una
sorpresa per molti sapienti. Il linguaggio in cui venivano espressi i versi non
poteva essere compreso facilmente, e quindi non è stato possibile scriverli per
intero e con precisione. Sono stati registrati solo quattro di quegli inni
sacri, di cui è stato possibile prendere in parte nota. In seguito avvicinammo
Mataji per fare una verifica e correggerli. La sua risposta fu: “Se dovrà
essere, sarà. Al momento non mi viene”.
Ecco la traduzione
di uno* dei quattro inni:
“Tu sei la Luce dell’universo e lo Spirito che lo
guida e lo controlla. Manifestati in mezzo a noi! Da Te emana continuamente una
ragnatela di mondi. Tu sei Colui che distrugge ogni paura. Manifestati davanti
a noi! Tu sei il seme dell’universo; sei l’essere nel quale risiedo. Tu sei
presente nei cuori di tutti questi devoti. Tu che mi stai davanti, rimuovi le paure
di tutte le creature. Tu sei la manifestazione di tutti gli dei e molto di più.
Tu sei uscito da me e Io sono l’essenza del mondo creato. Facci contemplare il
vero fondamento dell’universo, attraverso cui il mondo cerca la liberazione. Tu
dimori nella Tua eterna natura essenziale. Sei uscito dal Pranava, la
vibrazione originaria alla base di ogni esistenza e la verità di tutto. I Veda
sono solo scintille della Tua Luce eterna. Tu simboleggi la coppia divina, Kama
e Kamesvari, che si dissolve nella Beatitudine Suprema che tutto
pervade, e che viene espressa da nada e bindu, quando si
differenzia per sostenere il Tuo lila. Disperdi le paure del mondo!
“Prendo rifugio in Te. Tu sei il mio asilo e la mia
dimora finale. Attira tutto il mio essere in Te. Come Salvatore Tu appari in
due forme: il liberatore e il devoto che cerca la liberazione. Da Me solo tutte
le cose sono create a Mia immagine, da Me sono mandate nel mondo; e in Me tutto
trova il rifugio finale.
“Io sono la causa prima che i Veda chiamano Pranava.
Sono nello stesso tempo Mahamaya e Mahabhava. La devozione a
Me produce il moksha (liberazione). Tutto è Mio. A Me Rudra deve i suoi
poteri. Io canto la gloria di Rudra che si manifesta in tutte le azioni e nelle
loro cause”.
Da questa traduzione
è evidente che il corpo-pensiero di Sri Ma è stato espresso in parole
per il bene, la pace e il progresso del mondo. Il suo amore e la sua sconfinata
compassione per tutte le creature si irradiano in tutte le direzioni ed Ella
siede suprema al centro, abbracciando l’universo.
Una volta Sri Ma disse
di questi inni: “La Parola Eterna è la causa prima dell’universo. Con
l’evoluzione di questa Parola sempre presente, continua parallelamente il
progresso della creazione materiale”.
In quella fase della
vita di Mataji, quando furono rivelati molti di questi inni, a volte la sua
voce diventava acuta e tagliente come una spada; altre volte era carezzevole
come lo zefiro. Altre volte ancora rivelava un potere pieno di tranquillità e
di profonda beatitudine, come l’influenza del cielo di luna piena a mezzanotte.
Con i cambiamenti di tonalità, anche le espressioni degli occhi e del volto
subivano corrispondenti trasformazioni.
In alcune occasioni
gli inni le venivano alle labbra accompagnati da un incessante flusso di
lacrime e da un sorriso straordinariamente luminoso e dolce, in un gioco
alterno di riso e pianto simile a quello tra sole e pioggia, che conferiva al
suo volto beato una serenità e un fascino celestiale. Terminato il canto degli
inni, rimaneva a lungo in silenzio oppure giaceva sul pavimento, profondamente
assorta.
Nota: *) – Il giorno 20 del mese di
vaisakh dell’anno bengali 1336 (1929), Sri Ma lasciò l’ashram di
Ramna dopo esservi rimasta per 24 ore dopo l’installazione della divinità.
Indossava solo un sari. In quell’occasione dalle sue labbra scaturì
quest’inno, e chiese ad alcuni devoti di scriverlo. La Madre si trovava in una
condizione estatica e si poté trascrivere solo una parte dell’inno. Non se ne
può quindi garantire la correttezza. Ella, però, diede il permesso di cantarlo
prima di cominciare il kirtan, accompagnandosi con strumenti musicali.
Nota: – gli inni usciti
spontaneamente dalle labbra di Sri Ma non sono in sanscrito né in altro
linguaggio a noi conosciuto. In essi vi sono alcune parole ed espressioni in
sanscrito e sembrano delle preghiere. Devono essere considerati dei mantra, in
cui ogni sillaba ha il proprio significato e non può essere sostituita da alcun
sinonimo. La versione riportata nel testo non va pertanto considerata una
traduzione letterale degli inni; sembra inoltre che i suoni usciti dalle labbra
della Madre non siano sempre stati riprodotti correttamente.
Sri Ma disse che, per qualche tempo, il suo corpo
aveva attraversato uno stadio durante il quale si manifestavano naturalmente
varie posture yoga (asana, mudra, ecc.). Si manifestavano spesso
quand’era in solitudine, lontano dalla vista degli uomini. A questo riguardo,
una volta Mataji osservò: “Proprio come un seme dev’essere tenuto nell’oscurità
sotto terra prima che spuntino i germogli così, in seguito alle pratiche, in un
sadhaka avvengono molti cambiamenti sottili non percettibili”.
A volte le sue mani,
i piedi e il collo si piegavano in maniera tale che sembrava non potessero
riprendere le loro normali posizioni.
In un’occasione
Sri Ma disse: “Da questo corpo è balenata una luce così splendente che
tutto lo spazio intorno è stato illuminato. Quella luce s’è diffusa
gradualmente, avvolgendo l’universo”. In quei casi si copriva il corpo con un
grande mantello e si ritirava a lungo da sola in un angolo solitario della
casa.
In quel periodo il
suo corpo emanava un tale potere divino che al suo sguardo la gente dimenticava
tutto e veniva immersa nella gioia divina. Toccando i suoi piedi, qualcuno
sveniva. I luoghi sui quali si stendeva o sedeva diventavano intensamente
caldi.
A Dacca ho visto io
stesso Sri Ma in diverse posizioni yoga. A volte il suo respiro
s’arrestava completamente per molto tempo oppure diventava così lieve e
impercettibile che temevamo potesse morire soffocata.
Un giorno, mentre le
mostravo le illustrazioni di alcune posizioni yoga in un libro, mi fece notare
in esse degli errori riguardo specifiche posizioni della testa, dei piedi,
delle cosce e di altre parti del corpo.
Coloro che sono
stati così fortunati da starle vicino per qualche tempo, devono aver notato
come poteva sedere in una particolare posizione per parecchie ore di seguito
senza fare il minimo movimento, o come cadeva in un silenzio assoluto nel mezzo
di una conversazione. In quelle situazioni il suo corpo diventava inerte come
quello di una statua, gli occhi fissi e immobili volti al più remoto angolo del
cielo e il volto gioiosamente dolce e sereno. In tutti quegli stati era
evidente che la sua anima era immersa nella Beatitudine Suprema, mentre il
corpo eseguiva meccanicamente le azioni di routine quotidiana dei doveri della
vita sociale. In quegli stati d’assorbimento nel Divino non sentiva fame né
sete né gli estremi di caldo e freddo, a meno che non rivolgesse loro
un’attenzione particolare. Anche quando ritornava alla coscienza fisica, ci
voleva molto tempo prima che riguadagnasse il suo stato normale.
Abbiamo notato in
molte occasioni che se durante queste fasi d’assorbimento veniva lasciata a se
stessa per alcuni giorni di seguito, spesso dimenticava come parlare o ridere o
anche come distinguere i diversi tipi di cibo e bevande.
Molti desiderano
assistere alle manifestazioni dei suoi poteri occulti. Ad essi suggerirei di
trascorrere alcuni giorni vicino a lei e sperimentare la meravigliosa influenza
spirituale che emana in ogni momento dalla sua persona, grazie alla quale anche
i cuori più aridi sbocciano a nuova vita. Le persone sono impercettibilmente
attratte nell’orbita della sua profonda vita spirituale dalla sua volontà
naturale d’assicurare il bene di tutti gli esseri.
Un pomeriggio andai
a Shahbag con Niranjan. Sri Ma e Bholanath erano seduti e sul pavimento
erano disegnate alcune immagini. Bholanath disse: “Vostra Madre ha disegnato
queste immagini dei centri vitali all’interno del corpo”.
Udendo ciò, Ella
disse: “Mentre camminavo, verso mezzogiorno mi sono seduta qui in una posizione
yoga e ho visto alcuni centri vitali simili a loti, dal centro più alto nel
cervello giù lungo la spina dorsale fino al punto più basso, a pochi pollici di
distanza l’uno dall’altro. Ho visto chiaramente che a partire dall’estremità
inferiore della spina dorsale vi sono tanti centri sottilissimi, dei quali solo
sei principali sono stati disegnati qui. Non li ho disegnati deliberatamente,
la mano si è mossa da sola sul pavimento e così sono venute fuori queste
figure.
“Dovete sapere che
attraverso questi centri vitali di nervi che s’intrecciano operano gli impulsi
ereditari, le tendenze acquisite, le emozioni, i vari stimoli, i cicli di
pensiero, le nozioni di vita e di morte, ecc., che dal centro cerebrale più
alto scendono verso il basso in risposta agli stimoli degli organi dei sensi.
Correnti di vita e di fluido vitale scorrono velocemente o lentamente
attraverso questi canali e guidano i processi vitali e le correnti di pensiero
dell’uomo. Come vedete che si compenetrano la terra, l’acqua, il fuoco, l’aria
e lo spazio oltre l’atmosfera, così anche questi sei centri principali sembrano
stare l’uno sull’altro nel corpo, ma operano in mutua interdipendenza come una
catena vitale. Un po’ di riflessione vi convincerà che l’energia vitale ascende
nei centri superiori del corpo quando i vostri pensieri sono puri e pieni di
gioia. Come sapete che in fondo ad un pozzo c’è una sorgente d’acqua, che un
serbatoio mantiene costante la sua riserva, che l’energia vitale di una pianta
si trova sottoterra nel fondo delle radici, così nel punto più basso (muladhara)
della colonna vertebrale giace addormentata la fonte delle potenti forze
vitali che derivano fondamentalmente dal sole, da dove sgorgano i ruscelli
della vostra vita. Quando con grande pazienza e purezza vi sforzate di
purificare i vostri veicoli interni ed esterni, le vibrazioni risultanti dai
vostri pensieri colpiscono centri sempre più alti, liberando la loro tensione e
rilasciando la forza vitale trattenuta nel centro più basso per cercare
un’uscita verso l’alto. Allora l’apatia, i bisogni primari e i samskara del
devoto svaniscono gradualmente, come la nebbia davanti ai raggi del sole.
Insieme allo scioglimento di questo blocco, comincia ad allentarsi
l’attaccamento agli oggetti dei sensi e la vita interiore inizia a prendere
forma.
“Quando la spinta
ascendente della forza vitale raggiunge il centro tra le sopracciglia, la
corrente interiore dell’energia vitale scorre uniformemente con facilità e
purezza in tutto il corpo, con il risultato che il devoto comincia a realizzare
qualcosa della natura dell’ego, del mondo e della creazione. Se un uomo rimane
in questo stadio per molto tempo, tutte le inclinazioni e gli stimoli prenatali
ereditati diventano a poco a poco sempre più deboli; la sua mente raggiunge
livelli di contemplazione sempre più alti, centri di forza vitale sempre più
profondi.
“Se il devoto va
oltre il centro vitale più alto, situato tra le sopracciglia (dvidala cakra),
i suoi poteri mentali s’immergono nel sovramentale, il suo ego si dissolve
nel mahabhava e trova eterno rifugio in svarupa; allora va
in samadhi, uno stato di perenne beatitudine.
“Appena i vari centri vitali iniziano ad
aprirsi, all’interno vengono percepiti diversi suoni. Il devoto ode suoni di
conchiglie, campane, flauti, ecc., che si fondono nel ritmo cosmico dell’unica
voce del silenzio infinito. In questo stadio nessun pensiero od oggetto del
mondo esterno può distrarre la sua attenzione. Mentre avanza, il suo essere si
dissolve nelle profondità senza fine della musica beata che pervade l’intero
universo, e trova eterno riposo”.
Due o tre anni dopo
questa spiegazione di Mataji, le mostrai le immagini dei sei centri vitali
pubblicati nel libro ‘Il Potere del Serpente’ di Sir John Woodroffe. Sri
Ma non li guardò neppure e disse, ridendo di cuore: “Ascolta ciò che ti
dice questo corpo”. Descrisse poi ciascun centro, la natura dei loti, il loro
colore e il numero dei petali, con gli yantra e i mantra corrispondenti.
Constatai che i disegni del libro rappresentavano perfettamente ciò che Sri
Ma descriveva.
Ella aggiunse: “Non
ho mai letto di questi centri in alcun libro né ho mai udito parlare di essi.
La descrizione che ho dato proviene dalla mia esperienza”. A ulteriori domande
rispose: “I colori dei centri vitali che vedi sui disegni sono solo tinte
esterne. Questi plessi sono composti della stessa sostanza del nostro cervello,
ma le loro forme, strutture e funzioni variano. Ciascuno ha proprie
caratteristiche particolari e qualità distintive come l’occhio, l’orecchio o
l’ombelico o anche le linee del palmo della mano. In essi v’è il gioco sempre
mutevole di vari suoni e colori, e vi sono i simboli chiamati mantra-seme, che
sono il risultato naturale del movimento della forza vitale e dello scorrere
del fluido vitale. Nei primi stadi, quando vari mantra uscivano da
queste labbra accompagnati da cambiamenti del respiro, a volte mi balenavano in
mente domande come: ‘Cosa sono questi?’. La risposta venne da dentro e la
struttura interiore di tutti questi plessi divenne chiaramente visibile come i
disegni che mi hai mostrato. Quando una persona prega regolarmente, fa i puja
e le pratiche yoga, medita e riflette sulle più alte verità dell’esistenza
con sufficiente concentrazione e fermezza, la sostanza mentale si purifica, i
pensieri si affinano e i centri si dischiudono. In caso contrario nessun essere
umano può sfuggire alla tempesta e alle costrizioni degli istinti fisici come
la lussuria, l’avidità e l’ira”.
Un giorno Sri Ma andò
al Siddheswari Ashram con i devoti presenti. Quel posto si trovava allora in un
vero stato d’abbandono. Vi era un altare largo circa mezzo metro quadrato e
alto una ventina di centimetri. La Madre vi sedette sopra. Tutti i devoti
sedettero intorno in silenzio, assorti nei propri pensieri. Pian piano il suo
corpo si rimpicciolì a tal punto che ognuno ebbe l’impressione che sull’altare
fosse rimasto soltanto il suo sari. Nessuno poteva vederla. Tutti si chiedevano
cosa sarebbe accaduto. Vi fu un movimento sotto il vestito e molto lentamente e
gentilmente prese forma un corpo ed Ella riapparve, seduta dritta. Per quasi
mezz’ora guardò il cielo con lo sguardo fisso, poi disse: “Avete attirato
questo corpo per il vostro progresso”.
Sri Ma ha detto: “Come un aquilone vola alto nel
cielo, legato ad un filo sottile, così uno yogi, affidandosi al suo respiro
vitale e al fragile filo del samskara, può fluttuare nell’aria, ridurre
il suo corpo fisico ad un granello di polvere, assumere una dimensione
gigantesca o perfino scomparire alla vista”.
Sappiamo che molte
persone hanno ricevuto l’iniziazione da Sri Ma in sogno, che altre hanno
avuto fiori insieme ai mantra, e che al risveglio hanno trovato
realmente i fiori; ma nessuno di noi ha mai visto Mataji iniziare fisicamente
un devoto.
Sappiamo inoltre che
molte persone, stando nelle loro case, lontano da Sri Ma, sono rimaste
stupite nel vedere la sua immagine realmente presente davanti ai loro occhi per
pochissimo tempo.
Una volta ero
gravemente malato a Dacca, colpito da un attacco di tubercolosi e Sri Ma si
trovava nell’India Nord-Occidentale. Quando tornò a Dacca, mi disse: “A
mezzanotte di due date particolari questo corpo è entrato nella tua stanza da
una certa porta di casa tua e ne è uscito da un’altra. In quei due giorni la
tua condizione è stata molto critica”. Controllando sul libro dei conti dove
erano registrate le spese giornaliere, inclusi gli onorari dei medici e i costi
delle medicine, scoprii che in quei due giorni i medici erano stati chiamati
veramente di notte.
Vi sono stati anche
casi in cui Sri Ma è passata in mezzo a un gruppo di uomini, ma solo
alcuni hanno potuto vederla. Ha detto: “Sono sempre presente in mezzo a voi, ma
voi avete poco desiderio di vedermi. Che cosa posso farci? Sappiate per certo
che i miei occhi sono fissi su quello che fate o mancate di fare”.
Una volta Sri Ma doveva
prendere il treno a Goalundo. Il gradino d’accesso al treno era molto alto rispetto
al marciapiede. La Madre aveva allora un dolore reumatico al braccio destro.
Quando al suo invito Gurupriya Devi le afferrò la mano sinistra e la tirò su
nello scompartimento, il suo corpo sembrava leggero come quello di un bimbo. In
qualche occasione, al contrario, sembrava molto pesante.
Sri Ma ci ha detto che, nel movimento o nel riposo,
nulla produceva in lei un cambiamento. Era sempre completamente sveglia. A
volte, quando s’alzava dal letto, diceva d’aver visto determinati incidenti
avvenuti in luoghi particolari. Indagini fatte successivamente confermavano
l’esattezza delle sue affermazioni.
Vedevo spesso Sri
Ma al mio fianco in un lampo di luce o come una figura ferma e indistinta;
qualche volta assumeva una forma precisa e concreta che si muoveva apportando
nel mio ambiente cambiamenti che continuavano anche dopo la sua scomparsa.
Verso la fine del
1930, Sri Ma si trovava a Cox’s Bazar, a circa 300 miglia da Dacca.
Nelle prime ore del mattino ero seduto sul mio letto, a Dacca, e pensavo a lei.
La sentii sussurrare: “Erigi un tempio entro l’area dell’ashram”.
Balzai in piedi. Sapevo che Sri Ma non
aveva mai ordinato ad alcuno di fare qualcosa. Pensai e ripensai alla cosa.
Presumevo che quei sussurri dovessero provenire da Sri Ma, ma un dubbio
m’attraversava la mente: “Perché le sue parole dovevano essere così
indistinte?”. La sua voce abituale era chiara, distinta, risuonante, viva.
Scrissi una lettera a Cox’s Bazar e venni a sapere che aveva osservato il
silenzio per alcuni giorni e che aveva ripreso a parlare alle otto di mattina
di quel dato giorno. Quando Sri Ma tornò a Dacca, mi dissero che aveva
mormorato delle parole la mattina molto presto, ma pochi avevano potuto
distinguerle. Dopo avere udito quel comando da Sri Ma, la costruzione
del tempio fu presa sul serio.
Diceva sempre di
poter vedere i corpi eterei dei santi morti molto tempo fa. Un giorno disse:
“Proprio come voi siete seduti intorno a me, là vi sono molti spiriti
disincarnati, che sono reali quanto voi”.
Diceva anche di
poter vedere le varie forme delle diverse malattie. Quando cercavano d’entrare
nel suo corpo, gli veniva dato libero accesso. “Poiché c’è solo una vita
nell’universo, le malattie non sono né chiamate né allontanate da me. Come
tutti voi siete per me fonte di ananda, anch’esse mi danno uguale
gioia”.
Nel maggio del 1929 Sri
Ma lasciò Dacca, ma per qualche ragione diversi ostacoli impedirono i suoi
liberi movimenti. Quando tornò a Dacca, nel mese di agosto, aveva la febbre.
Molti sintomi soprannaturali cominciarono ad apparire sul suo corpo. Ordinò che
al suo corpo fosse permesso assumere vari asana, seduto o disteso per
terra, secondo i suoi bisogni spontanei. Questo continuò per un’ora intera. Più
tardi Sri Ma disse che erano state tutte posizioni yoga. Vedendo queste
manifestazioni, la gente temette che potesse abbandonare il corpo. Si scoprì
che i suoi arti mancavano di coesione; in piedi o seduta, tutte le sue membra
penzolavano mollemente e non potevano muoversi a meno che non fossero
adeguatamente sostenute. Oltre a questo aveva la febbre alta, la dissenteria,
sangue nelle feci e nell’urina e tutti i sintomi dell’idropisia. Trascorsero in
questo modo quattro o cinque giorni, infine Brahmacharini Gurupriya Devi la
supplicò: “Ma, non riusciamo ad assistere il tuo corpo; abbi pietà di
noi!”. Dopo questa preghiera la fiacchezza del corpo di Sri Ma scomparve,
ma la febbre e gli altri sintomi continuarono come prima. Per altri cinque o
sei giorni, le furono versati sulla testa da sessanta a settanta secchi d’acqua
tra le 11 e le 17, ma la febbre non diminuiva, e lei non voleva prendere
medicine. Fu interpellato un dottore ayurvedico, che la esaminò e disse:
“Possiamo curare i comuni esseri umani, ma le vie della Madre sono
completamente diverse”. Vedendola giacere a letto malata, tutti i devoti erano
profondamente preoccupati e la pregavano di guarire il suo corpo.
Il mattino seguente Sri
Ma disse: “Preparate un piatto di riso per questo corpo”. Lei, che era
stata costretta a letto dalla febbre alta e dall’idropisia, debilitata
completamente senza quasi possibilità di muoversi per diciassette o diciotto
giorni, chiese il suo consueto pasto di riso, dal e vegetali.
Rimasero tutti meravigliati.
Furono preparati
riso, dal e vegetali, secondo le sue direttive. Tre o quattro persone
furono impegnate a sostenerle il corpo per imboccarla. Mangiò un po’ di
ciascuna pietanza. Molti temettero qualche seria complicazione a causa di quel
cibo dopo una febbre tanto prolungata, invece si riprese gradualmente.
Riferendosi ai
disordini fisici descritti sopra, una volta Sri Ma disse: “Questo corpo
si muove in sintonia con la Natura; il suo corso naturale dev’essere stato in
qualche modo ostacolato nelle sue normali funzioni. I disordini delle sue
funzioni vitali si sono manifestati per farvi capire le infelici conseguenze
che derivano dall’ostacolare i suoi bisogni naturali. Se vi fosse stata una
vera malattia, questo corpo sarebbe deperito completamente o sarebbe rimasto
invalido.
“Mentre giacevo a
letto non ero cosciente d’alcun disagio o apprensione. Mi sentivo come fossi in
salute. Tra i vostri movimenti ansiosi avanti e indietro e i cambiamenti che si
verificavano in questo corpo, ero consapevole di una sinfonia di musica e di
gioia”.
Da tutte le sue
azioni sembrava che la Natura, obbediente, per così dire, al suo volere,
aiutasse il suo corpo a funzionare. Ero convinto che se avessimo prestato la
dovuta attenzione alle espressioni naturali della sua volontà, trattenendoci
dal disturbare l’atmosfera intorno a lei con le vibrazioni delle nostre
simpatie e antipatie personali, e se avessimo fatto senza riserve ciò che lei
diceva, avremmo potuto godere di una felicità senza limiti dovuta al magnifico
funzionamento della sua Volontà. Nello stesso tempo avremmo avuto la grande
fortuna d’avere molte possibilità di crescita.
Durante l’infanzia
giocavamo con le bambole inseguendo le nostre fantasie; costruivamo casette di
sabbia e argilla per soddisfare un nostro desiderio momentaneo e poi ci volgevamo
a nuovi giochi. Anche allora stavamo facendo lo stesso gioco con il nostro
comportamento nei confronti di Sri Ma, con la stessa leggerezza e lo
stesso impulso. A volte questi timori affollavano la mia mente.
Nel corso di una
conversazione all’ashram di Vindhyachal, Mataji disse a Brahmachari Kamalakanta:
“Anche dopo tanti anni, pochissime persone capiscono ciò che voglio. Se lo
capissero, domande come: ‘Cosa vuoi? Qual è il tuo desiderio?’, non verrebbero
mai poste. Una persona deve cercare sinceramente di capirmi secondo le proprie
capacità, ma per comprendere ciò che voglio deve liberare la mente dall’orgoglio,
dal desiderio di fama e gloria, dall’ira e dal dolore, dalla presunzione e
infine dalla testardaggine che fa credere all’uomo di essere un libero agente
in tutte le sue azioni”.
Se sotto la sua
benevola influenza potessimo purificarci costantemente, seguendo
silenziosamente quel che ci suggerisce di fare, realizzeremmo la nostra
missione trovando nelle nostre vite l’opportunità di contemplare la gloria
della sua Maternità universale.
Un giorno
passeggiavo con la Madre nel giardino di Ramna. Lei non parlava. Capii che era
stata presa dallo spirito d’assoluto silenzio. Ritornò dopo aver passeggiato
senza meta per qualche tempo. Per otto o dieci giorni rimase completamente
muta. Nessun segno, gesto o cenno usciva da lei, neanche un sorriso. Sedeva
quietamente assorta nel proprio Sé interiore. Se qualcuno le parlava, i suoi
occhi e la sua attenzione non ne erano attratti. Sedeva raccolta in sé come la
statua del Signore Buddha. Quando mangiava le sue labbra s’aprivano solo un
po’, per richiudersi subito dopo aver preso un piccolo boccone. Durante questo
stato di silenzio sembrava che il suo rapporto con il mondo esterno fosse
interrotto completamente. Dopo otto o dieci giorni cominciò a mormorare alcune
parole incerte. Avevamo l’impressione che stesse imparando a usare di nuovo
gli organi vocali e a recuperare il potere della parola. Passarono tre giorni,
e poi riprese gradualmente il suo abituale modo di parlare. Ebbi la grande
fortuna di vedere Sri Ma due o tre volte in simili stati.
Durante queste fasi
di silenzio il suo aspetto tranquillo, la sua compostezza seria ma serena, il
suo sguardo aggraziato e il volto splendente risvegliavano il nostro amore e la
nostra reverenza. Più la si guardava con occhi ardenti, più cresceva il
desiderio di contemplare il suo volto. Quando all’inizio, poco dopo il suo
matrimonio, Sri Ma rimase in silenzio per tre anni, molti espressero
dispiacere ritenendo che fosse completamente muta: “Ahimè, è un peccato, una grande
ingiustizia di Dio! Egli ha reso muta questa bella ragazza, pur avendole
concesso tutte le migliori virtù femminili”. Sri Ma ha detto: “Se
desiderate osservare un vero silenzio, il vostro cuore e la vostra mente devono
fondersi intimamente in contemplazione così che tutta la vostra natura, interna
ed esterna, possa per così dire solidificarsi nello stato di una pietra. Se
invece volete semplicemente astenervi dal parlare, è una questione del tutto
diversa”.
Abbiamo quattro foto
delle posizioni yoga di Sri Ma. La prima è stata discussa nel primo
capitolo; la seconda è stata fatta dopo un lungo periodo di malattia. Quando
sono state scattate la terza e la quarta foto, all’inizio sedeva in modo
naturale, ma le espressioni dello stato d’assorbimento estatico le vennero più
tardi.
Quando fu pregata
d’indicarci i diversi stadi della sadhana, Sri Ma parlò di
quattro livelli:
1) concentrazione dell’intelletto su un punto.
È come accendere della legna secca. Quando la legna umida è stata asciugata dal
calore del fuoco, la fiamma arde vivacemente. Allo stesso modo la nostra mente
s’illumina quando viene liberata dalla nebbia e dall’umidità dei desideri e
delle passioni (kamana, vasana) grazie alla forza della contemplazione
del Divino. È uno stato di purezza mentale che, in certi casi, induce uno stato
di silenzioso assorbimento in un particolare stato d’animo o un eccesso
d’emozione e agitazione al di là di ogni capacità di controllo. Tutti questi
stati d’animo emanano da un’esistenza suprema, ma solo in direzioni
particolari.
2) Concentrazione delle proprie facoltà
emotive. Induce uno stato d’inerzia fisica, di assorbimento nel sacro
sentimento che scaturisce dall’unico e indivisibile stato di estasi. A questo
punto il corpo può essere paragonato ad un pezzo di carbone bruciato, con il
fuoco apparentemente spento. In questo stato il devoto passa ore intere in una
condizione esteriore d’inerzia; ma in fondo al suo cuore si leva una corrente
continua di sublime emozione. Quando questo stato matura, il sentimento attira
grandi poteri dall’Anima Suprema e, come un vaso trabocca quando vi si versa
troppa acqua, così esso si propaga nel vasto mondo con un flusso potente,
spinto dall’intensa pressione dell’espansione.
3) Fusione della vita interiore ed esteriore.
Questo stato è simile a quello di un carbone ardente. Il fuoco pervade ogni
atomo delle coperture interne ed esterne, tutte raggianti di Luce Divina. Il
devoto vive, si muove ed è immerso in un beato oceano di Luce.
4) Piena concentrazione, nella quale il devoto
perde ogni coscienza di dualità, del funzionamento dei tre guna. È
simile allo stato del carbone ridotto in cenere. Non v’è alcuna distinzione tra
interno ed esterno, tra qui e là; è lo stato di assorbimento nel Supremo, lo
stato del Tutto-Uno. Le vibrazioni del pensiero, del sentimento o della volontà
svaniscono completamente. Somiglia alla perfetta tranquillità di un lago
immobile sotto un cielo blu.
Il samadhi di
Sri Ma offriva una visione meravigliosa: è stata mia immensa fortuna poter
assistere molte volte ai suoi samadhi. Riporto di seguito alcune delle
mie esperienze.
Alcuni giorni,