MATRI  DARSHAN

Visiome della Madre

 

(La Madre come mi si è rivelata)

 

di Bhaiji

 

 

 

 

 

Prefazione

 

 

 

L’autore di questo libro, Sri Jyotish Chandra Ray, noto comunemen­te come ‘Bhaiji’ (fratello maggiore), era molto amato e riverito dai devoti di Sri Anandamayi Ma; invero potrebbe essere chiamato il principe dei bhakta. Chiunque ebbe la fortuna d’incontrarlo restò colpito dalla trasparente nobiltà del suo carattere, dalla sua estrema semplicità e dal suo raro spirito di servizio. Grazie ad una eccezionale purezza ed umiltà poteva vedere le cose con rara intuizione. ‘Matri Darshan’ è prezioso perché è stato scritto da un devoto di grande levatura spirituale, al quale Mataji aveva – in misura grande o piccola – rivelato Se Stessa. Il sentimento di Bhaiji può essere espresso meglio con le sue parole: “Anche se piccole porzioni del cielo infinito si rispecchiano in stagni e laghi, questi riflessi non possono darci un’idea dell’immensità del firmamento. Allo stesso modo è impossibile avere consapevolezza dell’infinita grandezza del vero essere di Sri Ma da ciò che questo strumento tanto imperfetto ha potuto riflettere della sua Grazia”.

Grazie alla narrazione di Bhaiji possiamo però percepire qualcosa dell’amore che Sri Ma nutriva per tutti gli esseri viventi, della sua saggezza non contaminata dalla conoscenza intellettuale e dal settarismo, della sua gioia sempre radiosa che non era di questo mondo.

Sri Jyotish Chandra Ray nacque il 16 luglio del 1880 a Chittagong, dove ricevette la sua istruzione. Il libro stesso darà al lettore un’idea dei fatti essenziali della sua vita, per quanto riguarda il suo rapporto con Sri Sri Ma. Nel 1937, poco dopo aver completato il manoscrit­to di ‘Matri Darshan’, egli accompagnò Sri Sri Ma e Bholanathji in un pellegrinaggio al monte Kailash, insieme a Gurupriya Devi e a suo padre, Swami Akhandananda. Quando furono vicini alla meta avvenne un episodio che ci rivela qualcosa della statura di Bhaiji. Lui e Bhotanath camminavano avanti, mentre il resto del gruppo stava dietro. Raggiun­to il lago Manasarovar, Bhaiji fu preso dallo spirito della suprema rinuncia e, gettando nel lago i vestiti e il cordone sacro, entrò nelle acque gelide. Con le mani giunte, chiese a Bholanath il permesso di vagare da solo per le montagne. Bholanath non ne volle sapere e gli ordinò di rivestirsi e aspettare Mataji. Quando Ella arrivò, circa due ore dopo, dalle sue labbra uscirono spontaneamente sannyasa mantra. Fu in questa maniera inusuale che Bhaiji ricevette sannyasa, e da allora fu chiamato Swami Mounananda Parvat.

Su richiesta di Mataji, Bhaiji riaccompagnò il gruppo ad Almora. Sulla via del ritorno fu colto dalla febbre alta e, alcuni giorni dopo aver raggiunto Almora, spirò. Era il 18 agosto 1937, Jhulan Dvadasi. Per tutta la durata della sua malattia, Mataji si prese teneramente cura di lui. Per molte notti consecutive non riuscì a dormire, eppure la calma serenità del suo volto non fu turbata. Aveva sempre il suo solito sorriso e la sua presenza riempiva la stanza di pace e tranquillità. Quando chiesero a Bhaiji come avrebbero potuto mandare avanti l’ashram di Dehradun senza il suo aiuto e la sua guida, rispose: “Il lavoro non è mio, ma di Sri Ma. Con la sua grazia tutto andrà bene; siamo solo strumenti nelle sue mani”.

Riferendosi alla morte di Bhaiji, Bholanathji scrisse: “Jyotish fu pienamente cosciente sino alla fine. Poco prima di morire mi disse: ‘Baba, in questo mondo nessuno ci appartiene. Soltanto Sri Sri Ma è reale’. Dopo aver cantato ‘Ma, Ma’ e ‘Om’, chiamò Hari Ram Joshi e gli disse: ‘Ascolta, siamo tutti uno. Ma ed io siamo uno, Pitaji ed io siamo uno’. Fissò il suo sguardo su Mataji e pronunciando ‘Ma, Ma’ esalò lentamente il suo ultimo respiro”.

Prima di partire per il monte Kailash, Bhaiji aveva lasciato il manoscritto in bengali di ‘Matri Darshan’ al traduttore. Era suo espresso desiderio che il libro fosse pubblicato simultaneamente in bengali, hindi e inglese, ma la sua morte improvvisa sconvolse ogni piano. L’originale in bengali fu pubblicato la prima volta nel 1937, poco dopo la sua morte. La traduzione in hindi apparve solo nel 1951 e quella in inglese nel 1952.

Bhaiji fu il primo a far conoscere al mondo qualcosa dello straordinario lila di Sri Anandamayi Ma. I ricercatori spirituali di tutto il mondo gli hanno espresso stima e profonda gratitudine per questo lavoro d’amore.

 

 

 

 

 

 

 

 

Introduzione

 

 

Scrivere una biografia di Sri Sri Anandamayi Ma o attirare l’attenzione del mondo sui suoi infiniti poteri non è lo scopo di questo mio umile tentativo. In un breve ritratto ho descritto solo pochi fatti della mia esperienza diretta, per mostrare come Ella abbia aperto la sorgente della vita nella mia anima quasi inaridita. Tutte le imperfezioni presenti in questo lavoro sono imputabili ai miei limiti personali, per i quali imploro sinceramente il suo perdono.

Persi mia madre quand’ero ancora un bambino. Ho sentito dire ai miei parenti che quando udivo altri bambini balbettare ‘Ma, Ma’ i miei occhi s’inondavano di lacrime, e che per placare il mio cuore mi stendevo a terra e piangevo in silenzio.

Mio padre era un uomo pio. Durante la mia infanzia il profondo spirito religioso della sua vita piantò in me i semi dell’aspirazione divina. Nel 1908 ebbi l’iniziazione allo shakti mantra dal nostro guru di famiglia. Adorai dunque la Madre Divina. Durante la preghiera, quando potevo esprimere tutto il mio fervore spirituale ripetendo ‘Ma, Ma’, trovavo grande conforto e felicità. Anche allora sentivo che la Madre è fonte di gioia suprema e di felicità per tutti gli esseri. Vi era in me il desiderio irresistibile di trovare una Madre vivente che, con il suo sguardo amorevole, trasformasse la mia anima agitata dalla tempesta. Avvicinai molte sante persone ed ero così disperato che consultai anche gli astrologi per avere risposta alla mia domanda: ‘Avrò la fortuna d’incontrare una tale Madre?’. Tutti mi davano grandi speranze.

Con questa speranza visitai molti luoghi sacri ed ebbi l’opportu­nità d’incontrare numerose personalità spirituali, ma nessuno poté soddisfare il mio desiderio.

Lavoravo in un ufficio statale a Calcutta che nel 1918 fu trasferito a Dacca; anch’io fui mandato là. Verso la fine del 1924 venni a sapere che Mataji viveva da alcuni mesi a Shahbag, nei pressi della città, osservando il silenzio per lungo tempo, seduta sempre in qualche posizione yoga. In rare occasioni tracciava una linea sul pavimento intorno a lei e, dopo avere recitato dei mantra o testi sacri, aveva brevissime conversazioni con le persone.

Una mattina mi recai là con spirito devoto e fui abbastanza fortunato da vedere Mataji grazie alla cortesia di suo marito, al quale la gente si rivolgeva chiamandolo Pitaji o Padre. Il mio cuore ebbe un fremito nel vedere la sua tranquilla posizione yoga, unita alla modestia e alla grazia di una ragazza appena sposata. Ad un tratto mi balenò in mente che la persona che il mio cuore aveva cercato ardentemente in tutti quegli anni e per la quale avevo visitato tanti luoghi sacri, s’era manifestata davanti a me.

Il mio essere fu inondato di gioia ed ogni cellula del mio corpo danzò in estasi. Ebbi l’impulso di prostrarmi ai suoi piedi e di gridare piangendo: ‘Ma, perché mi hai tenuto lontano da te per questi lunghissimi anni?’.

Dopo alcuni minuti le chiesi: “Ho qualche possibilità di progresso spirituale?”. Rispose: “Il tuo desiderio per lo spirito non è ancora abbastanza forte”. Ero arrivato con tanti pensieri che lottavano per esprimersi, ma furono ridotti al silenzio dalla magica influenza della sua grazia rasserenante. Sedevo muto, senza parole. Anche Sri Ma non diceva una parola. Dopo un po’ m’inchinai ed andai via. Non potei toccarle i piedi, sebbene avessi un forte desiderio di farlo. Non fu per timore o delicatezza; qualche potere misterioso m’allontanò dalla sua presenza.

Non tornai a Shahbag per molto tempo. Pensavo: ‘Finché non m’attirerà a Sé come mia Madre, rimuovendo il suo velo, come potrò abbandonarmi ai Suoi piedi?’. In me c’era un grande conflitto: un ardente desiderio di vederla e un acuto dolore per il suo distacco. I due sentimenti erano ugualmente forti e opposti. Nessun tipo d’approccio sembrava possibile. Nel frattempo ero solito andare nell’adiacente tempio Sikh, e dal muro di cinta del giardino guardavo la Madre da lontano così che nessuno potesse accorgersene. In quei giorni d’indecisione analizzavo i movimen­ti della mia mente e mi chiedevo spesso: ‘Che sta succedendo?’.

Non avevo la forza di prendere una decisione. Mi facevo dare spesso notizie di Mataji e ascoltavo con attenzione ogni storia riguardante il Suo lila. In questo modo trascorsi sette mesi, tra il chiasso e la confusione della vita quotidiana. Un giorno invitai Mataji a casa mia. Nell’incontrarla dopo tanto tempo, un’intensa gioia faceva vibrare tutto il mio essere, ma la felicità fu breve. Quando stava per andarsene m’inchinai per toccarle i piedi, ma Ella li ritrasse. Mi sentii trafitto da un’acuta sofferenza.

Provai ad alleviare le pene del mio cuore confuso leggendo vari libri religiosi. Decisi di pubblicare un libretto sulla religione e le pratiche religiose. Il libro fu pubblicato con il titolo ‘Sadhana’ e ne inviai una copia a Sri Ma attraverso Sj. Bhupendra Narayan Das Gupta. Ella gli disse soltanto: “Chiedi all’autore di venire a trovarmi”.

Ricevuta questa chiamata dalla Madre, una mattina andai a Shahbag e vidi che il periodo di silenzio che aveva osservato negli ultimi tre anni era terminato. Venne e si sedette vicino a me. Le lessi tutto il libro e, dopo aver ascoltato il contenuto, mi disse:

“Dopo tre anni di silenzio le mie corde vocali non funzionano bene, ma oggi le parole mi escono da sole dalla bocca. Il tuo libro è buono. Cerca di sviluppare di più la purezza di pensiero e azione”.

Anche Pitaji era presente a questo colloquio. Cominciai a sentire che un nuovo mondo si spalancava davanti a me e che ero seduto come un bambino di fronte ai genitori. Da allora iniziai ad andare a Shahbag frequentemente. Chiesi a mia moglie di andare a trovare Mataji con delle offerte. In quel periodo Sri Ma era solita mettere un anello d’oro al naso. Mia moglie portò in dono a Sri Ma un grande piatto d’argento, yogurt, fiori, pasta di sandalo e un piccolo anello per il naso con un diamante, e con grande amore e reverenza li offrì ai suoi piedi.

In seguito venimmo a sapere che in quel periodo Mataji faceva mettere il suo cibo sulla nuda terra e che non usava alcun piatto. Per questo una volta Pitaji le aveva detto con disappunto: “Non vuoi il cibo su piatti d’ottone o di metallo. Vuoi mangiare da un piatto d’argen­to?”. Sri Ma rise e disse: “Sì, ma non parlarne con alcuno per i prossimi tre mesi e ti prego di non cercare piatti d’argento”. Non erano ancora trascorsi tre mesi quando le fu portato il piatto d’argento, come menzionato sopra.

Un giorno Mataji mi disse: “Ricorda, tu sei veramente un bramino, e c’è un intimo e sottile legame spirituale tra questo corpo* e te”. Da quel giorno cercai di mantenere puro il mio corpo sotto ogni aspetto.

Appresi da varie fonti che molti devoti di Mataji erano stati così fortunati da vedere manifestate nel suo corpo le forme di vari dei e dee; ma siccome nella sua vita quotidiana vedevo con i miei occhi manifestazioni di grandi poteri sovrannaturali, non mi preoccupavo di cercare espressioni particolari. La mia umile aspirazione era modellare la mia vita secondo gli ideali di pazienza e compostezza sempre manifesti in lei. Se vi fossi riuscito sarebbe stato più che sufficiente per me.

Un giorno la trovai sola e l’impulso naturale dell’uomo di voler vedere delle manifestazioni fisiche dei poteri divini, mi spinse a chiederle: “Madre, ti prego, dimmi, cosa sei in realtà?”. Ella rise forte e rispose con affetto: “Come possono sorgere nel tuo cuore delle domande così puerili? Le visioni di dei e dee appaiono in conformità alle proprie disposizioni ereditarie (samskara). Io sono quel che fui e quel che sarò. Sono qualunque cosa immagini, pensi o dici. È certo, però, che questo corpo non è venuto al mondo per raccogliere i frutti del karma passato. Perché non capisci che questo corpo è la manifestazione fisica di tutte le tue aspirazioni e idee? Voi tutti lo avete voluto e adesso l’avete; perciò per qualche tempo gioca con questa bambola . Altre domande sono inutili”. Dissi: “Que­ste tue parole, Ma, non soddisfano il mio ardente desiderio”. A queste parole, Ella disse con leggera veemenza: “Di’, di’, che altro desideri?”, e immediatamente un flusso abbagliante di luce divina risplendette sul suo volto. Rimasi muto e stupefatto. Tutti i miei dubbi furono acquietati.

Una quindicina di giorni dopo, una mattina andai a Shahbag e trovai la porta della camera da letto di Mataji chiusa. Sedetti a circa dieci metri di fronte a lei e all’improvviso la porta si aprì. Vidi con stupore la figura di una dea bellissima e luminosa come il sole del mattino che illuminava l’intera stanza. In un istante Ella ritirò tutto lo splendore nel suo corpo e vidi Mataji, in piedi, che sorrideva nel suo modo abituale.

In un attimo l’intera visione scomparve, come per effetto di una magia soprannaturale. Mi sembrò di ritornare dalla terra dei sogni. Capii subito che Sri Ma aveva rivelato se stessa in risposta a ciò che avevo detto alcuni giorni prima. Cominciai a recitare un inno e pregai: “Possa diventare un figlio degno di te, degno d’essere benedetto dalla tua grazia e bontà materna”.

Dopo un po’ Mataji avanzò verso di me. Prese un fiore e alcuni fili d’erba durba e li pose sul mio capo, mentre cadevo ai suoi piedi.

Ero fuori di me dalla gioia. Il passato non torna più, ma come vorrei un gioioso ritorno di quel momento benedetto!

Da allora cominciò a radicarsi nella mia mente la profonda convinzione che Lei non era solo mia madre, ma la Madre dell’universo. Tornai a casa. Appena mi raccolsi, balenò nella mia mente la stessa immagine luminosa di Mataji, mentre le lacrime mi scendevano sulle guance. Da quel giorno la sua grazia produsse in me un tale cambiamento, e in maniera così naturale, che la sua figura prese il posto della dea che avevo adorato per diciotto anni, fin dalla mia iniziazione in gioventù. A volte questo cambiamento mi faceva dubitare di star seguendo la giusta direzione. In pochi giorni Sri Ma occupò il suo posto legittimo nella mia anima, possedendola interamente.

Sri Anandamayi Ma (il suo nome era Nirmala Sundari Devi) nacque nel villaggio di Kheora, nella regione di Tipperah, nel 1318 dell’era saka (30 aprile 1896) nelle prime ore di venerdì, un’ora e dodici minuti prima dell’alba. Il luogo in cui è nata è stato acquistato di recente. Quando Mataji tornò a Kheora, il 17 maggio 1937, sollecitata dai suoi devoti indicò il luogo esatto in cui il suo corpo aveva toccato la terra per la prima volta. Suo padre, Bepin Behari Bhattacharji, era un discendente della famosa famiglia bramina dei Kashyapa del villaggio Vidyakut del medesimo distretto, e trascorse la sua infanzia a casa dello zio materno. La madre di Sri Ma, Mokshada Sundari Devi, aveva un’indole estremamente gentile e devota. Per la loro semplicità, condotta sociale e devozione a Dio, i genitori di Sri Ma erano pressoché ideali. La casa materna di Mataji a Sultanpur, Tipperah, aveva avuto da generazioni un alto livello sociale. Nella sua famiglia vi erano stati molti colti pandit e molti devoti. Si dice che una pia donna della stessa famiglia sia salita sulla pira funeraria del marito cantando inni di gioia. Quando aveva solo dodici anni e dieci mesi Sri Sri Ma fu sposata a Srijut Ramani Mohan Chakravarti, del villaggio Atpara di Vikrampur, che apparteneva alla famosa famiglia bramina dei Bharadwaj di quel villaggio. Il suo sposo dedicò la sua vita al bene altrui e in seguito fu chiamato Bholanath, Rama Pagla o Pitaji.

I primi anni di vita di Sri Ma trascorsero inosservati nei villaggi di Kheora e Sultanpur. Dopo il matrimonio passò qualche tempo a Sripur e a Narundi, dove lavorava il fratello maggiore di Bholanath; visse anche alcuni mesi nella casa del marito ad Atpara. Prima di giungere a Dacca, visse per circa tre anni a Vidyakut e per circa sei anni (dal 1918 al 1924) a Bajitpur con Bholanath.

Ad Astagram si manifestò per la prima volta in maniera palese l’inclinazione di Mataji per la musica sacra. A Bajitpur questa disposizione era percettibile solo a volte; in quel periodo le note dominan­ti della sua mente erano l’espressione naturale del simbolismo mantrico e delle pratiche yoga. Nel 1924, quando si trasferirono a Shahbag, a Dacca, il suo stato di calma e di silenzio continuava. Un’intensa pace e tranquillità divennero le caratteristiche che permeavano la sua vita! È impossibile con le parole dare un’idea della profondità di quello stato. In quel periodo si manifesta­rono in tutti gli aspetti della sua vita straordinari giochi di stati e di espressioni divine!

Fu allora che i devoti cominciarono a radunarsi intorno a lei. Molti prendevano parte all’adorazione, ai canti devozionali e ai riti sacrificali. È difficile descrivere come, davanti a lei, le loro anime sprofondassero in una calma beatitudine. Tutti allora la chiamavano ‘la Madre del giardino di Shahbag’ ed esprimevano la propria gioia dicendo che in tutta la loro vita non avevano mai goduto di una ricchezza simile alla grazia di Sri Ma.

A Bajitpur le apparve davanti alla mente l’intera storia del tempio di Kali Siddhesvari di Dacca. Durante la sua residenza a Shahbag, il defunto Rai Bahadur Pran Gopal Mukherji era direttore generale delle poste di Dacca. Questi e Sri Baul Chandra Basak trovarono gli aiuti necessari per mantenere il tempio di Siddhesvari.

Quando incontrai Sri Sri Ma la prima volta, Ella mi disse: “Il tuo desiderio per lo spirito non è abbastanza forte”. Chi, come me, era turbato dalle agitazioni dei desideri del mondo, non poteva aspirare ad una vita più elevata, a meno che non avesse imparato a riporre ai Suoi piedi tutte le onde incontrollate delle proprie emozioni ed impulsi. Nel segreto del mio cuore pregavo sempre in silenzio: “Madre, Tu che Ti manifesti in ogni essere come sete, desta in me una vera sete per le cose immutabili ed eterne”.

Nella sua infinita misericordia, Mataji diresse la mia indole instabile verso la sua presenza che tutto pervade, come viene narrato di seguito.

1. Una notte passeggiavo sul balcone di casa mia; il chiaro di luna illuminava gli oggetti intorno a me. Percepii un movimento al mio fianco e mi girai. Con stupore vidi un’imma­gine di Sri Ma che passava rapidamente accanto a me. Indossava una camicia rossa e un sari orlato da una serie di sottili linee rosse. Quando avevo lasciato l’ashram, solo un paio d’ore prima, avevo notato che indossava una camicia bianca e un sari con un unico e ampio orlo rosso. Questo mi fece dubitare dell’esattezza della visione. Quando andai da lei la mattina presto del giorno seguente, la trovai vestita esattamente come l’avevo vista la notte precedente. Mi dissero che quando ero andato via era giunto all’ashram un devoto che le aveva fatto indossare quegli abiti. Allorché Mataji seppe della mia visione, disse nel modo più naturale: “Sono venuta a vedere cosa stavi facendo”.

2. Un giorno Mataji venne a casa mia e si mise a conversare con noi al primo piano. In quel momento arrivò una macchina per condurla da un’altra parte. Non sapevo che tutto questo era stato organizzato prima. Mataji si preparò a partire, ed io provai una grande angoscia nel vederla lasciare casa mia dopo una visita così breve. Con il cuore afflitto scesi per vederla partire. Ella entrò in macchina, ma questa non si muoveva, malgrado i tentativi del conducente. Lei mi guardava con il viso illuminato da un gioioso sorriso. Falliti tutti i tentativi del conducente di far partire la macchina, fecero venire per lei una carrozza presa a nolo. Era penoso pensare che Sri Ma dovesse partire su una carrozza noleggiata quando c’era una macchina a disposizione. Proprio in quel momento la macchina cominciò a muoversi, con mia grande gioia e sorpresa, e Sri Ma partì.

3. La pressione della folla a Shahbag cresceva di giorno in giorno, man mano che la gente veniva a sapere di Mataji. Una volta non riuscii ad incontrarla per quattro giorni. La mattina del quinto giorno avevo deciso di andare da lei, ma la mia mente cambiò. Sedetti disperato nella mia stanza. Con mia sorpresa vidi apparire sul muro di fronte l’immagine completa di Sri Ma, come in un film. Sembrava molto triste. Girandomi trovai Sj. Amulyaratan Chowdhury in piedi, di fianco alla mia sedia. Mi disse: “Mataji ha mandato una carrozza per condurti da lei”. Quando raggiunsi il giardino di Shahbag, Sri Ma disse: “Ho notato la tua agitazione degli ultimi giorni. Pace e tranquillità non possono venire se all’inizio non vi è qualche forma d’inquietudine nella mente. Il fuoco va acceso con qualunque mezzo, con il burro chiarificato, con il sandalo o anche con la paglia. Una volta acceso, il fuoco brucia; tutte le preoccupazioni, depressioni e tristezze gradualmente scompaiono. Esso brucerà fino a incene­rire tutti gli ostacoli. Lo sai, una scintilla è sufficiente a provocare un incendio, che può ridurre in cenere centinaia di case e palazzi.

4. A mezzogiorno in ufficio o a mezzanotte nella mia camera da letto, quando il fortissimo desiderio di vedere Sri Ma mi rendeva totalmente inquieto, molte volte l’ho vista apparire davanti a me e subito mi diceva: “Mi hai chiamata e sono venuta”.

5. Un pomeriggio, tornato dall’ufficio, mi dissero che uno sconosciuto aveva lasciato un grosso pesce a casa mia, dicendo che sarebbe tornato presto; ma nessuno tornò. Il pesce era sul pavimento. Quando a sera nessuno si fece vivo, fu tagliato a pezzi e mandato alla Madre a Shahbag. Quando andai lì la mattina dopo, Pitaji mi disse: “La notte scorsa tua Madre mi ha detto: ‘Guarda, Jyotish è il mio dio’”. Chiedendo venni a sapere che la mattina precedente alcune persone avevano ricevuto il prasad di Sri Ma; poi la sera era arrivata molta gente per prendere parte al kirtan e tutti desideravano avere il suo prasad, ma non c’era nulla. Proprio nel momento in cui Mataji stava preparando le spezie e i condimenti per cucinare, era arrivato il mio servitore Khagen con il pesce e altre cose necessarie. Questo le aveva fatto proferire le parole riferite da Pitaji. “Sono rimasto stupito”, aveva aggiunto Bholanath, “nel sentire che una persona sconosciuta aveva portato un pesce a casa tua e che questo fosse stato mandato, insieme ad altre cose necessarie, per i devoti che desideravano il prasad di Ma”.

Tali episodi erano numerosi. A Shahbag un uomo pregava per avere un po’ di prasad da Sri Ma, ma in quel momento non c’era nulla. Proprio allora qualcosa mi spinse a mandare alcuni frutti e dei dolci. Quando il mio servitore giunse là, sembrò che Mataji lo stesse aspettando.

6. Una notte, verso le tre, ero seduto sul mio letto completamente sveglio. Mi venne in mente che Sri Ma stava dormendo con la testa rivolta nella direzione opposta a quella che le era abituale. Quando andai da lei all’alba, la trovai in quella posizione. Chiedendo venni a sapere che la Madre era uscita verso le tre di notte e che al ritorno aveva cambiato la sua abituale posizione.

Accadeva spesso che dalla mia stanza o dalla mia scrivania in ufficio potessi vedere distintamente ciò che Sri Ma stava facendo. Questo accadeva senza alcun intervento della mia volontà; a volte queste immagini attraversavano la mia mente senza che nemmeno vi pensassi. Bhupen andava ogni giorno a Shahbag e tramite lui potevo accertare la veridicità delle mie visioni: raramente vi era qualche discrepanza. Mataji mi diceva spesso: “La tua vera casa è Shahbag; vai a casa tua solo per fare una passeggiata”.

7. Una volta, a mezzogiorno, ero impegnato alla mia scrivania. Venne Bhupen e mi disse: “Mataji ti chiede d’andare a Shahbag. Le ho detto che oggi il direttore avrebbe portato in ufficio un sovraccarico di lavoro dovuto alla scadenza del suo incarico,  ma la Madre ha risposto: ‘Tu porta il messaggio a Jyotish; lui faccia ciò che ritiene opportuno’”.

Senza un attimo d’esitazione lasciai tutte le carte sparse sulla scrivania, e senza informare nessuno in ufficio partii per Shahbag. Quando arrivai, Sri Ma disse: “Andiamo al Siddhesvari Ashram”. Accompagnai Mataji e Pitaji. C’era una piccola cavità, proprio dove ora c’è una piccola colonna e uno Shiva-Lingam. La Madre sedette dentro la cavità; il suo volto pieno di gioia radiosa era illuminato da un sorriso. Rivolto a Pitaji esclamai: “Da oggi ci rivolgeremo a Sri Ma chiamandola Anandamayi (Permeata di Gioia)”. Mi rispose subito: “Sì, così sia!”. Lei mi guardò, fissandomi senza dire una parola.

Quando ritornammo, verso le 17,30, Ella mi chiese: “Sei stato tutto il tempo pieno di gioia, come mai ora hai l’aria tanto spenta?”. Risposi che il pensiero d’andare a casa mi aveva fatto pensare alla mole di lavoro lasciata in ufficio. Mi disse: “Non devi preoccuparti per questo”. Il giorno dopo, quando tornai in ufficio, il direttore non disse nulla della mia assenza del giorno precedente.

Chiesi a Mataji perché il giorno prima m’avesse chiamato così inaspettatamente. Mi disse: “Per vedere quanto eri andato avanti in questi ultimi mesi”. Con una risata gioviale aggiunse: “Se non fossi venuto, chi avrebbe dato un nome a questo corpo?”.

8. Una volta venne a Dacca sua eccellenza il governatore del Bengala. Il direttore mi chiese di essere in ufficio alle 9,30, perché voleva andare a far visita al governatore. Promisi di andare. La mattina seguente tornai tardi da Shahbag, e quando giunsi in ufficio erano le 9,50. Ero un po’ nervoso al pensiero d’affrontare il mio superiore. Mentre ci pensavo, egli mi telefonò da casa sua per dirmi che la macchina s’era guastata, che gli dispiaceva di avermi disturbato e che sarebbe andato al palazzo del governo alle 11.

Quando Sri Ma udì la storia, disse ridendo: “È una cosa nuova per te? L’altro giorno hai fatto fermare la macchina sulla quale dovevo partire”.

9. Una volta Mataji venne a casa nostra. Durante la conversazione dissi casualmente: “Sembra che per te, Ma, caldo e freddo siano la stessa cosa. Se un pezzo di carbone ardente ti cadesse sul piede, non sentiresti dolore?”. Ella rispose: “Basta provare”. Non spinsi oltre la questione.

Qualche giorno dopo, riprendendo il filo della conversazione precedente, Sri Ma mise un pezzo di carbone ardente sul suo piede. Si formò una piaga profonda che per un mese non si cicatrizzò. Fui veramente sconvolto dalla mia stupida istigazione. Un giorno la trovai seduta nella veranda con le gambe allungate e lo sguardo fisso al cielo. Sulla piaga  si era raccolto un po’ di pus. Mi prostrai ai suoi piedi e leccai il pus con la lingua e le labbra. Dal giorno appresso la ferita cominciò a rimarginarsi.

Chiesi a Mataji come s’era sentita quando il carbone acceso aveva bruciato la sua carne. Mi rispose: “Non sentivo alcun dolore. Sembrava un gioco; ho osservato con grande gioia ciò che il povero carbone faceva sul mio piede e ho notato che all’inizio bruciava qualche pelo e poi la pelle. C’era odore di bruciato, e infine il carbone è scivolato dopo aver fatto il suo lavoro. Più tardi si è formata una piaga, che ha fatto il suo corso, ma non appena hai avuto il forte desiderio che la ferita si rimarginasse c’è stato un rapido miglioramento”.

10. Era il mese di magh, il cuore dell’inverno, e il freddo era pungente. La mattina presto passeggiavo a piedi nudi con Sri Ma sui prati erbosi di Ramna, bagnati di rugiada. Vidi a una certa distanza un gruppo di donne che si dirigeva verso di noi. Pensai che appena fossero arrivate avrebbero portato Ma all’ashram di Ramna. Mentre questi pensieri m’attraversavano la mente, il prato si coprì di una fitta nebbia e le donne non si videro più. Dopo circa tre ore, quando tornammo all’ashram, ci dissero che le signore s’erano stancate di cercarci ed erano state costrette a rientrare deluse. I campi erano molto vasti. Quando Sri Ma fu informata dei miei pensieri, disse: “Il tuo desiderio è stato esaudito”.

11. Una volta Mataji aveva un forte raffreddore. Trovandola tanto malata, la pregai con voce supplicante: “Ma, torna subito in salute!”. Mi guardò e disse sorridendo: “Da domani starò bene”, e così fu.

12. Una mattina trovai Mataji con la febbre. Tornai a casa e la notte pregai ardentemente che la sua febbre passasse nel mio corpo. All’alba avevo febbre e mal di testa. Quando quella mattina andai da Ma come al solito, mi disse subito: “Io sono guarita, ma tu hai la febbre. Torna a casa tua, fai un bagno e mangia il solito cibo”. Feci così e nel pomeriggio ero guarito.

Sri Ma dice sempre: “Con la forza del pensiero puro e concentrato tutto diventa possibile”.

13. Mi capitò tra le mani un libro intitolato Sadhu Jivani (Vite di Santi) e vi lessi questa frase: “Egli (un sadhu) consigliava sempre ai suoi devoti di dare da mangiare ai poveri”. Scrissi la seguente nota a margine: “Dare solo cibo non soddisfa l’animo umano”. Il libro fu portato a Sri Ma a Shahbag e un devoto lesse la mia nota. Sri Ma non disse nulla. Qualche giorno dopo andai a Shahbag la mattina presto. Proprio allora venne un uomo, come pazzo, e disse: “Datemi del cibo o morirò di fame”. Mataji andò a cercare qualcosa in cucina e gli diede ciò che poté trovare in quel momento. Voleva dell’acqua da bere e Mataji mi disse di dargliene un po’. Venni a sapere che l’uomo era un musulmano che aveva digiunato per tre giorni ed era entrato nell’ashram saltando il recinto. Mataji mi disse che era giunto per insegnarmi l’importanza di dare cibo e acqua a chi ne aveva bisogno. Ogni cosa ha il tempo e il luogo stabilito; nella divina economia del mondo nulla va perduto.

14. Un giorno dissi a Sri Ma: “In questi giorni i mantra sorgono in me con un flusso continuo. Durante il giorno e nel cuore della notte il fluire del suono sgorga naturalmente dal mio cuore come gli zampilli di una fontana”. Mentre dicevo questo, nei recessi più profondi del mio cuore si celava una sottile sfumatura di soddisfazione personale. Sri Ma mi fissò in silenzio. Quando giunsi a casa il suono cessò e, malgrado tutti i miei sforzi, non riuscii a richiamarlo. Trascorse il giorno e la notte, ma il fluire gioioso della melodia del mantra non tornava. Il giorno dopo pregai Bhupen d’informare la Madre della mia triste condizione. Bhupen la incontrò per strada, mentre si recava a casa di un devoto in carrozza. Ella cominciò a ridere. Erano le dieci. Proprio in quel momento notai che il corso ostruito tornava a fluire con la facilità di prima. Venni poi a sapere da Bhupen che aveva incontrato Ma a quell’ora. A questo proposito diceva che anche la più piccola traccia di senso dell’io ritarda il progresso spirituale.

15. Racconterò un altro esempio della premura con la quale la benevola influenza di Sri Ma favorisce lo sviluppo della nostra vita interiore. È un peccato che non se ne riconosca il valore e non la si utilizzi per il nostro progresso spirituale. Passato l’entusiasmo iniziale ricadiamo sempre nella condizione prece­dente.

Una volta Sri Ma disse sorridendo: “Mentre cantate i nomi divini o i mantra, la vostra mente viene gradualmente purificata, si destano l’amore e la reverenza per l’Essere Supremo e i vostri pensieri diventano sempre più sottili. Cominciate allora ad avere barlumi dei piani più alti dell’esistenza che lavorano per la vostra elevazione”.

Il giorno che udii queste parole, sedetti in un angolo solitario di casa mia per le preghiere serali: sperimentai con stupore una nuova gioia al fluire dei nomi divini, che continuarono senza alcuna interruzione. Venne il sonno, ma appena mi risvegliai quelle gioiose vibrazioni fecero fremere di nuovo il mio essere. Durante il giorno lo stesso gioioso incanto continuò in tono sommesso mentre svolgevo il mio lavoro in ufficio. Verso il crepuscolo, quando disposi la mia mente alle preghiere, la beatitudine della sera precedente colmò di nuovo il mio cuore al punto che non avevo alcun desiderio di dormire. Nel cuore della notte il flusso era così intenso che pensai mi sarei sentito sollevato se vi fosse stata una pausa, che arrivò al momento giusto.

Non avevo mai praticato sedendo nella posizione gomukhi. Nelle prime ore del mattino, prima dell’alba, mi ritrovai in quella posizione. Durante quelle ore il mio corpo e la mia mente furono immersi in un mare d’inesprimibile gioia. Le lacrime sgorgavano dai miei occhi senza interruzione. Nell’incanto della meditazione trascorsi tutto il tempo immobile, rimanendo completamente assorto.

16. Una mattina, in quei primi giorni d’abbandono, sedevo in silenzio. Il mio cuore era pieno di profonda emozione per la grazia divina di Sri Ma, e prese forma questo canto in bengali:

 

Il Tuo culto e i Tuoi inni di lode

siano l’eterno conforto della mia vita.

Possa la mia vita essere piena di canti d’adorazione rivolti a Te,

di pensieri della Tua grazia divina.

Ti vedrò, Madre, nel cielo immenso,

con gli occhi ardenti.

Non chiederò alcun dono, non dirò una parola,

mi stenderò solo ai Tuoi piedi con lacrime di beatitudine.

Mi muoverò nella Tua infinita distesa di spazio

spargendo canti come fiori

che inneggino alla Tua gloria.

Mi immergerò nella Tua beatitudine,

cantando i Tuoi santi nomi e lanciandone l’eco

da un capo all’altro dell’universo.

Tutte le mie azioni, tutti i miei pensieri

religiosi sono la Tua adorazione.

Madre, dammi devozione e fede salda,

perché possa fare dei Tuoi piedi

l’ancora della mia vita.

 

Diedi a questo canto il titolo ‘Paglar Gan’ (Canto di un Folle) e ne mandai una copia a Sri Ma. Mi dissero che, quando lo ricevette, stava tagliando e pulendo una zucca; mentre le recitavano il canto, la zucca le cadde  dalle mani e sedette immobile per qualche momento.

Quando la incontrai mi disse: “Il mondo è una manifestazione del Bhava (Amore Divino). Tutte le cose create sono le sue espressioni materiali. Se potrai innalzarti anche solo una volta a quel­l’Amore Divino, ovunque nell’universo vedrai soltanto il gioco dell’Uno. Separandosi dall’Amore Divino, gli uomini si smarriscono e non riescono a capire la vera importanza della vita”.

Qualche giorno dopo eravamo seduti al Siddhesvari Ashram, quando Sri Ma disse: “Canta la tua canzone intitolata ‘Paglar Gan’’”. Avevo abbandonato da tempo la pratica del canto; erano inoltre presenti molte persone ed esitai. Mataji rise, dicendo: “Hai composto il canto di un folle, ma non sei ancora abbastanza folle da ignorare le critiche del mondo”. Queste parole penetrarono profondamente nella mia anima e, con il cuore tremante e la voce soffocata, cantai.

Composi molti canti simili e li offrii ai suoi piedi; per alcuni espresse la sua gioia e per altri diede la sua approvazione silenziosa. I canti sgorgavano dal mio cuore durante le preghiere serali o nelle lunghe meditazioni notturne, quando Sri Ma era lontana da Dacca. Potevo vedere la figura di Mataji che mi stava di fronte, immobile, e che ascoltava i miei rapimenti. Quando tornava a Dacca, dopo aver visitato diversi luoghi, mi chiedeva di ripetere canti particolari che avevo cantato in diverse occasioni nella mia stanza. Era veramente straordinario che nominasse anche quei canti che non le erano mai stati presentati prima in alcuna forma.

L’intenso desiderio di stare al suo fianco a volte mi trasportava lontano, verso l’infinito. I pochi canti che composi in quel periodo furono pubblicati in un volume intitolato ‘Ai Tuoi sacri piedi’.

Oltre a questi, non c’era fine ai canti, alle poesie e agli appunti che scrivevo su Sri Ma, e che dopo distruggevo. Quando lo seppe, disse: “Non solo in questa vita, ma anche in molte delle tue nascite precedenti, non si sa quanti inni hai composto e distrutto per me. Sappi con certezza che, grazie a tutti questi pezzi di carta, questa è la tua ultima vita sulla terra”.

Ispirato dall’amore di Mataji, che tutto comprende, si destò in me l’aspirazione per la vita divina, ma i miei sensi cercavano i piaceri grossolani e non il più elevato, più sottile e rinvigorente cibo spirituale. In un trattato Vaishnava si legge: “L’uomo che brama gli oggetti materiali dei sensi per l’appagamento della lingua, dello stomaco e del sesso, non può trovare il Signore Krishna”.

Era anche il mio caso. La grazia illimitata e l’affetto di Sri Ma non potevano tenermi stretto ai suoi piedi per tutto il tempo della mia vita e in tutti i miei pensieri. È davvero difficile che un uomo irretito nella trappola dell’illusione (avidya) trovi un immuta­bile rifugio di pace nel Divino.

Un giorno dissi a Mataji: “Anche una pietra si trasformerebbe in oro ad un tocco santo come il tuo, ma la mia vita si è dimostrata un triste fallimento”. Mi rispose: “Ciò che richiede molto tempo per manifestarsi matura in una bellezza durevole dopo un uguale periodo di sviluppo. Perché ti preoccupi? Tieniti stretto come un bambino fiducioso alla mano che ti guida”. Ascoltai riconoscente le sue purificanti parole d’incoraggia­mento, ma sentivo una cocente aridità che deformava ogni fibra del mio essere. Cito di seguito un esempio per mostrare come la sua visione penetrante tenesse d’occhio le mie lotte interiori.

Quando sotto l’impulso della profonda devozione cominciai a cercare ogni giorno la sua presenza, non mancarono uomini che fecero indegne insinuazioni sulla mia condotta. Le loro riflessioni mi resero dubbioso e cominciai a pensare che era solo una comune debolezza umana avvicinare questa o quella persona per il proprio sviluppo spirituale.

Smisi di andare da Sri Ma, perché la mia mente era agitata dal pensiero delle critiche. Decisi di leggere lo Yoga Vasishtha e migliorare la mia vita interiore con la cultura intellettuale. Per sette o otto giorni mi dedicai allo studio approfondito del libro.

Un pomeriggio, mentre riposavo a casa, il mio servitore m’informò che un vecchio bramino desiderava vedermi per cinque minuti. Lo incontrai. Mi disse che era andato a casa del mio amico Niranjan Roy e del dr. Sasanka Mohan Mukherji, ma non aveva potuto incontrarli. Ecco perché era venuto a disturbar­mi. Aggiunse: “Ho sentito dire che sei un grande devoto di Sri Anandamayi Ma. Vuoi dirmi per favore chi è, e quali sono le sue qualità particolari?”. A queste parole rimasi seduto in silenzio, con le lacrime che mi scorrevano dagli occhi. Disse ancora: “Ho avuto la risposta alle mie domande; ma ti prego, dimmi, perché  i tuoi occhi sono pieni di lacrime?”.

“Da giorni sono occupato in altre cose”, risposi, “ho abbandonato ogni pensiero su Sri Ma e tu hai deciso di venire da me per chiedermi di lei. Devo abbassare la testa con vergogna e dispiacere. Come sono meravigliose le vie di Sri Ma!  Attraverso la sua influenza sei stato mandato da me giusto in tempo per ricondurmi al mio vero sé. Sono davvero in debito con te!”.

Mi chiese di condurlo da Sri Ma e, dopo averla incontrata, disse: “Anch’io ho perso mia madre molto tempo fa, ma non appena ho visto Mataji la tristezza per la morte di mia madre è svanita completamente”.

Raccontai a Ma tutto ciò che mi era passato per la mente e piansi ai suoi piedi. Lei cominciò a ridere e disse: “In questi tempi se non si è costretti a percorrere un certo sentiero non si può procedere”.

 

 

 

 

 

 

Il Potere del Mantra

 

 

Per quanto ne sappiamo, Anandamayi Ma non ha ricevuto l’iniziazione da un guru secondo la consuetudine preva­lente. Il campo della sua conoscenza non è stato illuminato dallo studio di qualche testo sacro o di qualche discorso religioso. Molte persone sostengono che sia discesa in questo mondo per diffondere la Luce e l’Energia Divina, per la rigenerazione dell’umanità di quest’epoca.

Quand’era ancora una bambina cominciarono a manifestarsi nel suo corpo diversi fenomeni straordinari; ma non furono notati dalla gente che la circondava. Già nei giochi della sua prima infanzia sembrava così distaccata e indifferente che molti giunsero a considerarla una ritardata mentale; anche i suoi genitori avevano dubbi sul suo futuro. Succedeva a volte che non riconoscesse il luogo in cui si trovava o che non ricordasse ciò che aveva fatto o detto pochi minuti prima.

Si dice che nell’infanzia, quando passeggiava, fosse solita parlare agli alberi, alle piante e ad esseri invisibili dell’aria. Comunicava con loro anche con segni e gesti. Qualche volta, all’improvviso, cadeva in uno stato d’astrazione, interrompendo ogni discorso.

Tra i 17 e i 25 anni si manifestarono in lei dei fenomeni sovrannaturali. A volte, dopo aver cantato i nomi di dei e dee, rimaneva immobile, in silenzio. Durante i kirtan il suo corpo diventava rigido e insensibile. Dopo avere ascoltato un discorso sacro o aver visitato un tempio, il suo comportamento non sembrava normale.

A ventidue anni andò con Bholanath a Bajitpur (una cittadina del Bengala Orientale) e vi rimase cinque o sei anni. Verso la fine di quel periodo molti mantra uscivano spontaneamente dalle sue labbra e nel suo corpo si vedevano chiaramente molte immagini di dei e dee. I suoi arti assumevano spontanea­mente varie posizioni yoga. Mentre queste manifestazioni divine trovavano espressione nel suo corpo, per circa un anno e tre mesi a Bajitpur le venne meno la parola, e quando arrivò a Dacca continuò a rimanere in silenzio per un altro anno e nove mesi – per un totale di tre anni. In quel periodo si mostravano il lei lo splendore della beatitudine celeste e la serenità dell’in­finita distesa del cielo. Fu allora evidente che le correnti del mondo esteriore e di quello interiore avevano cessato completamente di influenzarla. Sembrava dimorare nell’assoluta calma del Sé.

Nel corso di tutti questi straordinari avvenimenti della sua vita, Pitaji mostrava spesso grande ansia per le conseguenze che potevano avere; ma, a dispetto di ogni critica e speculazione, non s’oppose mai ad alcuna sua azione. Temendo che il suo corpo potesse essere posseduto da qualche spirito maligno, si cercò l’aiuto di alcuni sadhu ed esorcisti; ma non fu di alcuna utilità. Al contrario, quando questi uomini tentarono di curarla furono costretti a ritirarsi con timore e meraviglia. Solo pregando per la sua misericor­dia poterono riacquistare il loro equilibrio.

Per un periodo di cinque mesi e mezzo nel suo corpo si manifestarono le forme di molti dei e dee. Ella aveva visioni di queste divinità e, dopo averle adorate, esse svanivano completamente. Quando terminava l’adorazione di una divinità ne appariva un’altra. Durante la cerimonia sentiva spesso di essere lei stessa l’adoratore, l’adorato e l’atto dell’adorazione; sentiva di essere i mantra, le oblazioni e ciascun elemento del rito.

In quegli atti d’adorazione non vi erano oggetti materiali né vi era alcun desiderio da parte sua di compiere le cerimonie. Appena sedeva in un posto solitario, tutte le attività fisiche e mentali coinvolte nell’adorazione rituale si manifestavano attra­verso un misterioso processo di attività spontanee. Fu accertato in seguito, da persone esperte nei riti e rituali degli shastra, che tutti i vari processi d’adorazione compiuti dalla Madre erano perfettamente in linea con le ingiunzioni delle scritture. Ogni volta che qualcuno chiedeva come le fosse possibile svolgere perfettamente quei riti, la sua risposta era: “Non chiedetemi nulla ora. Lo saprete al momento opportuno”.

Il 10 aprile 1924 Mataji arrivò a Dacca e una settimana dopo andò a vivere a Shahbag (nome del giardino del nababbo di Dacca). Molti devoti cominciarono a radunarsi là per avere il suo darshan. Nel 1925 alcuni devoti la pregarono di celebrare il Kali puja, poiché avevano saputo che il suo modo di celebrare era meravi­glioso. Lei rispose: “Conosco poco i riti e i rituali degli shastra; sarà meglio che cerchiate l’aiuto di un bravo prete”. Dopo però, su richiesta di Bholanath, acconsentì a celebrare il puja.

Quando i devoti adoravano la Madre, la loro gioia era grande. Se però lei stessa decideva di adorare una divinità perché essi ne traessero ispirazione, la santità del rito aumentava mille volte. Era una cosa troppo profonda per essere descritta a parole. La bellezza e la solennità della cerimonia erano così elevate che tutti i devoti provavano una gioia inesprimibile.

Portarono un’immagine di Kali. Sri Ma sedette per terra in posizione di meditazione e in assoluto silenzio. Traboccante di devozione, iniziò il puja, cantando mantra e ponendo fiori intinti nella pasta di sandalo sul suo capo anziché sull’immagine. Tutte le sue azioni sembravano i movimenti di una bambola, sembrava che una mano invisibile stesse usando il suo corpo come uno strumento in cui s’esprimeva il Divino. Ogni tanto alcuni fiori venivano messi sulla statua di Kali. Il puja fu fatto in questo modo.

Si doveva sacrificare una capra, che fu lavata con l’acqua. Quando la portarono alla Madre, se la mise in grembo e pianse mentre l’accarezzava delicatamente con le mani. Recitò alcuni mantra, toccando ogni parte del corpo dell’animale, e sussurrò qualcosa nelle sue orecchie. Adorò poi la scimitarra con la quale si doveva sacrificare la capra. Si prostrò a terra, si mise la lama sul collo e dalle sue labbra uscirono tre suoni, come i belati di una capra. Quando poco dopo l’animale fu sacrificato, non si mosse, non emise un gemito e sul corpo e la testa recisa non vi erano tracce di sangue. Solo con grande difficoltà si riuscì a tirar fuori dal corpo dell’animale un’unica goccia di sangue. Per tutto il tempo il volto di Sri Ma splendette di un’intensa e straordinaria bellezza e, durante la cerimonia, un’atmosfera di grande santità e di profondo assorbimento pervase tutti i presenti.

Nel 1926 i devoti pregarono Ma di celebrare nuovamente il puja. Lei non disse nulla. Più tardi, mentre la portavano a casa di un devoto, alzò la mano sinistra, sorrise e rimase in silenzio. Quando Pitaji le chiese il significato di quel gesto, non rispose. Lo stesso gesto della mano sinistra alzata fu ripetuto di nuovo mentre sedeva in quella casa per mangiare. Alcuni giorni dopo Sri Ma spiegò che, mentre andavano a casa di quel devoto, aveva visto – circa cento metri più avanti – la dea vivente Kali sospesa nell’aria a circa otto metri da terra che allungava le mani verso di lei come se volesse abbracciarla. Quel giorno, mentre mangiava, la stessa immagine s’era presentata davanti a lei come una fanciulla. Per questo aveva alzato la mano sinistra.

Il giorno precedente il Kali puja, i devoti rinnovarono la loro preghiera a Sri Ma. Ella disse a Pitaji: “Desiderano tanto celebrare il puja; potresti officiare tu al posto del prete”. Egli disse loro: “Vostra Madre mi ha chiesto di celebrare il puja e lo farò. Vi prego, fate le dovute preparazioni”. I devoti chiesero quali dovevano essere le dimensioni della statua e Pitaji suggerì che doveva essere alta come quella che s’era mostrata a Sri Ma nelle due occasioni in cui aveva alzato la mano.

In quel momento Mataji giaceva a terra in uno stato di totale immobilità. Erano le undici di sera. Presero delle misure approssimative. Seguì una lunga discussione su come trovare una statua della misura indicata in un solo giorno. Partendo da Shahbag, Sri Surendra Lal Banerji andò in città con molti dubbi; ma in un negozio trovò una statua della misura giusta. C’erano dodici statue in tutto e undici erano state ordinate da vari clienti. Quella in più era stata modellata dall’artista di propria iniziativa.

L’immagine fu portata in tempo. Sri Sri Ma sedette per celebrare il puja. Intorno alla sua persona c’era una divina atmosfera. Dopo un po’, si alzò all’improvviso e disse a Pitaji: “Vado al mio posto; ti prego, celebra tu il puja. Dicendo questo si mise di fianco alla statua e con un’incantevole risata sedette sul pavimento. L’atmosfera della stanza era sovrac­carica di un meraviglioso rapimento divino troppo profondo per essere espresso. Sri Ma disse: “Chiudete tutti gli occhi e cantate il nome di Dio”.

La casa era strapiena; un uomo che stava fuori guardava nella stanza senza essere visto. Sri Ma lo chiamò con il suo nome e gli ingiunse di chiudere gli occhi. Tutti i presenti avevano gli occhi chiusi, nessuno sapeva cosa stesse succedendo in quel momento. Quando tutti riaprirono gli occhi, videro che un avvocato, chiamato Brindaban Chandra Basak, giaceva sul pavimento privo di sensi. Più tardi ci disse: “Quando ho guardato nella stanza ho visto un intenso splendore di luce che emanava dal volto della Madre. Era così potente che sono caduto privo di sensi. Non so cosa sia successo dopo”.

La notte passava e il puja s’avviava alla conclusione. Non era stato preparato nulla per il sacrificio. Quando arrivò il momento dell’ultima offerta (ahuti), Sri Ma disse: “Non dev’esserci offerta; che il fuoco sacrificale sia conservato”. Quel fuoco è tenuto acceso ancora oggi. Il giorno dopo doveva esserci l’immersione della statua. La moglie di Niranjan aveva portato tutto il neces­sario per la cerimonia e, guardando la statua, disse alla Madre con emozione: “Ma, mi dispiace veramente immergere la statua”. Mataji rispose: “Queste parole proferite dalle tue labbra indicano che probabilmente la dea non desidera essere immersa. Benissimo, saranno fatti preparativi per la sua conser­vazione e adorazione”.

Pur attraverso grandi cambiamenti di circostanze, quella statua d’argilla è stata mantenuta nella stessa posizione per dodici anni.

Si possono citare due episodi connessi a questa immagine. Nel settembre del 1927 Mataji stava lasciando Chunar per andare a Jaipur. Ero a Chunar e mi recai alla stazione per vederla partire. Sri Ma m’indicò un luogo preciso vicino alla collinetta su cui era stato costruito il forte e mi disse di passare di là al ritorno. Vi avrei trovato una ghirlanda di fiori di ibisco, che avrei dovuto prendere e conservare con cura. Feci come mi aveva detto. Quando tornò a Chunar, vide la ghirlanda. In seguito, quando  tornò a Ramna, si scoprì che nel giorno esatto in cui avevo trovato la ghirlanda a Chunar, nessuna ghirlanda era stata messa al collo della dea Kali a Ramna, sebbene fosse una pratica consueta del prete mettere ogni giorno una ghirlanda alla statua.

Una volta Sri Ma si trovava in riva al mare a Cox’s Bazar. Stava passeggiando lungo la spiaggia, quando all’improvviso disse con un sorriso: “Guardate il mio polso. È rotto, vero? Esaminatelo attentamente. Dovrebbe esserci una frattura”. Quella stessa notte un ladro era entrato nel tempio di Kali a Ramna e aveva rubato gli ornamenti della dea, rompendo il polso della statua.

La statua è ancora custodita in un locale sotterraneo dell’ashram di Ramna. Ogni anno, durante le celebrazioni del compleanno di Sri Ma, la porta viene tenuta aperta perché tutti possano avere il darshan. Mataji lo aveva disposto ancor prima che i templi indù fossero aperti a tutti, senza distinzioni di casta e di credo.

Una volta si stava celebrando il Vasanti puja al Siddhesvari Ashram. Sri Ma era presente durante la cerimonia che dà vita alla statua. Quando Ella la fissò, gli occhi della statua cominciarono a brillare come quelli di un essere vivente. Sri Ma disse: “Le personalità e le forme di dei e dee sono reali come lo sono il vostro corpo e il mio. Essi possono essere percepiti con la visione interiore dischiusa dalla purezza, dall’amore e dalla devozione”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Potere del Pensiero

 

 

I modi e gli stati d’animo di Mataji sono il risultato della beatitudine suprema (ananda); analizzando le cose più da vicino si scoprirà che ogni fibra del suo essere vibra di beatitudine divina. Per giocare l’ananda lila con i suoi figli, Ella ha assunto una forma fisica, animata dalla  gioia del Divino. È naturale che per il bene di tutti gli esseri umani, le idee migliori sulla vita e la cultura spirituale trovino espressione, si sviluppino e, per così dire, prendano forma tramite lei e alla fine svaniscano nel non conoscibile.

Se la studiassimo attentamente scopriremmo che rivela se stessa in due modi: con l’armonia del suo atteggiamento esteriore verso tutti gli esseri e con le grazie della sua vita interiore. Il modo perfettamente calmo, dolce e naturale che mostra con ogni persona, dall’uomo più pio al più grande peccatore, dai bambini e dai giovani irrequieti fino ai vecchi piegati dall’età e dalle infermità, rivela una grazia meravigliosa, una sublime bellezza e dignità che conquista subito i cuori di tutti. L’altro aspetto della sua vita ha a che fare con le forze e i poteri del mondo invisibile – gli agenti celesti, gli esseri eterei, che portano all’umanità felicità e dolore, benedizioni e maledizioni. Il rapporto tra questi due aspetti della sua vita è meravigliosamente coerente e intimo.

Durante gli anni giovanili, e anche dopo essere venuta a Dacca, Sri Ma trascorse molto tempo restando completa­mente immobile. Venimmo a sapere che rimaneva assorta di continuo, per ore, in un’estasi divina che le parole non possono descrivere. A volte trascorreva molti giorni di fila in questo stato di profondo assorbimento e, durante il kirtan, il suo corpo assumeva varie posizioni che indicavano uno stato di suprema beatitudine.

Il 14 gennaio del 1926 vi fu un kirtan nel giardino di Shahbag, in occasione dell’Uttarayan Sankranti. Fu la prima celebrazione pubblica con kirtan fatta alla presenza della Madre. In quella occasione Sri Shashibhushan Das Gupta venne da Chittagong e non appena vide Sri Ma il suo cuore si riempì di profonda devozione. In quel momento c’erano molte persone e molta confusione. Egli fissava il volto di Sri Ma, mentre le lacrime gli scendevano sulle guance. Mi disse: “Vedo di fronte a me ciò che non ho mai visto in tutta la mia vita. Lei sembra la manifestazione tangibile della Madre dell’Universo”. 

Il kirtan iniziò alle dieci, mentre Sri Ma metteva la polvere color vermiglio sulla fronte delle donne presenti. All’improvviso la scatola del vermiglio le cadde dalle mani, il suo corpo s’accasciò al suolo e cominciò a rotolare su se stesso. Si alzò poi lentamente, appog­giandosi sugli alluci. Entrambe le mani erano tese in alto, la testa era leggermente inclinata di lato e un po’ all’indietro, e i suoi occhi radiosi guardavano fissi verso il cielo lontano.

Poco più tardi iniziò a muoversi in quella posizione. Il suo corpo sembrava occupato da una presenza celeste. Non prestava alcuna attenzione ai vestiti che le pendevano addosso disordinatamente; nessuno aveva il potere o l’intenzione di fermarla. Tutto il suo corpo danzava con ritmi misurati, in maniera molto delicata, e raggiunse il luogo in cui era in corso il kirtan. Allora, in silenzio, il suo corpo si fuse, per così dire, con il terreno. Guidato da un potere misterioso, esso dondolava come le foglie secche di un albero mosse dolcemente da una brezza gentile.

Dopo un po’, mentre giaceva ancora sul pavimento, una tenera e dolce melodia uscì dalle sue labbra:

‘Hare murare madhukeitabhare’.

Le lacrime scendevano sulle sue guance con un flusso ininter­rotto. Dopo alcune ore ritornò nel suo stato normale.

Il suo volto splendente, il suo dolce e ineffabile sguardo, la sua voce tenera e soave, vibrante d’emozione divina, ricordavano alle persone là riunite le immagini di Sri Caitanya Deva descritte nelle sue biografie. In quell’occasione, tutti i cambiamenti fisici osservati tantissimo tempo fa nel Signore Gouranga si manifesta­vano di nuovo nella sua persona.

Al crepuscolo, quando Sri Ma entrò nella sala del kirtan, si ripresentarono tutti i sintomi dell’estasi di mezzogiorno. Poco dopo Ella pronunciò dolci parole così chiare, tenere e dolcemente vibranti d’emozione divina che tutti i presenti ammutolirono, travolti dalla beatitudine celeste.

Alla fine del kirtan ci fu la distribuzione dei dolci e la stessa Sri Ma distribuì il prasad con tale grazia e bellezza, con un’espressione così divinamente materna, che la gente sentiva che Madre Lakshmi doveva essersi incarnata nel suo corpo. Quel giorno Shashibhushan e altri lì presenti realizzarono che il corpo di Sri Ma era solo un veicolo dell’infinita grazia di Dio.

In quel periodo Niranjan fu trasferito a Dacca come assistente commissario dell’ufficio delle tasse. Una sera andai a Shahbag con lui mentre era in corso il kirtan della luna nuova. Man mano che continuava il kirtan, in Sri Ma furono visibili molti cambiamen­ti. Dapprima sedeva perfettamente dritta; poi la sua testa si piegò gradualmente all’indietro fino a toccare le spalle; mani e piedi si contorsero finché tutto il corpo non cadde steso sul pavimento.

In armonia con il respiro, il suo corpo era mosso da movimenti ritmici simili ad onde, e con gli arti allungati ondeggiava sul terreno seguendo la musica. I suoi movimenti erano dolci e delicati come le foglie cadute di un albero che rotolano lievemen­te sospinte dal vento. Nessun essere umano avrebbe potuto imitarli, nonostante ogni sforzo. Ognuno dei presenti sentiva che Sri Ma stava danzando sotto l’impulso di forze celesti, che scuotevano tutto il suo essere. Molti tentarono di fermarla senza riuscirvi. Alla fine i suoi movimenti cessarono e lei rimase immobile come un pezzo d’argilla. Sembrava immersa nella beatitudine infinita. Il suo volto splendeva di luce celeste, tutto il suo corpo traboccava di divina ananda.

Niranjan rimase muto mentre osservava quello spettacolo per la prima volta in vita sua. Recitò un inno di lode alla Madre dell’universo. “Oggi”, esclamò, “ho visto una vera dea!”. 

In un’altra occasione, c’era una grande folla durante un kirtan a Shahbag. Sri Ma cadde in uno stato simile a quello appena descritto. Solo che quella volta scivolò sul pavimento stando seduta; il suo respiro era quasi sospeso. Allungò mani e piedi e giacque sul pavimento con il viso rivolto in basso; poi rotolò leggermente con un movimento ondeggiante. Dopo un po’, come presa da un grande bisogno di ascendere, s’alzò lentamen­te da terra senza alcun sostegno e rimase dritta sugli alluci, sfiorando a malapena il terreno. Il suo respiro sembrava essersi fermato completamente, le mani erano alzate verso il cielo. Il corpo aveva solo un lieve contatto con la terra, il capo era volto all’indietro e toccava le spalle; gli occhi spalancati e raggianti erano rivolti al cielo. Si muoveva come una bambola di legno mossa da un filo nascosto manovrato dal buratti­naio dietro il paravento. I suoi occhi erano raggianti di splendore divino, il suo volto era illuminato da un dolce sorriso celestiale e le sue labbra erano piene di gioia. Dopo un po’, sostenendo tutto il peso del corpo sugli alluci e andando a tempo con il kirtan, si mosse come un essere dell’aria, come se il peso del suo corpo fosse tirato dall’alto da un potere invisibile.

Rimase in quella posizione per molto tempo; alla fine i suoi occhi si chiusero lentamente e giacque a terra come un ammasso di carne, con il capo reclinato all’indietro. La mattina dopo, verso le dieci, tornò al suo stato normale.

Un giorno ci fu un kirtan a casa di Niranjan. Tutti erano impazienti di vedere Sri Ma in uno stato sovrannaturale, special­mente la vecchia madre. L’anziana signora pregò in silenzio di essere benedetta da quella vista. Sri Ma stava sul pavimento della stanza accanto; all’improvviso si precipitò nella stanza in cui si svolgeva il kirtan e con la sua voce divinamente calma si unì al canto e cominciò a danzare con i presenti. Dopo un po’ s’accasciò al suolo. Riacquistato il suo stato consueto, rimase a lungo in silenzio.

Oltre alle manifestazioni citate, i suoi stati sublimi s’esprime­vano in così tanti modi che è impossibile descriverli a parole. Quando il suo corpo rotolava sul pavimento, a volte s’allungava in maniera insolita; altre volte si faceva piccolissimo, qualche volta s’arrotolava su se stesso come una palla. Altre volte ancora sembrava senza ossa, e mentre danzava rimbalzava come una palla di gomma.

La velocità dei suoi movimenti aveva la rapidità del fulmine, e anche l’occhio più acuto non poteva seguirli. In quel periodo eravamo convinti che il suo corpo fosse posseduto da forze divine che lo facevano danzare e che gli facevano assumere una grande varietà di pose. Sembrava così pieno di gioia estatica che si ingrossavano anche le radici dei peli del suo corpo, e i peli apparivano ritti. Il suo colorito diventava roseo. Sembrava che tutte le espressioni proprie dello stato divino si accalcassero nella minuscola forma del suo corpo, e manifestassero in innumerevoli modi pieni di grazia e di ritmo le sublimi bellezze dell’Infinito.

Ella, però, sembrava essere molto al di sopra, completamente distaccata da tutte quelle manifestazioni e non toccata dagli eventi che producevano. Quelle manifestazioni sembravano apparire naturalmen­te nel suo corpo, provenienti da una sfera d’esistenza molto elevata.

Un giorno chiesi a Mataji: “Quando il tuo corpo è fisicamente addormentato nel samadhi, qualche Presenza Divina appare alla tua vista interiore?”.  La sua risposta fu: “Non c’è un fine stabilito, dunque non ce n’è bisogno. Questo corpo non agisce con uno scopo. Il vostro grande desiderio di vedere questo corpo in stati di samadhi, fa sì che a volte se ne manifestino i sintomi. Ogni volta che un pensiero raggiunge la sua massima intensità, dev’esserci necessariamente la sua espressio­ne fisica. Se un individuo si perde nella contemplazione del Nome Divino, può fondersi nell’oceano della Bellezza Celeste. Dio e i nomi che Lo simboleggiano sono una sola cosa. Non appena scompare la coscienza del mondo esterno, il potere del Nome si manifesta e trova immancabilmente una espressione oggettiva”. 

Durante il kirtan nel suo corpo si manifestava uno stato divino sovrannaturale. Abbiamo udito dalle sue labbra che vi fu un tempo in cui vedeva il fuoco, l’acqua, il cielo o altre cose straordinarie, e allora il suo corpo tendeva a trasformarsi in ognuna di esse. In presenza di un colpo di vento sentiva l’impulso di far volare il suo corpo come un brandello di stoffa. Quando sentiva il suono prolungato e profondo di una conchiglia, tutto il suo corpo tendeva per così dire a gelarsi, e diventava immobile come una lastra di marmo. Ogni volta che l’onda di un pensiero le attraversava la mente, nel suo corpo si manifesta­va una corrispondente espressione fisica.

Una volta si unì a dei bambini che giocavano, e iniziò a ridere così di cuore che la sua risata non poté essere frenata neanche dopo un’ora di tentativi. Si fermava per un minuto o due, e ricominciava di nuovo a ridere. Pur rimanendo seduta nella stessa posizio­ne, nel suo sguardo vi era un’espressione sovrannaturale. Molti presenti ne rimasero impressionati. Dopo un po’ riacquistò gradualmente la sua compostezza abituale.

Un’altra volta doveva andare da Calcutta a Dacca. Molti ragazzi e ragazze, uomini e donne, andarono alla stazione per vederla partire. Tutti piangevano all’idea della separazione. Anche Sri Ma si unì a loro e cominciò a piangere così disperata­mente che fu impossibile fermarla. Si raccolse una folla. Qualcuno disse: “Molto probabilmente la donna che piange è una giovane sposa che dalla casa del padre viene portata  a quella del marito”. L’impulso di piangere continuò da mezzogiorno al crepuscolo.

Un giorno mi chiese: “Dov’è il centro del tuo riso e del tuo pianto?”.  Risposi: “Ogni stimolo viene dal cervello, ma il vero centro sta in qualche posto vitale vicino al cuore”. 

Sri Ma disse: “Quando dietro al tuo riso o al tuo pianto c’è un vero sentimento, cerca d’esprimersi con ogni parte del tuo corpo”. Non riuscii a intendere il significato delle sue parole e rimasi in silenzio. Alcuni giorni dopo mi recai all’ashram la mattina presto. Incontrai Sri Ma e feci una passeggiata con lei. Le chiesi: «Ma, come stai oggi?”.  Mi rispose con grande enfasi: “Sto molto, molto bene”. A questo, tutto il mio corpo, dalla testa ai piedi, cominciò a fremere e a danzare alla vibrazione delle sue parole, e dovetti fermarmi di colpo per strada.

Mataji notò la mia confusione e disse: “Hai capito ora dove si trova il centro del riso e del pianto? Se un pensiero o un sentimento viene espresso soltanto da una parte del corpo, non si manifesta tutta la sua forza”.

Ho sentito Sri Ma dire che, quando tutti i pensieri e i sentimenti del devoto scorrono unicamente verso Dio, le vibrazioni discordanti del mondo esterno contrarie alle sue aspirazioni recano una forte sofferenza all’aspirante. Se in quella fase qualcuno ferisce un animale o una pianta, e la vibrazione raggiunge il sadhaka, questa gli provoca un’acuta sofferenza mentale. Le vibrazioni disarmoniche e i piaceri dei sensi turbano il flusso costante della sua devozione a Dio. Quando il sadhaka è ancora fortemente legato al mondo esterno, pensa che ciò che percepisce con i sensi sia tutto dentro il suo ‘io’. In quella fase anche la caduta di una foglia da un albero crea increspature nello spazio della sua coscienza. Nel primo periodo della vita della Madre qualunque cosa accadeva nel mondo esterno trovava, spontaneamente, risposta in lei.

Appena Sri Ma riacquistava la sua normale serenità, dopo un’estasi profonda, si manifestavano naturalmente molti processi yogici. In quei momenti si poteva udire un mormorio di suoni indistinti provenire da lei. Seguivano poi note rombanti come il sollevarsi delle onde del mare flagellate dalla tempesta; alla fine dalle sue labbra usciva un flusso ininterrotto e melodioso di verità divine, nella forma di numerosi inni sanscriti. Sembrava che attraverso le parole di Sri Ma le verità divine provenienti dall’eternità del cielo prendessero forma in simboli sonori. Quella pronuncia impeccabile, quel libero fluire di melodia che toccava nell’intimo il cuore degli ascoltatori, riceveva maggiore incanto dal divino splendore del suo volto. Perfino dotti studiosi vedici, nonostante tutto il loro addestra­mento, difficilmente avrebbero potuto acquisire il suo tipo d’espressione libero e naturale.

La ricchezza di significato di tutte le espressioni spontanee di Sri Ma è stata una sorpresa per molti sapienti. Il linguaggio in cui venivano espressi i versi non poteva essere compreso facilmente, e quindi non è stato possibile scriverli per intero e con precisione. Sono stati registrati solo quattro di quegli inni sacri, di cui è stato possibile prendere in parte nota. In seguito avvicinammo Mataji per fare una verifica e correggerli. La sua risposta fu: “Se dovrà essere, sarà. Al momento non mi viene”.  

 

Ecco la traduzione di uno* dei quattro inni:

 

“Tu sei la Luce dell’universo e lo Spirito che lo guida e lo controlla. Manifestati in mezzo a noi! Da Te emana continuamente una ragnatela di mondi. Tu sei Colui che distrugge ogni paura. Manifestati davanti a noi! Tu sei il seme dell’universo; sei l’essere nel quale risiedo. Tu sei presente nei cuori di tutti questi devoti. Tu che mi stai davanti, rimuovi le paure di tutte le creature. Tu sei la manifestazione di tutti gli dei e molto di più. Tu sei uscito da me e Io sono l’essenza del mondo creato. Facci contemplare il vero fondamento dell’universo, attraverso cui il mondo cerca la liberazione. Tu dimori nella Tua eterna natura essenziale. Sei uscito dal Pranava, la vibrazione originaria alla base di ogni esistenza e la verità di tutto. I Veda sono solo scintille della Tua Luce eterna. Tu simboleggi la coppia divina, Kama e Kamesvari, che si dissolve nella Beatitudine Suprema che tutto pervade, e che viene espressa da nada e bindu, quando si differenzia per sostenere il Tuo lila. Disper­di le paure del mondo!

“Prendo rifugio in Te. Tu sei il mio asilo e la mia dimora finale. Attira tutto il mio essere in Te. Come Salvatore Tu appari in due forme: il liberatore e il devoto che cerca la liberazione. Da Me solo tutte le cose sono create a Mia immagine, da Me sono mandate nel mondo; e in Me tutto

trova il rifugio finale.

“Io sono la causa prima che i Veda chiamano Pranava. Sono nello stesso tempo Mahamaya e Mahabhava. La devozione a Me produce il moksha (liberazione). Tutto è Mio. A Me Rudra deve i suoi poteri. Io canto la gloria di Rudra che si manifesta in tutte le azioni e nelle loro cause”.

 

Da questa traduzione è evidente che il corpo-pensiero di Sri Ma è stato espresso in parole per il bene, la pace e il progresso del mondo. Il suo amore e la sua sconfinata compassione per tutte le creature si irradiano in tutte le direzioni ed Ella siede suprema al centro, abbracciando l’universo.

Una volta Sri Ma disse di questi inni: “La Parola Eterna è la causa prima dell’universo. Con l’evoluzione di questa Parola sempre presente, continua parallelamente il progresso della creazione materiale”.  

In quella fase della vita di Mataji, quando furono rivelati molti di questi inni, a volte la sua voce diventava acuta e tagliente come una spada; altre volte era carezzevole come lo zefiro. Altre volte ancora rivelava un potere pieno di tranquil­lità e di profonda beatitudine, come l’influenza del cielo di luna piena a mezzanotte. Con i cambiamenti di tonalità, anche le espressioni degli occhi e del volto subivano corrispondenti trasformazioni.

In alcune occasioni gli inni le venivano alle labbra accompa­gnati da un incessante flusso di lacrime e da un sorriso straordinariamente luminoso e dolce, in un gioco alterno di riso e pianto simile a quello tra sole e pioggia, che conferiva al suo volto beato una serenità e un fascino celestiale. Terminato il canto degli inni, rimaneva a lungo in silenzio oppure giaceva sul pavimento, profondamente assorta.

 

 

Nota: *) – Il giorno 20 del mese di vaisakh dell’anno bengali 1336 (1929), Sri Ma lasciò l’ashram di Ramna dopo esservi rimasta per 24 ore dopo l’installazione della divinità. Indossava solo un sari. In quell’occasio­ne dalle sue labbra scaturì quest’inno, e chiese ad alcuni devoti di scriverlo. La Madre si trovava in una condizione estatica e si poté trascrivere solo una parte dell’inno. Non se ne può quindi garantire la correttezza. Ella, però, diede il permesso di cantarlo prima di cominciare il kirtan, accompagnandosi con strumenti musicali.

Nota: – gli inni usciti spontaneamente dalle labbra di Sri Ma non sono in sanscrito né in altro linguaggio a noi conosciuto. In essi vi sono alcune parole ed espressioni in sanscrito e sembrano delle preghiere. Devono essere considerati dei mantra, in cui ogni sillaba ha il proprio significato e non può essere sostituita da alcun sinonimo. La versione riportata nel testo non va pertanto considerata una traduzione letterale degli inni; sembra inoltre che i suoni usciti dalle labbra della Madre non siano sempre stati riprodotti correttamente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I Poteri Yoga

 

 

Sri Ma disse che, per qualche tempo, il suo corpo aveva attraversato uno stadio durante il quale si manifestavano naturalmente varie posture yoga (asana, mudra, ecc.). Si manifestavano spesso quand’era in solitudine, lontano dalla vista degli uomini. A questo riguardo, una volta Mataji osservò: “Proprio come un seme dev’essere tenuto nell’oscurità sotto terra prima che spuntino i germogli così, in seguito alle pratiche, in un sadhaka avvengono molti cambiamenti sottili non percettibili”.

A volte le sue mani, i piedi e il collo si piegavano in maniera tale che sembrava non potessero riprendere le loro normali posizioni.

In un’occasione Sri Ma disse: “Da questo corpo è balenata una luce così splendente che tutto lo spazio intorno è stato illuminato. Quella luce s’è diffusa gradualmente, avvolgendo l’universo”. In quei casi si copriva il corpo con un grande mantello e si ritirava a lungo da sola in un angolo solitario della casa.

In quel periodo il suo corpo emanava un tale potere divino che al suo sguardo la gente dimenticava tutto e veniva immersa nella gioia divina. Toccando i suoi piedi, qualcuno sveniva. I luoghi sui quali si stendeva o sedeva diven­tavano intensamente caldi.

A Dacca ho visto io stesso Sri Ma in diverse posizioni yoga. A volte il suo respiro s’arrestava completamente per molto tempo oppure diventava così lieve e impercettibile che temevamo potesse morire soffocata.

Un giorno, mentre le mostravo le illustrazioni di alcune posizioni yoga in un libro, mi fece notare in esse degli errori riguardo specifiche posizioni della testa, dei piedi, delle cosce e di altre parti del corpo.

Coloro che sono stati così fortunati da starle vicino per qualche tempo, devono aver notato come poteva sedere in una particolare posizione per parecchie ore di seguito senza fare il minimo movimento, o come cadeva in un silenzio assoluto nel mezzo di una conversazione. In quelle situazioni il suo corpo diventava inerte come quello di una statua, gli occhi fissi e immobili volti al più remoto angolo del cielo e il volto gioiosamente dolce e sereno. In tutti quegli stati era evidente che la sua anima era immersa nella Beatitudine Suprema, mentre il corpo eseguiva meccanicamente le azioni di routine quotidiana dei doveri della vita sociale. In quegli stati d’assorbimento nel Divino non sentiva fame né sete né gli estremi di caldo e freddo, a meno che non rivolgesse loro un’attenzione particolare. Anche quando ritornava alla coscienza fisica, ci voleva molto tempo prima che riguadagnasse il suo stato normale.

Abbiamo notato in molte occasioni che se durante queste fasi d’assorbimento veniva lasciata a se stessa per alcuni giorni di seguito, spesso dimenticava come parlare o ridere o anche come distinguere i diversi tipi di cibo e bevande.

Molti desiderano assistere alle manifestazioni dei suoi poteri occulti. Ad essi suggerirei di trascorrere alcuni giorni vicino a lei e sperimentare la meravigliosa influenza spirituale che emana in ogni momento dalla sua persona, grazie alla quale anche i cuori più aridi sbocciano a nuova vita. Le persone sono impercettibilmente attratte nell’orbita della sua profonda vita spirituale dalla sua volontà naturale d’assicurare il bene di tutti gli esseri.

Un pomeriggio andai a Shahbag con Niranjan. Sri Ma e Bholanath erano seduti e sul pavimento erano disegnate alcune immagini. Bholanath disse: “Vostra Madre ha disegnato queste immagini dei centri vitali all’interno del corpo”.

Udendo ciò, Ella disse: “Mentre camminavo, verso mezzogiorno mi sono seduta qui in una posizione yoga e ho visto alcuni centri vitali simili a loti, dal centro più alto nel cervello giù lungo la spina dorsale fino al punto più basso, a pochi pollici di distanza l’uno dall’altro. Ho visto chiaramente che a partire dall’estremità inferiore della spina dorsale vi sono tanti centri sottilissimi, dei quali solo sei principali sono stati disegnati qui. Non li ho disegnati deliberatamente, la mano si è mossa da sola sul pavimento e così sono venute fuori queste figure.

“Dovete sapere che attraverso questi centri vitali di nervi che s’intrecciano operano gli impulsi ereditari, le tendenze acquisite, le emozioni, i vari stimoli, i cicli di pensiero, le nozioni di vita e di morte, ecc., che dal centro cerebrale più alto scendono verso il basso in risposta agli stimoli degli organi dei sensi. Correnti di vita e di fluido vitale scorrono velocemente o lentamente attraverso questi canali e guidano i processi vitali e le correnti di pensiero dell’uomo. Come vedete che si compene­trano la terra, l’acqua, il fuoco, l’aria e lo spazio oltre l’atmosfera, così anche questi sei centri principali sembrano stare l’uno sull’altro nel corpo, ma operano in mutua interdipendenza come una catena vitale. Un po’ di riflessione vi convincerà che l’energia vitale ascende nei centri superiori del corpo quando i vostri pensieri sono puri e pieni di gioia. Come sapete che in fondo ad un pozzo c’è una sorgente d’acqua, che un serbatoio mantiene costante la sua riserva, che l’energia vitale di una pianta si trova sottoterra nel fondo delle radici, così nel punto più basso (muladhara) della colonna vertebrale giace addormentata la fonte delle potenti forze vitali che derivano fondamentalmente dal sole, da dove sgorgano i ruscelli della vostra vita. Quando con grande pazienza e purezza vi sforzate di purificare i vostri veicoli interni ed esterni, le vibrazioni risultanti dai vostri pensieri colpiscono centri sempre più alti, liberando la loro tensione e rilasciando la forza vitale trattenuta nel centro più basso per cercare un’uscita verso l’alto. Allora l’apatia, i bisogni primari e i samskara del devoto svaniscono gradualmente, come la nebbia davanti ai raggi del sole. Insieme allo scioglimento di questo blocco, comincia ad allentarsi l’attaccamento agli oggetti dei sensi e la vita interiore inizia a prendere forma.

“Quando la spinta ascendente della forza vitale raggiunge il centro tra le sopracciglia, la corrente interiore dell’energia vitale scorre uniformemente con facilità e purezza in tutto il corpo, con il risultato che il devoto comincia a realizzare qualcosa della natura dell’ego, del mondo e della creazione. Se un uomo rimane in questo stadio per molto tempo, tutte le inclinazioni e gli stimoli prenatali ereditati diventano a poco a poco sempre più deboli; la sua mente raggiunge livelli di contemplazione sempre più alti, centri di forza vitale sempre più profondi.

“Se il devoto va oltre il centro vitale più alto, situato tra le sopracciglia (dvidala cakra), i suoi poteri mentali s’immer­gono nel sovramentale, il suo ego si dissolve nel mahabhava e trova eterno rifugio in svarupa; allora va in samadhi, uno stato di perenne beatitudine.

 “Appena i vari centri vitali iniziano ad aprirsi, all’interno vengono percepiti diversi suoni. Il devoto ode suoni di conchiglie, campane, flauti, ecc., che si fondono nel ritmo cosmico dell’unica voce del silenzio infinito. In questo stadio nessun pensiero od oggetto del mondo esterno può distrarre la sua attenzione. Mentre avanza, il suo essere si dissolve nelle profondità senza fine della musica beata che pervade l’intero universo, e trova eterno riposo”.

Due o tre anni dopo questa spiegazione di Mataji, le mostrai le immagini dei sei centri vitali pubblicati nel libro ‘Il Potere del Serpente’ di Sir John Woodroffe. Sri Ma non li guardò neppure e disse, ridendo di cuore: “Ascolta ciò che ti dice questo corpo”. Descrisse poi ciascun centro, la natura dei loti, il loro colore e il numero dei petali, con gli yantra e i mantra corrispondenti. Constatai che i disegni del libro rappresentavano perfettamente ciò che Sri Ma descriveva.

Ella aggiunse: “Non ho mai letto di questi centri in alcun libro né ho mai udito parlare di essi. La descrizione che ho dato proviene dalla mia esperienza”. A ulteriori domande rispose: “I colori dei centri vitali che vedi sui disegni sono solo tinte esterne. Questi plessi sono composti della stessa sostanza del nostro cervello, ma le loro forme, strutture e funzioni variano. Ciascuno ha proprie caratteristiche particolari e qualità distintive come l’occhio, l’orecchio o l’ombe­lico o anche le linee del palmo della mano. In essi v’è il gioco sempre mutevole di vari suoni e colori, e vi sono i simboli chiamati mantra-seme, che sono il risultato naturale del movimento della forza vitale e dello scorrere del fluido vitale. Nei primi stadi, quando vari mantra uscivano da queste labbra accompagnati da cambiamenti del respiro, a volte mi balenavano in mente domande come: ‘Cosa sono questi?’. La risposta venne da dentro e la struttura interiore di tutti questi plessi divenne chiaramente visibile come i disegni che mi hai mostrato. Quando una persona prega regolarmente, fa i puja e le pratiche yoga, medita e riflette sulle più alte verità dell’esistenza con sufficiente concentrazione e fermezza, la sostanza mentale si purifica, i pensieri si affinano e i centri si dischiudono. In caso contrario nessun essere umano può sfuggire alla tempesta e alle costrizioni degli istinti fisici come la lussuria, l’avidità e l’ira”.

Un giorno Sri Ma andò al Siddheswari Ashram con i devoti presenti. Quel posto si trovava allora in un vero stato d’abbandono. Vi era un altare largo circa mezzo metro quadrato e alto una ventina di centimetri. La Madre vi sedette sopra. Tutti i devoti sedettero intorno in silenzio, assorti nei propri pensieri. Pian piano il suo corpo si rimpicciolì a tal punto che ognuno ebbe l’impressione che sull’altare fosse rimasto soltanto il suo sari. Nessuno poteva vederla. Tutti si chiedevano cosa sarebbe accaduto. Vi fu un movimento sotto il vestito e molto lentamente e gentilmente prese forma un corpo ed Ella riapparve, seduta dritta. Per quasi mezz’ora guardò il cielo con lo sguardo fisso, poi disse: “Avete attirato questo corpo per il vostro progresso”.

Sri Ma ha detto: “Come un aquilone vola alto nel cielo, legato ad un filo sottile, così uno yogi, affidandosi al suo respiro vitale e al fragile filo del samskara, può fluttuare nell’aria, ridurre il suo corpo fisico ad un granello di polvere, assumere una dimensione gigantesca o perfino scomparire alla vista”.

Sappiamo che molte persone hanno ricevuto l’iniziazione da Sri Ma in sogno, che altre hanno avuto fiori insieme ai mantra, e che al risveglio hanno trovato realmente i fiori; ma nessuno di noi ha mai visto Mataji iniziare fisicamen­te un devoto.

Sappiamo inoltre che molte persone, stando nelle loro case, lontano da Sri Ma, sono rimaste stupite nel vedere la sua immagine realmente presente davanti ai loro occhi per pochissimo tempo.

Una volta ero gravemente malato a Dacca, colpito da un attacco di tubercolosi e Sri Ma si trovava nell’India Nord-Occidenta­le. Quando tornò a Dacca, mi disse: “A mezzanotte di due date particolari questo corpo è entrato nella tua stanza da una certa porta di casa tua e ne è uscito da un’altra. In quei due giorni la tua condizione è stata molto critica”. Controllando sul libro dei conti dove erano registrate le spese giornaliere, inclusi gli onorari dei medici e i costi delle medicine, scoprii che in quei due giorni i medici erano stati chiamati veramente di notte.

Vi sono stati anche casi in cui Sri Ma è passata in mezzo a un gruppo di uomini, ma solo alcuni hanno potuto vederla. Ha detto: “Sono sempre presente in mezzo a voi, ma voi avete poco desiderio di vedermi. Che cosa posso farci? Sappiate per certo che i miei occhi sono fissi su quello che fate o mancate di fare”.

Una volta Sri Ma doveva prendere il treno a Goalundo. Il gradino d’accesso al treno era molto alto rispetto al marciapiede. La Madre aveva allora un dolore reumatico al braccio destro. Quando al suo invito Gurupriya Devi le afferrò la mano sinistra e la tirò su nello scompartimento, il suo corpo sembrava leggero come quello di un bimbo. In qualche occasione, al contrario, sembrava molto pesante.

Sri Ma ci ha detto che, nel movimento o nel riposo, nulla produceva in lei un cambiamento. Era sempre completamente sveglia. A volte, quando s’alzava dal letto, diceva d’aver visto determinati incidenti avvenuti in luoghi particolari. Indagini fatte successivamente confermavano l’esattezza delle sue affer­mazioni.

Vedevo spesso Sri Ma al mio fianco in un lampo di luce o come una figura ferma e indistinta; qualche volta assumeva una forma precisa e concreta che si muoveva apportando nel mio ambiente cambiamenti che continuavano anche dopo la sua scomparsa.

Verso la fine del 1930, Sri Ma si trovava a Cox’s Bazar, a circa 300 miglia da Dacca. Nelle prime ore del mattino ero seduto sul mio letto, a Dacca, e pensavo a lei. La sentii sussurrare: “Erigi un tempio entro l’area dell’ashram”.

 Balzai in piedi. Sapevo che Sri Ma non aveva mai ordinato ad alcuno di fare qualcosa. Pensai e ripensai alla cosa. Presumevo che quei sussurri dovessero provenire da Sri Ma, ma un dubbio m’attraversava la mente: “Perché le sue parole dovevano essere così indistinte?”. La sua voce abituale era chiara, distinta, risuonante, viva. Scrissi una lettera a Cox’s Bazar e venni a sapere che aveva osservato il silenzio per alcuni giorni e che aveva ripreso a parlare alle otto di mattina di quel dato giorno. Quando Sri Ma tornò a Dacca, mi dissero che aveva mormorato delle parole la mattina molto presto, ma pochi avevano potuto distinguerle. Dopo avere udito quel comando da Sri Ma, la costruzione del tempio fu presa sul serio.

Diceva sempre di poter vedere i corpi eterei dei santi morti molto tempo fa. Un giorno disse: “Proprio come voi siete seduti intorno a me, là vi sono molti spiriti disincarnati, che sono reali quanto voi”.

Diceva anche di poter vedere le varie forme delle diverse malattie. Quando cercavano d’entrare nel suo corpo, gli veniva dato libero accesso. “Poiché c’è solo una vita nell’universo, le malattie non sono né chiamate né allontanate da me. Come tutti voi siete per me fonte di ananda, anch’esse mi danno uguale gioia”.

Nel maggio del 1929 Sri Ma lasciò Dacca, ma per qualche ragione diversi ostacoli impedirono i suoi liberi movimenti. Quando tornò a Dacca, nel mese di agosto, aveva la febbre. Molti sintomi soprannaturali cominciarono ad apparire sul suo corpo. Ordinò che al suo corpo fosse permesso assumere vari asana, seduto o disteso per terra, secondo i suoi bisogni spontanei. Questo continuò per un’ora intera. Più tardi Sri Ma disse che erano state tutte posizioni yoga. Vedendo queste manifestazioni, la gente temette che potesse abbandonare il corpo. Si scoprì che i suoi arti mancavano di coesione; in piedi o seduta, tutte le sue membra penzolavano mollemente e non potevano muoversi a meno che non fossero adeguatamente sostenute. Oltre a questo aveva la febbre alta, la dissenteria, sangue nelle feci e nell’urina e tutti i sintomi dell’idropisia. Trascorsero in questo modo quattro o cinque giorni, infine Brahmacharini Gurupriya Devi la supplicò: “Ma, non riusciamo ad assistere il tuo corpo; abbi pietà di noi!”. Dopo questa preghiera la fiacchezza del corpo di Sri Ma scomparve, ma la febbre e gli altri sintomi continuarono come prima. Per altri cinque o sei giorni, le furono versati sulla testa da sessanta a settanta secchi d’acqua tra le 11 e le 17, ma la febbre non diminuiva, e lei non voleva prendere medicine. Fu interpellato un dottore ayurvedico, che la esaminò e disse: “Possiamo curare i comuni esseri umani, ma le vie della Madre sono completamente diverse”. Vedendola giacere a letto malata, tutti i devoti erano profondamente preoccupati e la pregavano di guarire il suo corpo.

Il mattino seguente Sri Ma disse: “Preparate un piatto di riso per questo corpo”. Lei, che era stata costretta a letto dalla febbre alta e dall’idropisia, debilitata completamente senza quasi possibilità di muoversi per diciassette o diciotto giorni, chiese il suo consueto pasto di riso, dal e vegetali. Rimasero tutti meravigliati.

Furono preparati riso, dal e vegetali, secondo le sue direttive. Tre o quattro persone furono impegnate a sostenerle il corpo per imboccarla. Mangiò un po’ di ciascuna pietanza. Molti temettero qualche seria complicazione a causa di quel cibo dopo una febbre tanto prolungata, invece si riprese gradualmente.

Riferendosi ai disordini fisici descritti sopra, una volta Sri Ma disse: “Questo corpo si muove in sintonia con la Natura; il suo corso naturale dev’essere stato in qualche modo ostacolato nelle sue normali funzioni. I disordini delle sue funzioni vitali si sono manifestati per farvi capire le infelici conseguenze che derivano dall’ostacolare i suoi bisogni naturali. Se vi fosse stata una vera malattia, questo corpo sarebbe deperito completamente o sarebbe rimasto invalido.

“Mentre giacevo a letto non ero cosciente d’alcun disagio o apprensione. Mi sentivo come fossi in salute. Tra i vostri movimenti ansiosi avanti e indietro e i cambiamenti che si verificavano in questo corpo, ero consapevole di una sinfonia di musica e di gioia”.

Da tutte le sue azioni sembrava che la Natura, obbediente, per così dire, al suo volere, aiutasse il suo corpo a funzionare. Ero convinto che se avessimo prestato la dovuta attenzione alle espressioni naturali della sua volontà, trattenendoci dal disturbare l’atmosfera intorno a lei con le vibrazioni delle nostre simpatie e antipatie personali, e se avessimo fatto senza riserve ciò che lei diceva, avremmo potuto godere di una felicità senza limiti dovuta al magnifico funzionamento della sua Volontà. Nello stesso tempo avremmo avuto la grande fortuna d’avere molte possibilità di crescita.

Durante l’infanzia giocavamo con le bambole inse­guendo le nostre fantasie; costruivamo casette di sabbia e argilla per soddisfare un nostro desiderio momentaneo e poi ci volgeva­mo a nuovi giochi. Anche allora stavamo facendo lo stesso gioco con il nostro comportamento nei confronti di Sri Ma, con la stessa leggerezza e lo stesso impulso. A volte questi timori affollavano la mia mente.

Nel corso di una conversazione all’ashram di Vindhyachal, Mataji disse a Brahmachari Kamalakanta: “Anche dopo tanti anni, pochissime persone capiscono ciò che voglio. Se lo capissero, domande come: ‘Cosa vuoi? Qual è il tuo desiderio?’, non verrebbero mai poste. Una persona deve cercare since­ramente di capirmi secondo le proprie capacità, ma per compren­dere ciò che voglio deve liberare la mente dall’orgo­glio, dal desiderio di fama e gloria, dall’ira e dal dolore, dalla presunzione e infine dalla testardaggine che fa credere all’uomo di essere un libero agente in tutte le sue azioni”.

Se sotto la sua benevola influenza potessimo purificarci costantemente, seguendo silenziosamente quel che ci suggerisce di fare, realizzeremmo la nostra missione trovando nelle nostre vite l’opportunità di contemplare la gloria della sua Maternità universale.

Un giorno passeggiavo con la Madre nel giardino di Ramna. Lei non parlava. Capii che era stata presa dallo spirito d’assoluto silenzio. Ritornò dopo aver passeggiato senza meta per qualche tempo. Per otto o dieci giorni rimase completamente muta. Nessun segno, gesto o cenno usciva da lei, neanche un sorriso. Sedeva quietamente assorta nel proprio Sé interiore. Se qualcuno le parlava, i suoi occhi e la sua attenzione non ne erano attratti. Sedeva raccolta in sé come la statua del Signore Buddha. Quando mangiava le sue labbra s’aprivano solo un po’, per richiudersi subito dopo aver preso un piccolo boccone. Durante questo stato di silenzio sembrava che il suo rapporto con il mondo esterno fosse interrotto completamente. Dopo otto o dieci giorni cominciò a mormorare alcune parole incerte. Aveva­mo l’impressione che stesse imparando a usare di nuovo gli organi vocali e a recuperare il potere della parola. Passarono tre giorni, e poi riprese gradualmente il suo abituale modo di parlare. Ebbi la grande fortuna di vedere Sri Ma due o tre volte in simili stati.

Durante queste fasi di silenzio il suo aspetto tranquillo, la sua compostezza seria ma serena, il suo sguardo aggraziato e il volto splendente risvegliavano il nostro amore e la nostra reveren­za. Più la si guardava con occhi ardenti, più cresceva il desiderio di contemplare il suo volto. Quando all’inizio, poco dopo il suo matrimonio, Sri Ma rimase in silenzio per tre anni, molti espressero dispiacere ritenendo che fosse completamente muta: “Ahimè, è un peccato, una grande ingiustizia di Dio! Egli ha reso muta questa bella ragazza, pur avendole concesso tutte le migliori virtù femminili”. Sri Ma ha detto: “Se desiderate osservare un vero silenzio, il vostro cuore e la vostra mente devono fondersi intimamente in contemplazione così che tutta la vostra natura, interna ed esterna, possa per così dire solidificarsi nello stato di una pietra. Se invece volete semplice­mente astenervi dal parlare, è una questione del tutto diversa”.

Abbiamo quattro foto delle posizioni yoga di Sri Ma. La prima è stata discussa nel primo capitolo; la seconda è stata fatta dopo un lungo periodo di malattia. Quando sono state scattate la terza e la quarta foto, all’inizio sedeva in modo naturale, ma le espressioni dello stato d’assorbimento estatico le venne­ro più tardi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lo Stato di Samadhi

 

 

 

Quando fu pregata d’indicarci i diversi stadi della sadhana, Sri Ma parlò di quattro livelli:

1)  concentrazione dell’intelletto su un punto. È come accendere della legna secca. Quando la legna umida è stata asciugata dal calore del fuoco, la fiamma arde vivacemente. Allo stesso modo la nostra mente s’illumina quando viene liberata dalla nebbia e dall’umidità dei desideri e delle passioni (kamana, vasana) grazie alla forza della contemplazione del Divino. È uno stato di purezza mentale che, in certi casi, induce uno stato di silenzioso assorbimento in un particolare stato d’animo o un eccesso d’emozione e agitazione al di là di ogni capacità di controllo. Tutti questi stati d’animo emanano da un’esistenza suprema, ma solo in direzioni particolari.

2)     Concentrazione delle proprie facoltà emotive. Induce uno stato d’inerzia fisica, di assorbimento nel sacro sentimento che scaturisce dall’unico e indivisibile stato di estasi. A questo punto il corpo può essere paragonato ad un pezzo di carbone bruciato, con il fuoco apparentemente spento. In questo stato il devoto passa ore intere in una condizione esteriore d’inerzia; ma in fondo al suo cuore si leva una corrente continua di sublime emozione. Quando questo stato matura, il sentimento attira grandi poteri dall’Anima Suprema e, come un vaso trabocca quando vi si versa troppa acqua, così esso si propaga nel vasto mondo con un flusso potente, spinto dall’intensa pressione dell’espansione.

3)     Fusione della vita interiore ed esteriore. Questo stato è simile a quello di un carbone ardente. Il fuoco pervade ogni atomo delle coperture interne ed esterne, tutte raggianti di Luce Divina. Il devoto vive, si muove ed è immerso in un beato oceano di Luce.

4)     Piena concentrazione, nella quale il devoto perde ogni coscienza di dualità, del funzionamento dei tre guna. È simile allo stato del carbone ridotto in cenere. Non v’è alcuna distinzione tra interno ed esterno, tra qui e là; è lo stato di assorbimento nel Supremo, lo stato del Tutto-Uno. Le vibrazioni del pensiero, del sentimento o della volontà svaniscono comple­tamente. Somiglia alla perfetta tranquillità di un lago immobile sotto un cielo blu.

Il samadhi di Sri Ma offriva una visione meravigliosa: è stata mia immensa fortuna poter assistere molte volte ai suoi samadhi. Riporto di seguito alcune delle mie esperienze.

Alcuni giorni,